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Brexit: il dilemma britannico

Il 23 giugno gli elettori inglesi decideranno se il Regno Unito dovrà continuare a far parte dell’UE. Vincerà il populismo o l’Europa?

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Una sostenitrice della Brexit in una manifestazione a Londra, 19 febbraio 2016 – Credits: NIKLAS HALLE'N/AFP/Getty Images

Fra pochi giorni, il prossimo 23 giugno, gli elettori inglesi decideranno se il Regno Unito dovrà continuare a far parte dell'Unione Europea oppure tornerà allo splendido isolamento garantito dalla sua condizione isolana. C'è un antico detto che contribuisce a spiegare l'atteggiamento che da secoli gli inglesi hanno nei confronti dell'Europa: "Tempesta sulla Manica. Il Continente è isolato".

Il voto del 23 giugno potrebbe scatenare la "tempesta perfetta" che, secondo tutte le previsioni, provocherà, se vinceranno i "Leave" (i fautori del distacco), danni irreparabili sia alla Gran Bretagna che a quel che resterà dell'Unione Europea. Tutti i sondaggi parlano di un inquietante testa a testa tra i "Leave" e i "Remain" (i favorevoli alla permanenza nell'UE).

Quali che siano i risultati del voto, la campagna referendaria, tutta giocata sulle emozioni e sulla disinformazione, ci consegnerà un dato col quale sia il governo di sua Maestà che la Commissione di Bruxelles dovranno fare i conti: la metà dei cittadini inglesi teme più l'invasione degli “stranieri” che la recessione economica.

Infatti, il tema centrale della campagna sulla Brexit non è stato focalizzato sui difetti, evidenti a tutti, della governance europea, tutta in mano a burocrati e tecnocrati che resistono ostinatamente ai tentativi della politica di tenerli sotto controllo, né si è evocato il pericolo di un’Europa a guida tedesca, al quale gli inglesi sono ovviamente molto sensibili dopo due guerre mondiali. Niente di tutto questo.

Il tema dell'immigrazione

Il tema centrale è stato quello dell'immigrazione, non quella clandestina dei migranti asserragliati a Calais in attesa di trovare un passaggio per Londra, ma quella intracomunitaria, quella garantita dal Trattato di Schengen che stabilendo la “libera circolazione delle persone e delle merci” all'interno dell'Unione ha plasmato l'Europa dei nostri giorni in modo più incisivo di quanto abbia fatto la moneta unica.

Gli inglesi sono, per consolidata tradizione, diffidenti nei confronti degli “stranieri” ritenuti, tutti indistintamente, incapaci di comprendere e di assimilare le complesse sfumature del carattere britannico e, quindi, difficilmente accettabili come vicini di casa e meno che mai come concittadini.

Per questo i fautori del “Leave” ritengono che il distacco definitivo dall'Unione possa fermare il flusso di quei 180.000 cittadini europei che ogni anno si trasferiscono per motivi di studio o di lavoro nel Regno Unito. Gli isolazionisti si rifiutano però di guardare in faccia la realtà.

È vero, infatti, che le centinaia di migliaia di stranieri di provenienza europea assorbono significative energie economiche destinate al welfare inglese, ma è altrettanto vero che la comunità degli espatriati svolge ormai un ruolo fondamentale in tutti i settori dell'economia, non soltanto nei servizi a basso reddito ma anche in campi sofisticati come l’alta tecnologia, la City, la medicina, la ricerca scientifica, conquistando ormai un carattere di indispensabilità sociale ed economica di tutto rispetto.

I propagandisti del “SÌ” all'uscita dall'Unione si guardano bene dall'ammettere che la Gran Bretagna è assolutamente dipendente da questa emigrazione di lavoratori di alto livello culturale e professionale, ma tentano di instillare nella pubblica opinione l'idea del tutto sballata che con la vittoria dei “Leave” i migranti che attualmente lavorano nel Regno spariranno come nebbia al sole.

La realtà, nascosta dalla propaganda anti-UE, è che in caso di vittoria del “SÌ” diventerà semplicemente più difficile, burocratico e costoso fare in modo che i lavoratori europei rimangano al loro posto, mentre si aggraverà la posizione dei 430.000 inglesi che al momento lavorano in Europa fuori dai confini del Regno.

Per fomentare le paure dell'elettorato i propagandisti del “SÌ” hanno evocato anche il “pericolo turco” sostenendo che l'adesione della Turchia all'Unione sarebbe ormai alle porte e che quindi l'Inghilterra si dovrà aspettare di accogliere almeno 100.000 emigrati turchi all'anno.

I rischi per l'Europa

Insomma, la campagna sulla Brexit si basa più sulle emozioni che sulle riflessioni, secondo un trend che ormai dall'America all'Europa privilegia il populismo e la demagogia spicciola sull'analisi delle idee e delle proposte.

Un passo politicamente ed economicamente devastante per tutta l'Europa verrà compiuto tra nove giorni se la metà degli elettori inglesi che, stando ai sondaggi, sembrano propendere per il “SÌ” si dovesse rivelare maggioranza nelle urne dopo essersi fatta convincere da argomentazioni spudoratamente false (“I parlamentari europei non sono eletti dal popolo”) o grossolanamente qualunquiste (“Liberiamoci dagli stranieri che sono tutti uguali”).

Visto che i sondaggi spesso si dimostrano sbagliati, e che secondo una rilevazione molto più ampia delle interviste telefoniche condotte dai giornali commissionata - come riportato da Federico Fubini su Il Corriere della Sera - da un gruppo di banchieri della City a un grande istituto di ricerca demoscopica, indica una prevalenza dei “Remain”, c’è da sperare che la sera del 23 giugno l'Europa, con tutti i suoi difetti, resti ancora in piedi.

Se così accadrà, è sperabile che Bruxelles sappia comunque tener conto del disagio manifestato dai cittadini di Oltremanica che chiedono, non a torto, che i flussi migratori, sia intracomunitari che extracomunitari, vengano governati e non subiti perchè lasciati al caso da una burocrazia e da una politica dell'Unione percepite, non solo dagli inglesi, come distanti e distaccate dai problemi reali del Vecchio Continente.

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