Cameron taglia le tasse e sforbicia il welfare

Il nuovo programma economico del governo monocolore conservatore prevede anche un incremento del minimo salariale

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David Cameron e la moglie Samantha al 10 down street di Londra, 8 maggio 2015 – Credits: Adrian Dennis /AFP/Getty Images

«High wage, low tax, lower welfare». Che tradotto significa: meno tasse, meno welfare, più soldi in busta paga. Sono i cardini, secondo la sintetica espressione del cancelliere dello Scacchiere George Osborne, attorno a cui ruoterà la politica economica del governo monocolore di David Cameron che presenterà un piano di tagli per ben 12 miliardi di sterline alla spesa sociale mitigato in qualche modo da un alleggerimento fiscale per la classe media e  un inatteso incremento del minino salariale che passerà dalle 6,50 sterline all'ora attuali alle 7,20 dell'anno prossimo e alle 9,0 del 2020.

La manovra prevista da Cameron distribuisce i suoi pesi con metodo: accresce l'impatto del fisco su alcune categorie privilegiate che godevano di una serie di esenzioni incompatibili con la giustizia e la buona salute dei conti pubblici ma riduce ulteriormente le tasse sull'impresa dal 20 al 18%, un record nel mondo occidentale; limita a 15 anni la 'sinecura' fiscale (un regime fiscale privilegiato, ndr) accordata finora agli stranieri non domiciliati (i cosiddetti non dom), ma porta a un milione il limite minimo per pagare le tasse di successione; introduce una corporation tax dell'8% sugli utili delle banche, ma abbatte il cosiddetto bank levy sui bilanci degli istituti di credito; alza a 11.000 sterline l'anno il limite per l'esenzione fiscale totale, ma sforbicia i benefit per le famiglie (assegni familiari, sgravi sulla casa) da un tetto di 26.000 sterline a un massimo di 23.000 per Londra e 20.000 per il resto del Regno Unito e a non più di due figli. Mentre si troverà il modo per rimpinguare le spese militari fino alla quota del 2% del Pil pretesa dalla Nato.

Alla middle class  la promessa è un innalzamento progressivo della soglia di reddito, fino a 50.000 sterline annue, su cui imporre l'aliquota del 40%. Per tutti, classe media e poveri, resta tuttavia confermata la mannaia sul welfare che i conservatori si erano impegnati a far scattare fin dalla campagna elettorale e che farà sentire inevitabilmente i suoi effetti, seppure spalmati su tre anni contro i due previsti in origine: una mossa decisa da Osborne (e da David Cameron) per rallentare il contraccolpo e cercare di limitare le proteste.

Scelte che il cancelliere dello scacchiere, ormai promosso a superministro dell'economia, ha illustrato e difeso per oltre un'ora nel classico dibattito ravvicinato alla Camera dei Comuni, fra i consensi dei deputati della maggioranza e i mugugni di disapprovazione delle opposizioni, laburista e non solo. Osborne ha snocciolato dati positivi sulla crescita in Gran Bretagna, rivedendo lievemente al ribasso le stime per il 2015 (dal 2,5 al 2,4%), ma rivendicando comunque che da quando Cameron è diventato premier, nel 2010, questi sono stati «migliori rispetto a Germania e Stati Uniti» e «il doppio rispetto alla Francia». Ora si tratta di mantenere esattamente lo stesso tasso nei prossimi anni, ha proseguito, mettendo al contempo in sicurezza l'economia del Paese: anche sullo sfondo di quello che ha definito «l'aggravarsi della crisi greca». Il cancelliere ha quindi ammesso la portata enorme dei tagli complessivi sulla spesa pubblica entro il 2018 per riequilibrare i conti (12 miliardi dei quali da ricavare appunto dal welfare e 5 dalla lotta all'elusione fiscale), ma ne ha difeso la sostenibilità. E la cruciale importanza per il contenimento del deficit, per l'obiettivo di un surplus, per l'auspicata riduzione del rapporto debito/Pil dall'80,3% del 2014 al 68,5% programmato di qui a cinque anni.

Mentre ha negato le contestazioni su un aumento dei livelli di povertà nel regno. Ha inoltre sostenuto che la politica fiscale del governo conservatore - che prevede fra l'altro sgravi per l'assunzione di apprendisti, oltre che per la diffusione di auto elettriche - favorirà la creazione d'un altro milione di posti di lavoro nei prossimi 5 anni. Aspettative rosee che non convincono la leader ad interim del Labour, Harriet Harman, secondo cui l'aumento del minimo salariale non compenserà i tagli e a soffrirne saranno giovani, studenti e più in generale le famiglie. Ma neppure convince i Libdem, ex alleati di Cameron nella scorsa legislatura, certi che alla fine la ricetta si tradurrà in «più austerity». 

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