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Campi profughi, quelle città che non esistono

Sulle cartine non esistono, eppure vi abitano 60 milioni di persone. Sono i rifugi temporanei dei migranti, divenuti ormai strutture permanenti

di Marta Pranzetti per LookoutNews

Dalle stragi nel campo profughi siriano di Yarmouk alle emergenze in mare di fronte a Lampedusa. Nel loro comune nefando destino, che li ha portati negli ultimi mesi sotto i riflettori mediatici internazionali, questi due luoghi, Yarmouk e Lampedusa, rappresentano i poli opposti della questione globale dei rifugiati. L’uno in Siria, nato come campo profughi per i palestinesi in fuga dall’aggressione israeliana e più di recente teatro della barbarie dello Stato Islamico; l’altro in Italia, a metà strada tra l’Africa disperata e le porte d’ingresso per l’Europa, nato come centro di accoglienza per gestire i flussi dei migranti dal sud del mondo.

 



Le cifre del dramma
Con 59,5 milioni di migranti forzati (ripartiti in 19,5 milioni di rifugiati, 38,2 milioni di sfollati interni e 1,8 milioni di richiedenti asilo), il 2014 è stato l’anno con il più alto incremento di persone costrette a fuggire dal proprio Paese mai registrato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). È quanto attesta l’ultimo rapporto, World at War – Global Trends Report 2014, pubblicato il 18 giugno scorso dall’Agenzia dell’ONU. Una drammatica realtà di esuli e senza terra, costretti a fuggire da guerre, persecuzioni e violenze, che appare in vertiginoso aumento (nel 2011 si contavano 51,2 milioni di migranti e 37,5 milioni nel 2005).

Il popolo dei campi
Dalle ricerche di Michel Agier, etnologo e antropologo francese, esperto di dinamiche di globalizzazione-esilio e autore del saggio Un monde de Camps (La Découverte, 2014), si evince che negli almeno 450 campi ufficialmente gestiti da agenzie delle Nazioni Unite (UNHCR e UNRWA) vive un totale di oltre 6 milioni di rifugiati. Per la maggior parte, questi agglomerati umani determinati dall’emergenza si trovano paradossalmente nei Paesi in via di sviluppo, che ospitano l’86% dei rifugiati totali (per non parlare delle stime ancora più alte di sfollati interni), mentre l’Europa ne ospita complessivamente il 14%.

 


Nelle sue più varie forme, il fenomeno dell’“accampamento” ai margini dello Stato-nazione, a detta di Agier, rappresenta oggi un elemento fondamentale sul piano demografico e sociologico, poiché altera la percezione della frontiera costituendo al contempo una delle “emergenti forme di governance mondiale e di gestione dell’indesiderabile”. Sebbene, di regola, la formazione di un campo per rifugiati o per sfollati risponda a un criterio di emergenza contingente e nasca per gestire una situazione di crisi (dovuta a conflitti o catastrofi naturali), avviene sempre più di frequente che questi agglomerati assumano un carattere di permanenza. Dunque, spesso i campi diventano realtà prolungate nel tempo, perdendo progressivamente la natura di “eccezionalità” e “temporaneità”.

 

 


Partire senza tornare

La dinamica dell’esilio-ritorno, descritta come i due moti contrapposti legati al fenomeno dei campi, non appare quindi realistica. A ogni partenza, infatti, non corrisponde un rientro. E anzi, la tendenza evidenziata nel Global Trends Report attesta piuttosto l’affermazione della dinamica del non-ritorno. Nel 2014, solo 126.800 rifugiati hanno potuto fare rientro in patria rispetto agli oltre 500mila del 2011, complice il peggioramento delle condizioni di sicurezza globali. Negli ultimi cinque anni, inoltre, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti nel mondo, che costituiscono la sorgente primaria degli esodi di massa, destinati ad affollare periferie e forzare le frontiere con il rischio di rappresentare una sorta di “invasione”.

 
Maggiore sedentarietà
La precarietà che è tipica della vita nei campi, con il tempo lascia pertanto il posto a soluzioni di sempre maggiore sedentarietà, sia in senso urbanistico che “affettivo”. Questa forma diffusa di “normalizzazione dell’emergenza” non si accompagna, però, a una conseguente regolarizzazione legale e amministrativa. Ragion per cui i campi rimangono caratterizzati dagli intrinseci elementi di extra-territorialità: sia dal punto di vista geografico che di esclusione sociale e di eccezionalità giuridica.

È in questo modo che i campi, da non-luoghi diventano progressivamente centri di una nuova società che, seppure relegata ai margini della collettività e dall’esistenza costantemente incerta, desidera sopravvivere. Spesso questi luoghi d’incessante attesa, di relegazione e di disumanizzazione, con la forza di volontà e della disperazione (e con l’aiuto di coraggiosi volontari da ogni parte del mondo) diventano luoghi di vita, di risocializzazione e a volte di agitazione politica. Mentre dal punto di vista architettonico, con lo scorrere del tempo, cresce il fenomeno dell’urbanizzazione permanente dei campi.


Questioni di termini

I campi per rifugiati (o campi profughi) sono il prodotto dello sconquasso causato da due conflitti mondiali e dallo sregolamento internazionale nel post-guerra fredda, unitamente alla difficoltà di far fronte ai disastri politici, ecologici ed economici del Diciannovesimo secolo. Lo status di rifugiato è stato giuridicamente chiarito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e poi dal Protocollo di New York del 1967. Per definizione, il termine “rifugiato” si riferisce a quella categoria di persone fuggite da guerre o persecuzioni o espulse dal proprio Paese per discriminazioni politiche, religiose o razziali, che trovano appunto rifugio in un altro Stato. A differenza del concetto di “profugo” – un termine generico usato per indicare chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese in seguito a un conflitto – il riconoscimento dello status di rifugiato è frutto del riconoscimento di asilo politico e dunque di protezione da parte del Paese ospitante.
A differenza dei campi per rifugiati, i campi per sfollati (IDPs) rimangono all’interno della giurisdizione nazionale e dei confini territoriali del Paese di origine, a prescindere dalle cause che spingono le popolazioni all’esodo di massa (per lo più disastri ambientali ma anche violenze, conflitti o violazioni dei diritti umani). Pertanto, lo status effettivo degli sfollati (in mancanza di una definizione legale univoca) rimane quello di cittadini dello Stato in questione. Il mandato originario dell’UNHCR non copriva questa categoria di emergenza, sebbene la contingenza degli eventi abbia fatto sì che l’Agenzia oggi collabori nell’amministrazione di questa tipologia di campi.

Accampamenti clandestini

In alcuni Paesi e in alcune società è poi possibile riscontrare alcune forme di accampamento più o meno clandestine e più o meno regolamentate dallo Stato ospite. È il caso dei Rom in Italia e Francia o dei lavoratori migranti nei Paesi del Golfo, che vengono confinati in veri e propri campi-dormitorio che ne indicano lo status di subalternità. Esistono, infine, quelli che vengono definiti in base ai Paesi (o addirittura ai governi che li decretano) centri di accoglienza o centri di detenzione amministrativa o ancora centri di espulsione che proliferano sempre più massicciamente lungo la frontiera del “nord del mondo” (USA, UE, Giappone e Australia). Si tratta di soluzioni amministrative temporanee volte a gestire i flussi migratori dei disperati provenienti dal “sud del mondo”. Degli oltre mille esistenti, almeno 400 sono concentrati in Europa e contano un turn-over di oltre 500mila persone che vi transitano all’anno.

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