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Brasile, nella vittoria di Dilma c'è tanto Lula

Senza il carisma dell'ex presidente Rousseff non avrebbe vinto, ma adesso ci vuole meno poesia e più riforme per rilanciare un'economia in recessione

Elezioni in Brasile

Anna Mazzone

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Diciamolo subito: se non ci fosse Luiz Inacio Lula da Silva a fare da angelo custode al partito dei Lavoratori del Brasile probabilmente oggi commenteremmo la disfatta di Dilma Rousseff alle presidenziali del 2014. Invece no, quell'angelo protettore c'è ancora e ha regalato alla presidente brasiliana il suo secondo mandato, consegnando al partito la quarta vittoria consecutiva. Roba da record.

E sì, perché le presidenziali brasiliane, vinte per un soffio da Dilma Rousseff con poco più del 51% dei voti, consegnano agli occhi del mondo un Paese esattamente spaccato a metà, dove le contraddizioni giocano un ruolo importante e dove l'indiscusso carisma di Lula ha determinato il risultato della partita. 

Lula, 68 anni e reduce da un cancro alla gola, si è speso in lungo e in largo durante la campagna elettorale, battendo gli angoli più lontani del Brasile per chiedere un voto per Dilma, che - stando ai sondaggi - ha avuto un vistoso calo della popolarità. Cosa che non si può certo dire per Lula, che alla fine del suo secondo mandato poteva godere dell'80% dei consensi. Tanto che in molti lo vorrebbero ancora vedere alla presidenza, ma lui nicchia. Tra quattro anni avrà quattro anni di più, e l'ex presidente ha già chiarito di non volere più rientrare direttamente nell'agone politico.

Rientrare direttamente no, ma sostenere attivamente il suo partito sì. Ed ecco che negli ultimi due mesi Lula ha condotto una campagna parallela a quella di Dilma Rousseff, percorrendo migliaia e migliaia di chilometri e tenendo comizi dall'Amazzonia a San Paolo, l'hub del business, dal Mato Grosso alle spiagge di Ipanema a Rio de Janeiro.

"Abbiamo ottenuto molto, ma resta ancora tanto da fare. Adesso non è il momento di giocare con le sorti del Paese. E' tempo di eleggere la persona giusta e quella persona è Dilma", ha detto Lula durante un comizio elettorale a Manaus, capitale dell'Amazzonia. E gli elettori gli hanno creduto, perché anche quelli che non sono dalla parte della Rousseff continuano ad adorarlo. Il metalmeccanico che ha imparato a leggere a 14 anni incarna il simbolo del miracolo brasiliano, che dal 2003 in poi è diventato un modello per tutti i Paesi dell'America Latina a guida socialista.

Ma quel modello adesso scricchiola, e non poco. Il Brasile è in recessione. Il boom economico cavalcato da Lula quando nel 2003 fu eletto per la prima volta presidente, ha cominciato ad appannarsi. La corruzione dilagante tra le istituzioni ha alimentato la rabbia della piazza, la classe media si è ritrovata improvvisamente più ricca, ma senza garanzie e con un welfare e un sistema dell'istruzione che fa acqua da tutte le parti. 

Circa il 40% di 200 milioni di brasiliani guadagna meno di 700 dollari al mese. Sono loro quelli che hanno consegnato la vittoria nelle mani di Dilma Rousseff, che ha promesso di migliorare i servizi sociali e, allo stesso tempo, di ravvivare l'economia attraverso un pacchetto di riforme. La presidente ha poi dichiarato che sostituirà il ministro delle Finanze, anche se non ha detto chi sarà il nuovo capo del Dicastero.

Prima dell'inizio dell'era Rousseff il Brasile poteva godere di una crescita del 7.5% annuo, ma a fine 2014 le stime dicono che i conti si chiuderanno con una crescita dell'1%. La strada della presidente è quindi tutta in salita.

Insomma, il mandato bis Dilma se lo è aggiudicato sull'onda lunga della gratitudine a Lula per la sua campagna anti-povertà, che nell'ultimo decennio ha permesso a 40 milioni di brasiliani di uscire dal buco nero della fame. Ma, anche in questo campo c'è ancora tanto da fare e la sfida che si prospetta all'orizzonte è da far tremare i polsi.

"Il mio secondo mandato è stato migliore del primo", ha dichiarato Lula qualche giorno prima delle elezioni, "E sono sicuro che andrà così anche per Dilma". Il "vecchio" presidente ha vinto ancora una volta, e ora sta alla Rousseff dimostrare di sapersi guadagnare la vittoria. Glielo chiede il Brasile tutto, anche se solo la metà del Paese ha fiducia in lei.

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