Esteri

Bulgaria e Moldavia: l'avanzata dei filorussi

La vittoria elettorale dei candidati presidente che guardano a Putin preoccupa l'Alleanza atlantica e l'Unione europea. E rafforza lo zar del Cremlino

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Un doppio schiaffo all'Occidente. A meno di due settimane dalla vittoria del «filorusso» Donald Trump alle elezioni presidenziali americane, Vladimir Putin festeggia anche la duplice vittoria, nei Balcani, di due  candidati presidenziali considerati vicini o amici del Cremlino: il generale bulgaro Rumen Radev, ex capo dell’aeronautica militare e leader del partito socialista, che ha stracciato al ballottaggio Tseska Tsaceva, il candidato del premier filoeuropeista di centrodestra Bojko Borissov, e il leader moldavo Igor Dodon,  esponente della minoranza russa del Paese difesa da un importante contingente dell’Armata di Putin, che ha staccato di quasi venti punti la rivale filo-occidentale e filo-romena Maia Sandu. Un piccolo-grande terremoto politico, che interroga l'Unione europea e l'Alleanza atlantica, mai così in crisi da quando fu fondata dopo la seconda guerra mondiale proprio per contenere l'espansionismo sovietico.

Se nel caso della Bulgaria si tratta di un Paese che è già ufficialmente membro dell'Alleanza e dell'Europa, nel caso della Moldavia, piccolo Paese cuscinetto che rientra di fatto nell'area di influenza rumena, si tratta di uno Stato proprio al confine tra Russia, Unione, forze Nato, che confina per di più a nord con l'Ucraina. Ora che anche Sofia, con la vittoria del generale Radev, potrebbe cambiare alleanze strategiche e geopolitiche, la Russia di Putin, che non fa più mistero di voler estendere la propria area di influenza in altri Stati esteuropei, guarderebbe proprio alla Moldavia come primo passo del suo progetto espansionista dopo l'annessione della Crimea. Obiettivo: mettere in sicurezza i confini della Grande Russia ed estendere (per ora) la propria influenza commerciale.

Il Partito Socialista moldavo del quarantunenne Dodon, che considera Putin un modello ispiratore, ha già dichiarato di voler eliminare l’accordo con l’Unione Europea per entrare nell’Unione doganale eurasiatica, di cui fanno parte Bielorussia, Russia e Kazakistan. Tra i suoi obiettivi c'è anche quello di convocare molto velocemente un referendum consultivo per far scegliere ai cittadini l’orientamento geopolitico della Moldavia, che pure ha ricevuto (pur non facendone parte) quasi un miliardo di euro dall'Ue negli ultimi cinque anni. 

Tra le cause del terremoto politico in Moldavia - un Paese che fino a qualche anno fa aveva una maggioranza saldamente europeista rilevata da tutti gli istituti di ricerca, c'è la questione migratoria. Il sì del premier atlantista Sandu al progetto di accogliere 30 mila profughi siriani, a seguito di un incontro con Merkel a Berlino, è stato elettoralmente - secondo tutti gli addetti ai lavori - la sua  tomba politica. Ma in Moldavia - piccolo Paese dove oltre il 20 per cento della popolazione è russofona - è anche il fallimento dei partiti europeisti, al potere dal 2009, a spiegare una svolta dagli effetti imponderabili.

È più incerta la situazione in Bulgaria, dove l'elezione di un nuovo presidente non significa automaticamente né elezioni anticipate né una nuova maggioranza parlamentare, benché le dimissioni dell'ormai ex premier Borissov potrebbero aprire la strada a un periodo di instabilità. Anche in Bulgaria la ricetta è stata la stessa di molti partiti populisti europei: no all'accoglienza dei profughi e fine delle sanzioni europee alla Russia. Si apre una fase delicata e piena di incertezze per Unione e Alleanza atlantica. Nel vecchio continente, ma anche in tutto il Medioriente dove anche la Turchia - Paese chiave dell'Alleanza atlantica - si è recentemente avvicinata alla Russia di Putin.

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