Esteri

Brexit: gli inglesi ci ripensano e l'accordo è lontano

Mentre la data dell'uscita definitiva dell'Inghilterra dall'Ue si avvicina il braccio di ferro tra Londra e Bruxelles è a un punto morto

Brexit

Barbara Massaro

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E' in una fase di stallo l'accordo tra l'Inghilterra guidata da Theresa May e l'Unione Europea.

Sembra passato un secolo da quel 23 giugno 2016 nel quale la maggioranza dei sudditi britannici ha votato a favore dell'uscita dell'isola dall'UE, ma da allora i lavori per trovare un giusto accordo politico e commerciale tra la Gran Bretagna e il resto dell'Europa non hanno mai cessato di svolgersi.

Gli inglesi sono pentiti?

Mentre, però, la linea di Downing Street è sempre la stessa ovvero quella di tutelare gli interessi dell'Inghilterra, una buona fetta di coloro che, poco più di un anno fa, si è detta favorevole alla Brexit avrebbe cambiato idea.

Secondo un sondaggio condotto per Best for Britain, gruppo che si batte perché il Paese resti nell'UE, 2,6 milioni di inglesi se potessero tornare a votare sceglierebbero l'opzione del Remain, di fatto ribaltando l'esito del referendum.

Si tratterebbe per lo più di elettori labouristi che ora si rendono conto delle conseguenze concrete dell'uscita dell'Inghilterra dall'Europa e che vorrebbero che il loro leader politico, Jeremy Corbyn, prendesse posizioni più forti contro la maggioranza.

Va anche sottolineato, però, che dal sondaggio è emerso che quasi un milione di elettori che erano contro la Brexit oggi voterebbero a favore.

Tra pentiti da una parte e dall'altra, quindi, il partito del Ramain, se si dovesse votare di nuovo, avrebbe guadagnato 1,6 milioni di voti.

Cosa dice Theresa May

L'ipotesi di una seconda consultazione è, comunque, lontana. Il Primo Ministro Theresa May l'ha del tutto esclusa perché - ha dichiarato - "Significherebbe tradire la democrazia".

Visto che, però, gli accordi politici e commerciali tra Unione e Gran Bretagna sono ancora lontani l'UE ha deciso di concedere più tempo alle trattative che si sarebbero dovute concludere entro ottobre e che invece potranno seguire fino a fine novembre. In ogni caso la data definitiva dell'uscita dell'Inghilterra dall'UE è fissata per il 29 marzo 2019.

A fissare la nuova tempistica è stato il capo negoziatore Ue per la Brexit Michel Barnier che ha spiegato che l'estensione della deadline può essere effettuata "Tenendo conto dei tempi necessari per la ratifica dell’accordo da parte dei parlamenti britannici ed europei". Secondo Barnier, in ogni caso, la proposta avanzata dalla May non può essere presa in considerazione.

L'accordo di Chequers

Lo scorso 6 luglio a Chequers il Gabinetto britannico aveva firmato un documento che chiedeva all'Europa l'istituzione di un'area di libero scambio tra Londra e Bruxelles per i beni ma non per i servizi.

Secondo il capo negoziatore europeo si tratta di una pretesa oltre che assurda anche illegale. 

"Non possiamo cedere il controllo delle nostre frontiere esterne e gli eventuali ingressi un paese terzo, non è legale" ha dichiarato Barnier spiegando che cedere a un simile compromesso costituirebbe "La fine del mercato Unico e del progetto europeo".

"I britannici possono scegliere - ha poi aggiunto - possono rimanere nel Mercato Unico, come la Norvegia (che non è Paese membro) ma devono poi accettare tutte le regole previste e i contributi alla solidarietà europea, perché altrimenti qualsiasi Paese terzo potrebbe richiedere per avere gli stessi benefici".

Una posizione di stallo

La May, dal canto suo, si è detta intenzionata a mantenere saldo il timone degli interessi di Londra e di non cedere alla pressione europea.

"Non sarò spinta ad accettare compromessi sulle proposte di Chequers che non siano nel nostro interesse nazionale - ha dichiarato May che ha sottolineato i progressi "Fatti nei mesi successivi a un piano, che, in Gran Bretagna, ha portato alle dimissioni del ministro per la Brexit David Davis e a quello degli Esteri Boris Johnson che consideravano le proposte presentate troppo soft".

Si tratta di posizioni polarizzate in uno stallo di fatto. Da una parte c'è l'Inghilterra che mantiene il braccio di ferro per non ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e dall'altra l'Europa che tutela gli interessi degli Stati membri e cerca di evitare la nascita di una super Inghilterra che bruci gli scambi con l'UE e il resto del mondo. 

I tempi stringono, la posta in gioco è altissima e nessuno dei contendenti sembra disposto a cedere di un passo dalla propria posizione.

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