Bruxelles, il giorno dopo gli attentati

Flop degli apparati di sicurezza, improvvisazione dei terroristi, implosione del tessuto sociale belga: il punto dopo l'attacco

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

A ventiquattr’ore di distanza dal duplice attentato che tra le 8 e le 9 di martedì 22 marzo ha sconvolto Bruxelles provocando oltre 30 morti e 250 feriti, emergono alcuni dati che consentono di fare parzialmente luce sulle modalità dell’azione e chiariscono in modo definitivo il fallimento totale del sistema di sicurezza belga.

 All’aeroporto di Zaventem hanno agito tre terroristi. Le loro immagini sono state riprese dalle telecamere del check-in dell’aerostazione mentre spingevano tre carrelli sui quali erano poggiati vistosi borsoni neri. Due dei soggetti inquadrati si sono immolati come kamikaze ai cancelli dell’American Airlines, mentre il terzo – che non si è fatto esplodere non si sa se per il malfunzionamento dell’innesco o se per un ripensamento dell’ultim’ora – è scappato ed è ancora in fuga.

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La “superficialità operativa” dei terroristi
I tre terroristi sono stati riconosciuti da un tassista che ha riferito di averli trasportati insieme all’aeroporto di Zaventem. Questo è il primo dato operativo interessante per analizzare la dinamica e i retroscena dell’attentato. In primo luogo è molto strano che gli attentatori si siano recati sul posto dell’operazione usando un unico taxi a bordo del quale hanno caricato tutto illoro armamentario. Ma questo non è l’unico elemento che deve far riflettere. Non solo il tassista li avrebbe potuti riconoscere (come poi è avvenuto) ma, soprattutto, l’intero commando sarebbe potuto incorrere in un controllo occasionale della polizia. Usare un taxi per un’operazione clandestina è già strano e sintomo di superficialità operativa, ma andare tutti insieme sul luogo dell’attentato è veramente da incoscienti pasticcioni.

 

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Evidentemente gli attentatori non disponevano di almeno tre automobili con complici-autisti con le quali recarsi – con percorsi diversi per ostacolare eventuali pedinatori – sul posto dell’azione. Quello che stupisce ancora di più è che non abbiano pensato neanche di usare almeno tre taxi diversi per raggiungere separati l’aeroporto in condizioni di maggiore sicurezza. Forse non avevano denaro sufficiente o erano semplicemente dei dilettanti votati alla morte?

 Anche gli ordigni, dalle prime analisi, appaiono molto rudimentali: tre sacche riempite di esplosivo – forse polvere pirica – e chiodi. All’aeroporto con due bombe sono morte “solo” 11 persone colpite in un ambiente chiuso e affollato. Se i terroristi avessero avuto a disposizione il micidiale semtex (esplosivo al plastico, ndr), il bilancio sarebbe stato “iracheno”, con decine di vittime per ogni bomba.

 L’indisponibilità di mezzi da trasporto, di autisti e di uomini di supporto operativo e di scorta induce a ritenere che il “gruppo di fuoco” che ha agito all’aeroporto non sia parte di una grossa e bene organizzata formazione clandestina.

Dell’attentatore della metropolitana di Maalbeek non si sa nulla. È stato fatto in mille pezzi dall’esplosione che ucciso 20 passeggeri ferendone più di un centinaio. Anche in questo caso l’ordigno si è rivelato parzialmente micidiale perché rozzamente riempito di viti e chiodi.

 

Quattro terroristi in azione, quindi, senza alcun gruppo di supporto operativo. È vero che hanno insanguinato Bruxelles e impaurito tutta l’Europa, ma forse sono più isolati di quanto si pensi.

 

Il caso Molenbeek e la latitanza di Salah Abdeslam
Per quanto riguarda il comportamento delle autorità belghe e dei responsabili della sicurezza, non si può non convenire con quanto dichiarato da Gilles Kepel in un’intervista rilasciata oggi, mercoledì 23 marzo, al quotidiano La Repubblica. Lo studioso di Islam ha sostenuto che per quanto riguarda il suo assetto sociale e le sue politiche di sicurezza interna “il Belgio deve considerarsi uno Stato fallito”.

 

Non può che essere fallito uno Stato che lascia crescere dei mostri sociali come il quartiere di Molenbeek, e poi non si dimostra minimamente capace di esercitare non solo un controllo di legalità spicciola (nel quartiere in cui è forte la presenza della comunità musulmana le forze di sicurezza raramente mettono piede) ma la cui polizia consente a Salah Abdeslam, uno degli attentatori delle stragi di Parigi del 13 novembre 2015, di soggiornarvi comodamente da latitante per quattro mesi, salvo poi essere arrestato per una soffiata occasionale in un “covo” situato a 400 metri da casa sua.

Pochi giorni prima dell’arresto di Abdeslam, sempre a Molenbeek quattro investigatori, due belgi e due francesi, sono rimasti feriti durante le ricerche del super ricercato. Si sono recati in un appartamento ritenuto un “covo freddo” – cioè abbandonato – e senza alcuna precauzione e senza “perdere tempo” con qualche ora di prudente osservazione preventiva hanno semplicemente suonato il campanello come avrebbero fatto dei postini nel consegnare una raccomandata. Un attimo dopo sono stati investiti da una raffica di colpi di Kalashnikov, mentre due terroristi – tra cui lo stesso Abdeslam – si dileguavano uscendo dalle finestre posteriori dell’appartamento, ovviamente non sorvegliate.

Gli errori del Belgio
Il Belgio ha una pluralità di polizie che non collaborano e non dialogano tra di loro anche per le differenze etnico-linguistiche di un Paese “simbolo” dell’unità europea ma drammaticamente diviso al suo interno e percorso in permanenza da spinte secessioniste. Fiamminghi, valloni e olandesi per usare un eufemismo non si “apprezzano a vicenda” (in realtà si odiano) e questo problema si riflette anche a livello istituzionale. I codici sono iper-garantisti e sembrano studiati per un ipotetico “Paese dei campanelli” nel quale alla polizia è vietato di compiere perquisizioni nelle case dalle 23 alle 5 del mattino, evidentemente per non disturbare i bravi cittadini.

Quando questi, poi, diventano terroristi è chiaro che approfittano ampiamente di spazi di libertà studiati e approvati per congiunture storiche e sociali ben diverse da quella attuale. Spazi di libertà che consentono a un terrorista pluriomicida come Salah Abdeslam di scegliersi come avvocato Sven Mary, uno dei più famosi penalisti del Belgio, e a quest’ultimo di fare dichiarazioni che forse hanno accelerato i tempi degli attentati del 22 marzo.Il legale, dopo aver assunto l’incarico, forse allo scopo di allontanare l’estradizione del suo assistito verso Parigi si è affrettato a dichiarare che il cliente aveva cominciato a “cantare”. La notizia potrebbe aver, se non determinato, quantomeno accelerato l’esecuzione degli attentati. Per quanto improvvisati, i suoi complici si sono forse resi conto che con le sue dichiarazioni avrebbero potuto far muovere in tempo anche l’ineffabile e inefficiente polizia belga.

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