Boston-Newtown: ecco le similitudini tra le due stragi

Inadeguatezza, impotenza, sentimenti di esclusione. Cosa accomuna l'attentato di Boston alla strage di Newtown

Boston- Newtown: ecco le similitudini tra le due stragi

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Walter Mariotti

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Si chiamano Tsarnaev ma avrebbero potuto anche chiamarsi Lanza. Perché i fili che uniscono gli attentatori di Boston, i fratelli di origine cecena Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, con Adam Lanza, l’omicida della madre e dei 25 compagni della scuola di Newtown, sono numerosi e inquietanti.

Le loro storie sono diverse solo in apparenza. Vicende d’integrazione mancata, personale, interiore prima che sociale, generazionale, etnica. Da un lato una povera famiglia musulmana originaria del Caucaso, con il padre che in patria faceva l’avvocato ma che per sopravvivere si è adattato a riparare le automobili in strada, e con la madre, Zubeidat, che si arrangia come estetista fai da te e comincia ad approfondire lo studio del Corano.

Dall’altro un adolescente intelligente e apparentemente felice, forse con problemi di relazione, come la zia Marsha che negava la realtà. Uno studente di liceo comunque meritevole, che cresce fra i colletti bianchi di un quartiere benestante dove la madre Nancy, che appartiene ai survivalist, può coltivare l’esercizio delle armi da fuoco.

Da un lato una famiglia unita dalla religione e dalla difficoltà, dall’altro una famiglia divisa dal benessere e dalla realtà, con il padre Peter Lanza che è andato in Connecticut a lavorare nella divisione fiscale della General Electric e il fratello maggiore, Ryan, fuggito a Hoboken, in New Jersey, anche perché esasperato dalle manie di Adam, che per esempio non vuole mai separarsi dalla sua ventiquattrore nera. Neanche a scuola, dove siede sempre vicino alla porta.

«Ad animare Tamerlan c’era la convinzione che l’Islam è sotto attacco» ha scritto in queste ore il fratello 19enne Dzhokhar, all’ospedale di Boston. Anche questo in effetti rivelano i suoi tweet, pubblicati da David Remnick, il direttore del New Yorker: «Non discuto con pazzi che in moschea dicono che l’Islam è terrorismo. Lascia che un idiota resti un idiota».

C’è però molto altro in quegli Sos lanciati da Tamerlan al mondo. «Già 10 anni in America, voglio andarmene». Ma soprattutto: «Il valore della vita umana oggi qui è tragico».

Inadeguatezza, impotenza e aspirazioni a un altrove. Lo stesso forse dei silenzi di Adam, dei suoi sguardi nel vuoto, di quelle risposte a monosillabi. In entrambi la visione del corpo come un dettaglio, che non si percepisce e da non curare, dicono gli amici di Adam, da abbandonare o deprecare, scrive Tamerlan, secondo una visione violenta che trova il contraltare e l’esito scontato nelle stragi d’innocenti.

Il terrorista fa del male, ha spiegato il filosofo sloveno Slavoy Zizek, perché è il suo dovere, proprio come la protagonista di The Reader che, processata per il suo passato di istitutrice nazista, è innocente ma si autocondanna perché non riesce a capire la differenza tra ubbidire agli ordini e il contenuto degli ordini, l’eliminazione di persone innocenti. Facendo del male si assolve perché è il male necessario al progresso dell’umanità.

Nel percepirsi strumento della verità, tanto i nazisti quanto i fondamentalisti trovano non solo l’autoassoluzione ma anche una celebrazione, un godimento perverso che trasforma il soggettivo in oggettivo, la scelta nella legge, l’orrore nella responsabilità. Il fondamentalista e il serial killer rispondono con un atto intollerante all’ipertolleranza della società, da cui contrariamente alle apparenze e alle promesse non ci si sente accolti, che ci esilia, condannandoti a vivere senza esserci. Come Tamerlan e Adam, fratelli nella notte dell’anima.

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