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Brexit, la Gran Bretagna dice addio alle leggi dell'Europa

Ecco cosa cambia dopo l'approvazione del decreto che abolisce sul suolo britannico la validità delle norme di Bruxelles

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Stefano Graziosi

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Il divorzio tra Londra e Bruxelles si avvicina. Qualche giorno fa, il ministro britannico per la Brexit, Steve Barclay, ha formalmente smantellato l’European Communities Act del 1972, la norma che sanciva l'incorporazione da parte del Regno Unito della legislazione europea. In particolare, la sua abolizione entrerà in vigore il prossimo 31 ottobre: quando, cioè, Londra dovrebbe svincolarsi definitivamente da Bruxelles. Una separazione che non è ancora esattamente chiaro se avverrà con o senza un accordo.

La situazione, per ora, resta in bilico. Non è un mistero che il neo primo ministro britannico, Boris Johnson, abbia sempre accarezzato l’idea di una hard Brexit. Pur mantenendo magari una linea meno netta rispetto al leader euroscettico Nigel Farage, l’ex ministro degli Esteri ha spesso contestato l’approccio morbido adottato da Theresa May nei negoziati con Bruxelles. Non sarà del resto un caso che, nella sua prima conferenza stampa da premier, Johnson si sia detto aperto verso la possibilità di un accordo, pur rifiutandosi di escludere l’eventualità di una hard Brexit e facendosi portavoce in tal modo degli auspici dell’ala più dura del Partito Conservatore.

Quel che è certo è che tuttavia al momento di definito ci sia ben poco. E, anzi, si registrano già le prime guerre intestine. Domenica scorsa, il Sunday Times ha pubblicato un documento riservato del governo, in cui sono state delineate delle previsioni su che cosa possa accadere in caso di un’uscita senza accordo dall’Unione Europea. In particolare, si parla di una lunga paralisi dei porti britannici, oltre a carenze di cibo e medicinali: insomma, uno scenario potenzialmente da incubo. Il fatto che il documento sia trapelato ha irritato non poco Downing Street. E, intanto, già circolano le ipotesi di un complotto, volto a mettere deliberatamente i bastoni tra le ruote alla linea del premier.

Del resto, che ci siano malumori all’interno dello stesso Partito Conservatore è cosa nota. Pochi giorni fa, l’ex cancelliere dello Scacchiere britannico, Philip Hammond, ha attaccato Johnson, accusandolo di voler far deragliare ogni possibile intesa con Bruxelles, avanzando apposta delle richieste irricevibili. In tal senso, Hammond ha invocato un intervento del Parlamento, per evitare possa verificarsi una Brexit senza accordo. Dall’altra parte, tra i laburisti, anche Jeremy Corbyn è sul piede di guerra e si è detto pronto a fare qualsiasi cosa pur di scongiurare l’eventualità di una hard Brexit: anche un voto di sfiducia contro il primo ministro. E, nel frattempo, le ipotesi di maggioranze trasversali a Westminster continuano a rincorrersi.

Johnson, dal canto suo, ha finora seccamente respinto le accuse di coloro che definisce “disfattisti”, sottolineando che il prossimo 31 ottobre la libera circolazione delle persone cesserà. Un annuncio, secondo gli analisti, che avrebbe l’obiettivo di mettere maggiormente sotto pressione Bruxelles e costringerla a trattare. Ciononostante, il premier ha anche smorzato i toni nelle ultime ore, dicendosi ottimista sul fatto che Francia e Germania alla fine possano in realtà scendere a compromessi. La partita politica in seno al Regno Unito si gioca quindi sul filo del rasoio: il dibattito sul no deal sembrerebbe stia ricostituendo una sorta di bipolarismo, anche se gli schieramenti in campo appaiono sfilacciati e incapaci al momento di raggranellare solide maggioranze. Se Johnson può attualmente contare su numeri parlamentari non poco risicati, i suoi avversari sono ancora più deboli, in quanto divisi al loro stesso interno.

Tuttavia, nonostante probabili problemi con la Scozia e l’Irlanda del Nord, il primo ministro britannico dispone in realtà di una fondamentale carta da giocare: quella della sponda con Donald Trump. Non è un mistero che il presidente statunitense sia da tempo fautore di un’uscita di Londra dall’Unione Europea senza accordo. Una linea particolarmente dura, verso cui il magnate newyorchese aveva cercato di spingere la stessa Theresa May nei mesi scorsi. Proprio in quest’ottica, aveva addirittura cercato di convincerla a fare causa a Bruxelles l’anno scorso (un suggerimento che l’ex premier britannica aveva tuttavia evitato di seguire).

Trump, dal canto suo, sta perseguendo questo obiettivo sostanzialmente per due motivi: uno economico e uno geopolitico. Sul primo fronte, la speranza della Casa Bianca sarebbe quella di stipulare un accordo commerciale bilaterale con il Regno Unito: una possibilità che può concretizzarsi soltanto nel momento in cui Londra recida nettamente ogni legame con il mercato comune europeo e con l’unione doganale. Si tratta di un tema su cui stanno puntando svariati funzionari dell’amministrazione americana, a partire dal consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. In secondo luogo, sul piano geopolitico, Trump sta cercando di rinverdire la cosiddettaspecial relationship tra Washington e Londra: una convergenza, che avrebbe tra i suoi principali obiettivi quello di indebolire l’asse franco-tedesco. A ben vedere, non si tratterebbe di una strategia nuova. Basti pensare al 2003, quando – in occasione della guerra in Iraq – l’allora presidente statunitense, George W. Bush, giocò di sponda con Tony Blair contro la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder.

In questo senso, Trump ha sempre visto in Johnson una figura a lui molto più vicina di Theresa May. E, non a caso, durante il viaggio in Regno Unito dello scorso giugno, il presidente americano aveva dato il proprio endorsement all’ex ministro degli Esteri nella sua corsa alla premiership. Johnson avrebbe ricambiato poco dopo, lasciando intendere che – da primo ministro – avrebbe licenziato Kim Darroch: l’ambasciatore britannico negli Stati Uniti che, secondo alcuni documenti riservati diffusi dalla stampa, aveva apostrofato Trump con epiteti poco gentili (“inetto”, “incompetente”, “vanesio”). Insomma, Trump e Johnson nutrono comuni obiettivi e – soprattutto – sembrano condividere gli stessi avversari: Parigi e Berlino. Elementi, questi, che rinsaldano ovviamente l’intesa tra i due. Se Johnson ha bisogno di Trump per coprirsi le spalle in caso di uscita senza accordo, Trump ha bisogno di Johnson per il suo progetto di assedio dell’asse franco-tedesco: un progetto, di cui – agli occhi del presidente americano –  protagonisti fondamentali risultano anche Matteo Salvini in Italia e Viktor Orban in Ungheria. Sennonché un punto di potenziale attrito potrebbe essere costituito dai rapporti con la Russia. Se Trump mira da tempo a una distensione con Mosca, Johnson non sembra troppo incline a tendere la mano a Vladimir Putin. E proprio su questo fondamentale dossier bisognerà capire se i due leader riusciranno prima o poi a trovare un’intesa.

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