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Le autorità francesi hanno ufficialmente annunciato ieri la fine dei lavori per la costruzione del cosiddetto "Grande Muro" di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti di passare il confine tra Francia e Gran Bretagna. Un cantiere ad alta portata simbolica, nel cuore dell'Europa.

Alto quattro metri per un chilometro di lunghezza, il muro in cemento armato è dotato di telecamere di sorveglianza e sorge a
poche centinaia di metri dalla ex-bidonvile dei migranti di Calais, la cosiddetta "Giungla" smantellata lo scorso autunno dal governo di François Hollande.

L'obiettivo del muro "anti-intrusione" - come è stata battezzata l'opera promossa a suo tempo dall'ex premier David Cameron - è impedire ai disperati di accedere all'autostrada e quindi introdursi illegalmente nei camion diretti all'imbarco per Dover, dall'altra parte della Manica.

Interamente finanziata dal governo britannico la struttura è costata 2,7 milioni di euro e viene a completare un recinto di protezione in filo spinato già eretto da tempo nella zona.

I lavori preliminari cominciarono ad agosto, il cantiere vero e proprio aprì il 20 settembre. A novembre però gli operai dovettero temporaneamente interrompere per il ricorso presentato del sindaco di Calais, Natacha Bouchart (dei Les Républicains), secondo cui lo sgombero della "Giungla" aveva reso inutile la costruzione del muro, a suo avviso contrario alle norme ambientali e urbanistiche. Ricorso bocciato dal tribunale amministrativo di Lille.

Un lato della parete è interamente ricoperta di piante e rampicanti per integrarsi "meglio nel paesaggio", spiegano a Parigi. Per Jean-Marc Puissesseau, numero uno del porto di Boulogne-Calais, "si tratta di uno strumento estremamente importante per mostrare che l'autostrada è messa in sicurezza".

Negli ultimi tempi l'iniziativa ha però raccolto forti critiche. Non solo delle associazioni umanitarie, ma anche da parte dei diretti interessati, gli autotrasportatori britannici. Una della loro associazioni, la Road Haulage Association, denunciò uno "spreco di denaro pubblico" e chiese che i fondi venissero usati per migliorare la sicurezza e i controlli direttamente sulle strade, potenziando la presenza della polizia e anche l'esercito.

Per Jean-François Dubost, responsabile di Amnesty International, francesi e britannici "spendono tanta energia per impedire ai migranti, tra cui tanti rifugiati, di attraversare la Manica. E invece non spendono abbastanza per consentire a chi ha famiglia nel Regno Unito di raggiungere i propri cari", invitandoli Londra e Parigi a sviluppare "passerelle legali" per "limitare il rischio di avere nuovi punti di passaggio in zone ancora più pericolose, come le aree di sosta autostradali". L'Ong chiede infine una migliore cooperazione tra i due Paesi. A cominciare dall'accoglienza in Gran Bretagna dei minori isolati che hanno famiglia dall'altra parte della Manica e di cui tanti sono ancora bloccati in attesa in Francia.

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