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Brexit: cosa dice l'accordo di Boris Johnson

Il premier britannico ha trovato un'intesa con Bruxelles. Il compromesso rischia di sacrificare l'Irlanda del Nord sull'altare della Brexit. Ma perché sia ratificato in Parlamento servono 320 voti. Tanto che gli scommettitori...

Brexit Talks

Redazione

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Gli scommettitori inglesi sono perplessi. A loro avviso, Boris Johnson difficilmente riuscirà a mettere insieme in parlamento sabato 19 ottobre i 320 voti necessari per far ratificare il suo accordo sulla Brexit. Per fare un esempio, Sporting Index, l'agenzia di scommesse sportive che aveva indovinato che Theresa May non sarebbe riuscita a far passare il suo piano, sostiene che il premier convincerebbe 313 deputati. Quei sette voti mancanti farebbero sì che l'accordo non passi e che il Regno Unito non esca dall'Unione europa il 31 ottobre. Tutto questo salvo sorprese delle ultime ore, che potrebbero ribaltare ogni previsione. Non a caso, a Londra si vocifera di qualche unionista nord-irlandese che sarebbe pronto a fare il salto della barricata e a votare per l'accordo.

A due settimane esatte dalla scadenza finale, il governo britannico e Bruxelles il 17 ottobre hanno trovato un accordo in extremis sulla Brexit. Ad annunciarlo su Twitter è stato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: «Quando c'è volontà, c'è anche un accordo, e noi ne abbiamo uno». E il premier Boris Johnson ha confermato, sempre via Twitter: «Abbiamo un grande nuovo accordo, che ci restituirà il controllo» del nostro Paese.

Alla notizia dell'accordo, le borse europee hanno reagito bene. Londra è avanzata dello 0,58 per cento e Milano è salita dello 0,9 per cento. La sterlina, invece, ha invertito la rotta guadagnando lo 0,5 per cento sull'euro. I nord-irlandesi, però, avevano rovinato la festa in anticipo. In mattinata Arlene Foster, la leader unionista del Democratic Unionist Party (Dup, unionisti nord-irlandesi), e il suo vice Nigel Dodds avevano reso noto che non avrebbero potuto sostenere l'accordo sulla Brexit su cui stavano lavorando il governo britannico e la Commissione Ue. Alla notizia dell’intesa raggiunta, hanno ribadito che non cambiano posizione.

Ma cosa c'è scritto in questo controverso accordo? Alcuni punti non sono cambiati rispetto alle bozze di intese precedenti. Il Regno Unito si impegna ancora a versare all'Ue 39 miliardi di sterline come «divorce bill» (conto del divorzio). Fino al 2020, e forse anche dopo, continuerà a rispettare le regole europee, per consentire al mondo degli affari di adattarsi alla nuova situazione. Inoltre continueranno a essere garantiti i diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno unito e quelli dei britannici che vivono nella Ue.

Altri punti sono cambiati. Dopo lunghe resistenze, Boris Johnson ha ceduto parecchio, accettando di fare concessioni fino a poco tempo fa ritenute improponibili. La novità principale (e più controversa) è quella sull'Irlanda del nord. Per prima cosa il criticatissimo backstop è stato rimosso. Lo stratagemma che avrebbe dovuto mantenere un confine senza interruzioni in Irlanda non c'è più. Al suo posto però è stato introdotto un compromesso che ricorda le «convergenze parallele» di italica memoria.

In sintesi, per evitare il ritorno a un confine rigido con Dublino, Belfast rimarrà in parte nel sistema economico europeo. Pur essendo una delle quattro nazioni che costituiscono il Regno unito, l'Irlanda del nord sarà allineata all’unione doganale europea, che stabilisce dazi uguali in tutta l’Ue. Questo però rimanendo nel territorio doganale britannico, cioè applicando ai prodotti importati dall’estero gli stessi dazi validi nel resto del Paese. Il codice doganale Ue si applicherà a tutte le merci in entrata in Irlanda del Nord, se ci sarà il rischio che poi entrino nel mercato unico: un comitato congiunto Ue-Regno unito determinerà se tale rischio sussisterà o meno.

Un'ambiguità che ha mandato su tutte le furie gli unionisti nord-irlandesi, i quali paventano che Boris Johnson voglia sacrificare l’Irlanda del Nord sull’altare della Brexit. «Vogliamo un patto» ha detto la leader del Dup Arlene Foster. «Ma deve essere un patto che rispetti l’integrità economica e istituzionale del Regno Unito. Il che vuol dire tutto il Regno Unito, compresa l’Irlanda del Nord». 

Il gran rifiuto del Dup rischia di mandare tutto all'aria. Con i 288 deputati tory, Boris Johnson non ha i numeri in Parlamento per far ratificare l’accordo con Bruxelles, per cui servono almeno 320 voti favorevoli. Ecco perché il mancato sostegno dei 10 deputati nord-irlandesi del Dup (o della maggior parte di essi) rischia di essere cruciale. Anche perché non sono soli. Molto probabilmente, agli irlandesi si accoderanno almeno una parte dei 21 conservatori ribelli che sono stati espulsi dal gruppo parlamentare dei conservatori nella Camera dei Comuni. Motivo: a settembre avevano votato contro il governo sulla legge che imponeva a Boris Johnson di chiedere un rinvio della Brexit nel caso in cui non avesse trovato un accordo con Bruxelles prima di metà ottobre.   

Non è finita. Contro l'accordo si sono schierati contro anche i laburisti. Il loro leader Jeremy Corbyn ha parlato di un'intesa ancora peggiore di quella raggiunta dall'ex premier Theresa May e ha chiesto un nuovo referendum. Dei suoi 245 deputati, però, si stima che una ventina potrebbero votare a favore dell'accordo. Compatti invece sul fronte del no i 19 deputati Lib Dem. Anche i 35 deputati del Partito nazionalista scozzese (Snp) voteranno contro: l'ha annunciato la leader Nicola Sturgeon. «La Brexit immaginata da Boris Johnson » ha detto, «prevede una relazione con la Ue ancora più vaga, quando si tratta di questioni come gli standard alimentari, la protezione dell'ambiente e i diritti dei lavoratori».

Alla Camera dei comuni, insomma, sabato 19 ottobre rischia di andare in onda il film che ha già portato all’affossamento dell’accordo negoziato da Theresa May. E se invece l'accordo passerà, sarà per una manciata di voti.

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