Matteo Politanò

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La Corte d'appello di Porto Alegre ha confermato ed esteso la condanna di Luiz Inácio Lula da Silva, ex presidente del Brasile pronto da tempo ad una nuova candidatura per guidare il paese. Il 35mo capo di Stato del paese sudamericano, succeduto nel 2011 da Dilma Rousseff, rischia così di non potersi presentare alle nuove elezioni del prossimo ottobre dove viene indicato come favorito.

Le accuse

Lula è stato condannato a nove anni e mezzo di carcere per corruzione nell'ambito dell'inchiesta Operação Lava Jato, letteramente Operazione Autolavaggio. L'indagine, nata per svelare un sistema di tangenti all'interno dell'azienda petrolifera statale Petrobras, è ancora in corso e risulta la più grande operazione anti-corruzione nella storia del Brasile.

Più precisamente Lula è stato accusato di aver ricevuto un appartamento dall’azienda OAS in cambio di  favori per ottenere contratti con Petrobras, la ricca e potente compagnia petrolifera statale brasiliana. La corte d’appello ha anche accolto la richiesta dell'accusa di estendere la condanna a 12 anni e 1 mese.

La candidatura

La condanna di Lula complica enormemente le possibilità di vederlo candidato alle prossime elezioni presidenziali. La legge brasiliana impedisce infatti la candidatura ai condannati in appello, una prospettiva che può essere aggirata solo con l'intervento della Corte Suprema. Un ulteriore appello servirebbe quindi per far si che la condanna non diventi definitiva entro il 15 agosto, ultimo giorno utile per registrare la candidatura.

Il rivale

Nei suoi otto anni di mandato, dal 2003 al 2011, Lula era stato protagonista del periodo d'oro brasiliano, un boom economico rientrato sensibilmente negli anni a seguire. Nei sondaggi Lula sembra in netto vantaggio sull'altro candidato, l'ex capitano dell'esercito Jair Messias Bolsonaro, esponente dell'estrema destra brasiliana.

Le proteste

Dopo la conferma della condanna in appello sono esplose le proteste in diverse zone del Brasile, soprattutto a Porto Alegre e San Paolo. Tanti brasiliani credono infatti in una motivazione politica della condanna, un complotto ordito per impedire a Lula di riconquistare la presidenza.

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