Paolo Papi

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«Dopo gli attacchi simultanei e coordinati avvenuti a Parigi nel 2015, gli  attentati di Bruxelles stanno a dimostrare che è l'Europa intera a essere in questo momento sotto attacco. I grandi scali della mobilità urbana, le piazze, i centri dell'aggregazione e del divertimento: non c'è luogo pubblico dove ad oggi possiamo sentirci al sicuro. Ed è proprio questo il messaggio che i terroristi vogliono lanciare».

Giulio Vasaturo, criminologo ed esperto di terrorismo interno ed internazionale per l'Università Sapienza di Roma, non ha dubbi. Gli attacchi che hanno colpito al cuore la capitale belga sono la prova, semmai ve ne fosse stato bisogno, che è nel cuore delle periferie degradate delle metropoli europee, più che tra i migranti che premono alle porte dell'Europa,  che è più forte il pericolo del fondamentalismo islamico. 

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«I terroristi non sono stranieri, ma cittadini europei a tutti gli effetti, immigrati di terza generazione che si sono radicalizzati nelle periferie delle nostre città, come la stessa Molanbeek, la zona di Bruxelles dove è cresciuto ed è tornato a nascondersi lo stesso Salah Abdeslaam.  Tutto questo dovrebbe farci capire anche che la vulgata per la chiusura delle frontiere non è certo la soluzione all'enorme problema di sicurezza che abbiamo davanti: i pericoli vengono oggi dal cuore delle nostre metropoli, non dall'esterno». 

Chi sono  questi militanti che uccidono nel cuore delle capitali europee?
 Sono figli e nipoti di immigrati di fede islamica che non si riconoscono come cittadini delle Nazioni dove vivono, che vivono spesso di espedienti e che sono nati e cresciuti in aree urbane dove fermenta l’humus antioccidentale. Sono loro le facili prede della propaganda fondamentalista. Ed è lì che bisogna intervenire, anche - come abbiamo fatto noi nel periodo del terrorismo interno - con un più efficace controllo del territorio sia a livello di prevenzione che di repressione 

Quanto c'entra il fattore religioso? 
C'entra e non c'entra. Per i terroristi cresciuti in Europa il fondamentalismo religioso è spesso un pretesto, più o meno consapevole, per manifestare una forma di rifiuto apocalittico ma anche politico di una società che, pensano, tende a espellerli, rifiutarli o a ghettizzarli.  È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi

C'è un problema più specifico di Bruxelles?
Certo. Dopo gli attacchi di Parigi la capitale belga era fortemente presidiata dalle forze di sicurezza. Eppure hanno colpito ancora. Questo dimostra che a Bruxelles non c'è solo una cellula, ma una vera e propria rete che le autorità in questi mesi non sono riusciti a smantellare. Come dimostra il caso di Salah, che si è nascosto per mesi nel suo quartiere, Molanbeek, godendo di complicità diffuse ma anche finendo per essere tradito da un cittadino che viveva vicino al covo e che ha informato le forze dell'ordine

 Il rischio è reale anche in Italia?
Non sono noti rischi specifici. C’è semmai un rischio generalizzato in tutta l'Europa. Ed è chiaro che da questo punto di vista la mobilitazione dovrebbe essere corale, comunitaria. Sarebbe necessario che l'Europa cogliesse l'occasione, dopo quest'altro sangue versato, per  creare una task force comune e organica interforze di intelligence per fronteggiare un rischio che ormai non è più nazionale.

 Quanto c'entra, con questi attentati, quello che accade in Medioriente?
Ogni conflitto, ogni guerra fornisce riferimenti identitari a chi magari, di suo, ne ha pochi. Quello che succede in Iraq e in Siria contribuisce indubbiamente a favorire la coesione di queste reti già presenti nelle nostre città. Ma favorisce anche, all'inverso, il flusso dei foreign fighters europei verso la Siria. Occorrerebbe, come abbiamo fatto noi nel periodo del terrorismo rosso, più controllo del territorio, unito alla capacità di usare le nuove tecnologie per smantellare queste reti. 

Ma lei pensa che l'Isis, come organizzazione, sia in grado di organizzare dalla Siria tutti gli attentati che accadono sul suolo europeo?
Il fatto che ogni combattente possa appropriarsi della bandiera dell’Isis  è l’emblema della estrema flessibilità e impalpabilità di questa organizzazione che non conosce - a differenza nostra - burocratismi né verticismi. Non stiamo parlando tanto, per spiegare lo spontaneismo armato delle periferie urbane, di cellule organizzativamente collegate con i vertici dell'Isis. Possono essere collegate ideologicamente, come riferimento identitario. E del resto, per realizzare un attentato, bastano pochi soldi e la volontà omicida e suicida. È impensabile ritenere che Al Baghdadi organizzi tutto da Raqqa. 

Come ci dobbiamo comportare noi cittadini normali di fronte a questi rischi?
Se possibile, anche se è difficile, non cambiando il nostro stile di vita. È quello che vogliono i terroristi. È quello che dobbiamo evitare. 

 

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