Esteri

Brexit? L'Europa ha ben altri problemi

Le dimissioni di altri due ministri-chiave del governo May mettono a nudo il rapporto inadeguato fra Europa e Stati membri

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Vittorio Emanuele Parsi

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Hard o soft? No, non si tratta dell'eterna competizione tra pornografia ed erotismo, ma della battaglia sulla Brexit che sta lacerando l'establishment conservatore britannico.

In gioco c'è molto di più delle modalità di attuazione della secessione britannica dall'Unione: c'è la visione di un Paese e il futuro della sua classe dirigente.

Theresa May è riuscita a galleggiare fin troppo a lungo, considerate le modeste doti di carisma, leadership e personalità. Soprattutto non è riuscita ad apparire convincente la sua strategia di ridurre al minimo le conseguenze di un voto, quello sul leave, che appariva ogni giorno di più a lei e a settori crescenti consistenti del Partito conservatore un azzardo e un errore forse fatale per il futuro del Regno Unito.

A rischio c'è infatti lo storico rapporto tra i Toriese l'establishment della city, preoccupato delle conseguenze per la rottura con la Ue.

Del resto, che quello tra Londra e Bruxelles fosse stato un matrimonio di interesse, dettato da tutt'altro che un'incontenibile passione reciproca, era ben noto e non può stupire che siano state proprio le questioni di portafoglio ad animare le montanti tensioni interne all'élite d'Oltremanica.

Le accuse che i dimissionari David Davis e Boris Johnson, rispettivamente ministro per la Brexit e titolare del Foreign Office, hanno rivolto al premier sono quelle di aver "soffocato un sogno" e di stare apparecchiando per il Regno, con la sua soft Brexit, un futuro da "colonia dell'Europa".

Rimane il fatto che, a forza di lavorare di lima sulle modalità del divorzio, effettivamente si stava palesando il rischio per i sudditi della regina di ritrovarsi "cornuti e mazziati": fuori dall'Unione ma di fatto ancora vincolati dai suoi regolamenti, sui quali oltretutto non avranno più alcun diritto di metter bocca. Una beffa, per un movimento che voleva ripristinare la sovranità del Parlamento di Westminster.

Sullo sfondo di un Atlantico sempre più largo, si pensi alla guerra dei dazi tra Usa e Ue, alle tensioni interne alla Nato, ai rapporti con la Russia, si profila così l'ennesima incertezza di una rottura traumatica tra l'Unione e la Gran Bretagna. Un fatto che desta preoccupazioni anche al di qua della Manica.

La Ue sta già pagando un prezzo consistente alla secessione britannica, che l'ha privata di un giocatore fondamentale nel riequilibrio della preponderanza tedesca.

Berlino è in crescente difficoltà nell'esercitare il ruolo, fin qui ricoperto con molto profitto, di "egemone riluttante", capace di mantenere una presa ferrea sui dossier (economicie finanziari) di maggior interesse egoistico e restando defilata sulle scelte più complicate.

Complessivamente, è proprio la gestione delle sfide provenienti dall'esterno (dai migranti a quelle sulla sicurezza, dalla deriva trumpiana della posizione americana alla nuova assertività russa e cinese), il vero limite che la Ue sta dimostrando e che mette impietosamente in luce l'inadeguato e precario equilibrio interno tra le istituzioni europee e i governi degli Stati membri.

Ovvio che Bruxelles non abbia nessuna voglia di confrontarsi con un esecutivo londinese ancora più incattivito o più debole su una vicenda così piena di incognite e insidie come la Brexit.

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Panorama in edicola il 12 luglio 2018)

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