Esteri

Molenbeek, nella tana dei terroristi

Il racconto di una giornalista italo-siriana inviata da Panorama nel quartiere dove sono nati e cresciuti i kamikaze di Parigi e Bruxelles

Asmae Dachan

Asmae Dachan

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Arrivo nella testa del serpente vestita alla mia maniera: foulard colorato intorno al capo, pantaloni neri e camicione. Ma qui piove e sono coperta da un impermeabile nero un po’ oversize.

Al collo ho sempre una cordicina su cui è attaccato il cellulare. Mi hanno insegnato a fare così, per non rischiare di restare senza.

Dove si è nascosto Salah
Quando parlo tutti capiscono che sono siriana: “Syria? Maskine”… poverina. E io capisco loro, sia che parlino arabo maghrebino o francese. Eccomi tra la gente di Molenbeek e di Schaerbeek, mentre in Italia si celebra la Pasqua, eccomi dove Salah Abdeslam e la cellula terroristica che a Bruxelles ha colpito aeroporto e metro si sono nascosti per mesi dopo la strage del Bataclan, a Parigi.

Orgogliosa del mio velo e del mio credo, sono qui per capire, ascoltare, parlare con la “mia gente”, che forse ha conosciuto gli attentatori, li ha cullati o sfiorati, e che oggi rischia di scontarne le colpe. Al primo tassista che incontro chiedo di portarmi a Molenbeek e lui, come se si sentisse coinvolto in un tragico tour dell’orrore, mi lascia in una strada anonima: “Ecco, quella è la casa dove si nascondeva Salah, il super ricercato” dice.

Scendo davanti a una saracinesca con scritte antiamericane: Ewled sharmuta, figli di…
Non vedo palazzoni squallidi dove, uno si immagina, si annida la criminalità, ma una casa dalla tipica architettura belga: piuttosto graziosa, tendine bianche alle finestre e nessun indizio che faccia pensare al covo di un terrorista. 
Forse a spiazzare tutti è stata proprio la banalità di quel nascondiglio, nel quartiere dove è nato e vissuto e dove ancora vive la sua famiglia, che in tanti conoscono, ma di cui nessuno ha voglia di parlare. Di fronte alla scuola,a pochi passi da lì, guardo genitori che accompagnano i figli.

 

Piangere, il giorno degli attentati
Sono tutti di origine straniera. Fermo una mamma, Zahra, capelli lunghi legati in una coda che si bagnano sotto l’ombrello sgangherato.

Le chiedo qualche informazione sul quartiere. Mi dice che hanno ritmi arabi e che prima delle 10.30 quasi nessun negozio è aperto, specie di venerdì e domenica. Mi invita in una sala da caffè marocchina, ha voglia di parlare. Racconta che il giorno degli attentati si è barricata in casa con i figli e lì ha passato la giornata a piangere, scioccata dal fatto che i terroristi sono figli dello stesso quartiere dove lei sta allevando i suoi piccoli.

Dice di non conoscere la famiglia di Salah, ma un’amica che frequenta un centro antiviolenza le diceva che pochi giorni prima dell’arresto la madre di Abdeslam sarebbe andata a chiedere aiuto per sé e peri figli, giurando che loro non c’entravano con quei crimini, che erano solo vittime di una vendetta. Zahra non sa indicarmi con esattezza il centro, ma mi scrive su un fogliettoi nomi di due strutture che conosce, dove qualcuno potrebbe sapere.

La sua amica non è rintracciabile. Forse, mi dice, è volata in Marocco. Il proprietario del locale si mostra insofferente per quel lungo colloquio e a un certo punto ci chiede di uscire. Ha sentito i nostri discorsi e non vuole guai.

Prima di congedarsi, Zahra mi lascia un suo contatto e mi dà indicazioni su un paio di moschee dove poter ascoltare il sermone del venerdì, il primo dopo gli attentati.

Mi saluta confidandomi la sua paura: “Amo questo quartiere, ma sta diventando un ghetto e dopo quello che è successo chi abita qui viene guardato come un terrorista”. Quando la saluto, mi prega di non dare a nessuno il suo numero di telefono. “Rabbi aienek, che il Signore sia con te” si congeda.

Il centro antiviolenza
Mi dirigo verso il primo centro antiviolenza che mi ha indicato. Anche qui scritte in arabo e francese e ovunque adesivi con la scritta “I love Molenbeek”. Sono molto accoglienti, credono che abbia bisogno d’aiuto, ma quando comincio a fare domande sulla mamma di Salah si chiudono e mi dicono che la dirigente è malata. Dicono, comunque, di non conoscerla. Stessa musica anche nel secondo centro: pure qui la responsabile è in malattia.

Piove fitto. Entro da un fruttivendolo indaffarato a sistemare i pomodori freschi e le insalate che sta scaricando il suo aiutante.
È disponibile a parlare con me, mentre un cliente, appena nomino gli attentati, lascia la spesa e se ne va.
Ahmed è nato a Molenbeek e ci vive da cinquant’anni. Qui ha studiato, si è sposato e ha avuto un figlio. È un maestro e il venerdì mattina, il suo giorno di riposo, aiuta la famiglia nel negozio di suo padre che serve al dettaglio, ma anche all’ingrosso per ristoranti e piccoli supermercati gestiti da anziani belgi e fiamminghi.

Amo questo paese
“Quando andavo a scuola io, le classi erano miste e noi maghrebini eravamo pochi. Così ho avuto la possibilità di diventare belga facendo mia la cultura di questo Paese, imparando ad amarlo e ad amare la sua gente. Poi c’è stato il boom migratorio degli anni Ottanta e Novanta, quando servivano braccia e in Marocco c’era solo disoccupazione. È stato allora che quartieri come Molenbeek, all’epoca quasi disabitati nella parte bassa, sono stati rianimati proprio da noi immigrati. Però non c’è stato nessun processo di integrazione. 
I figli dei migranti vanno sì nelle scuole belghe, ma in quelle per studenti di origine straniera. Insomma, hanno creato il ghetto. Così i ragazzi di oggi vivono sempre tra stranieri,a scuola e nei parchi parlano una lingua che è un ibrido tra arabo e francese e non hanno sviluppato il senso di appartenenza che avevano la mia generazione e quella di mio padre”.

Cittadini di Serie B
Ahmed pensa che in questo sentirsi cittadini di serie B bisognerebbe cercare la molla che spinge verso la criminalità.

“Non sono religiosi, non hanno mai pregato, per questo sparano e uccidono. Se non ci rendiamo conto che non è l’islam che li porta a delinquere, ma la droga e l’alcol in cui si buttano, non estirperemo mai le radici della loro violenza”.

Ahmed mi invita, con prudenza, a fare un giro di notte attorno alla stazione e alla metro per vedere gli spacciatori, tutti stranieri, che servono la clientela autoctona.

Mi suggerisce di entrare nei bar gestiti da immigrati dove si servono superalcolici e che sono frequentati da uomini tra i venti e i trent’anni, coetanei dei terroristi.

Chi non ha nulla da perdere
“Ascoltarli è sconvolgente, vai a sentire. C’è una generazione che crede di non avere nulla a che spartire con belgi o stranieri, che non ha nulla da perdere e per questo cede ai primi stimoli forti che incontra”. Poco prima di mezzogiorno arrivo alla moschea Al Khalil, dedicata al profeta Abramo. È un’ex fabbrica riconvertitaa luogo di preghiera, dignitosoe molto grande.

La moschea
Poche centinaia di metri più avanti, nella stessa via, c’è la casa dove è vissuto Salah.

Il custode mi chiede se voglio andare nel gineceo. Ma io sono lì per vedere l’imam. Alla spicciolata arrivano i colleghi dei grandi network internazionali. Su tutte le vetrate è affisso un duro comunicato che condanna il terrorismo e sconfessa gli autori degli attentati. Tutti, uomini e donne in spazi separati, pregano. Intanto l’imam Mohamed Tojgani legge versetti del Corano che promettono il castigo eterno a chi annienta vite innocenti. Esprime solidarietà alle vittime e annuncia che la comunità islamica sarà ai funerali e che dalla moschea partirà un corteo contro il terrorismo. 

E Salah? Gli chiedo dopo. “Qui non si è mai presentato, né prima né dopo gli attentati. Se fosse venuto, wallah, giuro su Allah che lo avrei denunciato, perché questo ci insegna la fede, a denunciare chi commette crimini e punirlo per i suoi errori. Quel terrorista è stato descritto come uno che beve, che si droga. Che cosa ha a che spartire con la religione? 
Dovrebbe cambiare nome: Salah significa “bene” e Abdessalam significa “adoratore di colui che è la pace” e lui non è nessuna delle due cose”.

E ancora: “I suoi complici, quelli che lo hanno armato e poi nascosto, devono pagare; non può pagare la comunità per loro. Le moschee educano al rispetto, alla legalità, alla fratellanza. L’islam è in Belgio dagli anni ’50, abbiamo ottimi rapporti con le autorità e la gente del posto. Non siamo predicatori di odio, ma seminatori di cultura. Però questi ragazzi non sono venuti dal nulla con la cultura dell’odio. Sono nati e vissuti qui, quindi bisogna indagare sulle ragioni del fallimento sociale e culturale che li ha fatti diventare terroristi”.

Forse noi musulmani non condanniamo abbastanza il terrorismo, dico. “Sono mujremin, criminali; noi siamo belgi, amiamo questo Paese che ci ha accolti e lo difendiamo con la vita. Siamo figli di una cultura della tolleranza e della convivenza che abbiamo ereditato dal Marocco, dove cristiani, ebrei e musulmani vivono in pace. Da religioso punto il dito contro chi sporca il nome di Allah e dell’islam per darsi una parvenza di credibilità”.

Una vittima, la maestra
In moschea, proprio in quegli attimi, arriva la conferma che una delle insegnanti della scuola del quartiere, Loubna Lafkiri, è stata identificata tra le vittime della metro. Lascia tre figli e centinaia di bambini della comunità a cui per anni ha insegnato ginnastica e nuoto. La descrivono come una donna solare, controcorrente, che aveva portato un vento di freschezza tra le donne islamiche.

Mariam, Maghnia, Jamila, alcune delle educatrici della moschea che stanno organizzando veglie per le vittime, sono sconvolte: “Se i terroristi fossero stati stranieri ci avrebbe fatto meno male. Questi sono figli che uccidono chi li ha accolti. Possibile che i genitori non si accorgano di nulla quando i loro ragazzi prendono brutte strade, che cosa pensano quando tornanoa casa pieni di soldio fanno viaggi sospetti?”. 

Mi congedano in un delizioso francese: “Ci dispiace per il tuo popolo”. 

Rispetto
Decido di infilarmi in uno dei bar di cui in tanti mi hanno parlato. È quasi il tramonto, nel quartiere vecchio che a quell’ora sembra un tradizionale suq in fermento. 

Non è il Bronx che mi sarei aspettata, ma un’antica medina araba che araba però non è. 

L’arabo e l’italiano
Morad e Yussef mi spiegano i linguaggi in codice che usano i veri uomini del quartiere. “Poche parole, gesti e sguardi bastano per avere rispetto”. I due ragazzi, 23 e 28 anni, sono un marocchino e un catanese. Ma Giuseppe, nel quartiere ormai arabizzato, per tutti è Yussef. “Negli anni dopo la guerra” racconta “a Molenbeek gli immigrati eravamo noi italiani, poi sono arrivati gli arabi. 

La mentalità è simile. Siamo duri, con noi non bisogna discutere troppo”. Passo dall’arabo al francese all’italiano senza neanche accorgermene. Di cose da ascoltare in quel bar, dove non si può fumare, ma i giovani bevono come spugne, ce ne sono. 

Dopo un’ora e mezza di chiacchierata loro stessi mi suggeriscono di uscire. Ovviamente nessuno dei due ha mai conosciuto i terroristi né ha nulla a che spartire con loro. Ma sanno di clienti che “frequentano i loro ambienti”e che non si fanno troppe remore a parlare pubblicamente di loro. 

Hanno vissuto indisturbati qui vicino
“Hanno vissuto indisturbati a qualche decina di metri da qui” dice Morad “e anche se non fossero mai usciti di casa, qualcuno ha portato loro da mangiare, da bere, medicine e altro. È logico che abbiano una rete di coperture e che le famiglie sappiano”. Aggiunge Yussef: “Anche gli uomini di potere sanno, te lo dice un siciliano cresciuto in un quartiere governato dalla mafia. Questi sono protetti dalla politica e dai servizi segreti”. 

Attorno al nostro tavolo si radunano diverse persone. Mi dicono di uscire tranquillamente e di non temere, perché garantiscono loro e nessuno toccherebbe una donna, specie se è “una sorella”. Sarà, ma l’aria si è fatta pesante ed è meglio mimetizzarsi tra la gente. 

Poco più in là un macellaio, il primo civile “armato” che vedo, coi suoi coltelli ben affilati, mi dice che sono matta a fare domande sugli attentati e mi invita a lasciare subito il suo negozio. 

Si ritira dietro al bancone, devo averlo spaventato. Davanti al negozio c’è un cliente che mi guarda in cagnesco e mi grida khaiba, cattiva.È meglio non restare troppo lì. 

Il sarto
Non lontano c’è un sarto che ha la bottega vicino alla casa del fratello di Salah. Cuce abiti da cerimonia per donne marocchine. Il suo negozio, aperto negli anni 90, è un trionfo di colori, perline, pizzi e veli colorati con cui ha vestito spose maghrebin e, ma anche donne belghe innamorate dei colori del Nordafrica. Mi allunga uno sgabello: “ Tafaddali binti, accomodati figlia mia”. 

Mi racconta che negli ultimi anni ha percepito un cambiamento radicale nel quartiere, dove si sono diffuse tra i giovanissimi violenza, droga e alcol. 

Spesso è stato costretto a consegnare i suoi incassi a ragazzi armati di coltello. “Io sono un hajji, ho fatto il pellegrinaggio alla Mecca e anche se non ho studiato amo la mia religione. I criminali che vengono armatia derubarmi mi dicono, con l’alito che puzza di alcool, che così Allah mi proteggerà. Sono maledetti bugiardi, non devono pronunciare il nome di Allah per mascherare i loro crimini. Bruceranno al jahannam, all’inferno…”. Lui non conosce nessuno della famiglia di Salah, ma dice che trai ventenni e quarantenni della zona molti li conoscono. 

I giovani verso la Siria e l’Iraq
Da Molenbeek e da altri quartieri, racconta Abu Ilyas, un anziano maghrebino che trovo seduto mentre dà da mangiare ai piccioni, negli ultimi tre anni sono partiti tanti giovani per la Siria e l’Iraq. 

“Non sanno nulla di quei Paesi, di che cosa stia davvero accadendo, ma arruolarsi li fa sentire parte di un progetto di lotta per valori comuni. Così si lasciano stregare e si vendono. Sì, perché quelli che li adescano li pagano e loro sono nell’età più vulnerabile”. 

Tira fuori un fazzoletto dalla tasca e si asciuga le lacrime. A testa bassa mi racconta che due dei suoi nipoti sono partiti. Uno, 18 anni, è morto in Siria; dell’altro, 29, non ha più notizie.

“Noi li abbiamo cresciuti in famiglie modeste, ma timorate di Dio. Quando siamo andati via dall’Algeria ci siamo lasciati alle spalle decenni di morte e violenza. Volevamo per loro la pace e un futuro felice. E invece… Sono decine i ragazzi partiti e per le loro famiglie sarebbe meglio se fossero morti”. 

I terroristi nascosti
A Schaerbeek l’autista mi lascia davanti alla casa dove si sono nascosti per lungo tempo i due kamikaze, i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakroaoui. Anche questa sembra una palazzina insospettabile, elegante, in un quartiere residenziale.

C’è una signora piuttosto attempata che pulisce i vetri in uno degli appartamenti al piano terra. Le faccio cenno che vorrei parlarle, ma scuote la testa e chiude subito le tendine. Questa è la zona medio-borghese e, risalendo dalla Gare de Schaerbeek verso il centro, si attraversa la parte più nobilee benestante. 

Nella zona araba del quartiere, non vicinissima, incontro Abdul, 25 anni, che si lascia avvicinare e mi dirotta in una caffetteria. Anche lui mi chiede che cosa ci faccia lì una siriana da sola.

Si fanno chiamare imam
Poi comincia a raccontare. Di coetanei che ha conosciuto, che avevano un lavoro dignitoso, alcuni anche laureati, e che hanno cominciato a cambiare frequentando strani giri. 

Ed ecco il suo racconto: “Non è gente da moschee questa. Vanno a donne e gestiscono giri di droga in tutto il Belgio, però si fanno vedere in pubblico con uomini barbuti che si fanno chiamare imam e che si ergono a guide spirituali. Per un periodo ho seguito le loro lezioni. Oltre a istruzioni sul look da tenere, barba lunga e pantaloni sopra il malleolo, ci facevano sentire che tutto era haram, peccato. Non solo le sigarette e la musica da discoteca, ma anche avere amici occidentali, pagare le tasse ai non musulmani, fare il servizio militare in un corpo non islamico. Ma quel che è peggio, ci raccontavano che tutti ci odiavano. Così anch’io cominciavo a sentirmi ostile verso i non arabi e i non musulmani. Ci facevano vedere immagini dei nostri fratelli ad Abu Ghraib e Guantanamo e ci dicevano delle donne musulmane stuprate dagli occidentali in Iraq e Afghanistan. Ho persino pensato di diventare kamikaze. Poi però ho aperto gli occhi. Quegli stessi predicatori usano droghe e vanno con donne che pagano. Bevono e sono loro che gestiscono il business. Che cosa c’entra tutto questo con la religione? Davvero non me lo spiegavo più. Ho rinunciato ai soldi che mi davano e, con non pochi problemi, mi sono allontanato”. 

Gli chiedo se ha mai denunciato. Abdul risponde di sì e di essere stato anche minacciato per questo, ma non so se è la verità. In un altro bar il titolare mi dice che è disarmato e che ha paura. Sa che il suo locale è frequentato da malavitosi, ma non può farci nulla e se chiude non sa di che campare. 

Mi dà la chiave del bagno, al piano inferiore, anche se non gliel’ho chiesta. Mi dice di osservare senza farmi notare le persone sedute ai tavoli nel seminterrato. Uomini che fumano, che cosa non lo so, ma è qualcosa che puzza. Bevono e discutono animatamente in una lingua che è un misto tra berbero e francese. 

Mi notano, faccio finta di usare la toilette, ma non mi sento tranquilla e risalgo. Il barista dice che qualche volta la polizia entra, arresta, placa risse. Ammette di pagare una sorta di pizzo per lavorare tranquillo. 

Freddo nel cuore
Poi chiama per me un taxi. “Ma’a salamah, vai in pace” mi dice. Vado, vado, ma ho freddo nel cuore. 
Lascio Schaerbeek quando ormai è notte, con la sensazione che non è solo nel buio che i terroristi si muovono. Rivedo tutti i volti delle persone con cui ho parlato, ho letto dolore e sincerità negli occhi di alcuni, troppa doppiezza nello sguardo di altri. 

Alcuni non sanno davvero come riprendere le loro vite, altri forse conoscono molto più di quello che hanno detto, e non sempre sono stati sinceri. Ho parlato arabo in questi giorni, mi hanno chiamata sorella, figlia, ma non mi sono sentita a casa. Si è come sospesi in un limbo senza identità e senza futuro. 
Mi domando: vivrei qui con i miei figli? No che non ci vivrei.

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 14/2016 di Panorama, in edicola giovedì 31 marzo 2016)

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