Bruxelles: il grande risiko delle nomine europee

I giochi per le nomine europee del 2019 sono partiti. Germania e Francia già lavorano per i posti chiave. Con l'Italia che rischia di rimanere fuori

flags in the European district of Luxembourg

Le bandiere dell'Unione Europea – Credits: chris-mueller/iStock

Anna Maria Angelone

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La punta dell’iceberg delle grandi manovre in corso per il rinnovo di tutti i vertici istituzionali nel 2019. È questa la sostanza del «caso Selmayr» aperto dal Parlamento europeo contro la nomina a Segretario generale di Martin Selmayr (per anni braccio destro del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker) e finito come una tempesta in un bicchier d’acqua.

Gli eurodeputati hanno condannato la promozione lampo di questo legale tedesco, personaggio molto controverso a Bruxelles, senza pretenderne la rimozione: così, è rientrata la minaccia di dimissioni anticipate di Juncker stesso e Selmayr resta sulla poltrona più potente degli eurocrati. Un posto che il 48enne di Bonn sognava dal 2015 quando lo lasciò l’irlandese Catherine Day, per un decennio domina incontrastata della macchina amministrativa europea al punto da essere ribattezzata “Catherine night and day”.

In quel frangente fu preferito Alexander Italianer, l’olandese al centro della recente polemica per la discussa selezione della nuova sede dell’Agenzia del farmaco europea ad Amsterdam, dimissionario a febbraio.

Con Selmayr, la Germania si assicura il controllo amministrativo della terza istituzione chiave dopo aver messo Klaus Welle al segretariato generale dell’Europarlamento ed Helga Schmid a quello del Servizio per l’azione esterna, la rete della diplomazia Ue.

I vertici da rinnovare

Insomma, si scaldano i motori per il prossimo ricambio delle "stanze dei bottoni" europee: si parte con il Parlamento europeo, seguono Commissione europea e Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Consiglio europeo, Banca centrale europea.

Un risiko iniziato già mesi fa quando, da più parti, si è tentato di rimettere in discussione la prassi degli "Spitzenkandidat": l’indicazione, prima delle elezioni, del candidato a Bruxelles da parte dei gruppi politici europei. In tal modo, lo schieramento politico che vince le elezioni esprime anche la presidenza dell’Esecutivo Ue.

Il metodo è stato seguito proprio con Juncker, votato dal PPE prima di avere la maggioranza alle europee del 2014. Ma questa sorta di "investitura democratica" non è mai piaciuta granché, visto che sottrae ai governi la libertà di comporre il puzzle delle varie caselle con accordi e alleanze all’uopo, seguendo anche la consuetudine dell’Ue: rappresentanza e alternanza di paese piccolo e grande, paese del Nord, del Sud e dell’Est. Quali gli scenari?

La variabile Angela Merkel

Tutto sembra dipendere da una variabile: che cosa farà Angela Merkel. Se la Cancelliera tedesca scegliesse di scendere in campo in Europa, lasciando un governo di coalizione nato zoppo, con tutta probabilità ritaglierebbe per sé un ruolo politico succedendo al polacco Donald Tusk alla guida del Consiglio europeo. Un passo che rimetterebbe in gioco la Bce, per la quale sembra in pole il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann.

Per il timone della Commissione europea, i popolari sembrano voler rispettare l’indicazione anticipata: candidature entro metà ottobre, voto al congresso di Helsinki il 9 novembre. La Francia ha un candidato naturale in Michel Barnier, due volte commissario europeo e oggi responsabile dei negoziati per la Brexit, ma a Emmanuel Macron (il cui partito non è apparentato con i grandi gruppi) piacerebbe incoronare Christine Lagarde, ora al Fondo monetario internazionale.

L’altro nome è Dalia Grybauskaite, presidente lituana con un passato a Bruxelles. Il vero superfavorito, però, sarebbe l’ex premier irlandese Enda Kenny: una scelta non casuale in tempi di divorzio da Londra. In casa socialista, la situazione è più confusa ma avrebbe chance l’ex premier danese Helle Thorning-Schmidt. Per i liberaldemocratici c’è un’altra danese, Margrethe Vestager, che sfida Google e Apple nei panni di capo dell’Antitrust Ue.

Il ruolo dell'Italia

E l’Italia? Di sicuro, parte in svantaggio per più motivi. Innanzitutto, oggi esprime tre cariche di primo piano: Mario Draghi alla Bce, Antonio Tajani al Parlamento europeo, Federica Mogherini come "ministro degli Esteri" dell’Ue. Difficile replicare. Non aiutano, poi, né il calo di consenso dei partiti tradizionali (con ricadute di peso interno nei gruppi europei), né lo stallo sul nuovo governo né l’incognita della reazione dell’Ue.

Ciliegina finale, Mario Nava designato presidente della Consob. Stando ai bene informati, la scelta del distacco crea imbarazzo a Bruxelles. In tali casi, si propende per dimissioni o aspettativa. Nava deve esercitare una vigilanza su società quotate e borsa autonoma dalla Commissione europea, pur restando formalmente dipendente distaccato. Una decisione avallata con disappunto a livello amministrativo che potrebbe farci pagare qualche scotto.

Per il resto, solo voci. Il centrodestra potrebbe guardare a figure come Roberto Maroni per la casella dell’immigrazione. Viceversa, il centrosinistra potrebbe giocarsi Pier Carlo Padoan per gli affari economici. Mentre il M5S potrebbe scegliere un esperto fuori o attingere in casa a Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente all’Europarlamento. Ma senza un governo saldo la strada è ancora più in salita. E l’Europa non aspetta.

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