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“Boots on the ground”. I Marines Usa in Siria per marciare su Raqqa

C’è voluto Donald Trump per mettere fine all’indecisione. Le truppe statunitensi sono ora ufficialmente schierate in Siria contro l'Isis

raqqa

Un membro delle Forze democratiche siriane pronto per la battaglia di Raqqa - 6 novembre 2016 – Credits: DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images

Per Lookout news

 

Il coinvolgimento di truppe americane nella guerra siro-irachena era noto da tempo. Sinora, però, si era parlato genericamente di “consiglieri”, “esperti militari” e “addestratori”. Non più di 500 uomini, secondo le regole d’ingaggio autorizzate dal Congresso. Oggi, finalmente, il Pentagono cala la maschera. O meglio i Marines.

 A renderlo ufficiale è stato il Washington Post, che ha citato fonti interne al Dipartimento della Difesa: i funzionari del Pentagono hanno così fornito i dettagli sull’accresciuto schieramento di truppe americane in Siria, ovvero i “boots on the ground” tanto temuti da Obama e invece apertamente avallati dall’amministrazione Trump.

 Il Pentagono ha inviato nelle zone di guerra una task force anfibia del corpo dei Marines, precisamente la 11esima Marine Expeditionary Unit, salpata a ottobre da San Diego e sbarcata nella prima settimana di marzo sulle coste africane. Da Gibuti si è diretta in Kuwait ed è poi stata paracadutata nel nord della Siria, stabilendo un avamposto non meglio precisato (per ragioni di sicurezza), dove ha schierato qui una batteria d’artiglieria pesante.



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Il ruolo dei Marines: missione Raqqa

 L’unità ha il compito di riprendere Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico, aprendo la strada con bombardamenti alle truppe della coalizione. Secondo il WP, i Marines dispongono di elicotteri d’attacco e sono dotati di obici M777 che sparano proiettili da 155 millimetri, capaci di colpire le postazioni nemiche fino a 40 chilometri di distanza.
I Marines offriranno dunque supporto alle milizie sostenute dagli Stati Uniti che avranno il compito di penetrare le difese esterne della città, dove si prevede una battaglia furiosa casa per casa, visto che i miliziani dello Stato Islamico si preparano da mesi all’assedio.

 

Per tale ragione, è stato scelto il primo battaglione del quarto reggimento dei Marines, Battalion Landing Team, che corrisponde a una cosiddetta “forza convenzionale esperta” di terra, al seguito della quale vi sono anche altre unità di fanteria, per il supporto e la logistica. Anche se non viene citato il numero di uomini, tale schieramento secondo le fonti del Pentagono è idoneo «alla situazione, al luogo e al meteo in questa stagione».

 

A Raqqa, in questo momento, stanno convergendo le forze curdo-arabe del Syrian Democratic Forces (Sdf), circa 30mila uomini posizionati a poche decine di chilometri a ridosso della linea fortificata della città, e di cui fanno parte soprattutto i curdi dello YPG. Meno evidente è la presenza dell’esercito turco, che in ogni caso si starebbe coordinando – soprattutto per via diplomatica – con gli Stati Maggiori russo e americano.

 


La presenza americana in Siria e Iraq

 L’approvazione del piano segue un precedente molto simile, approntato con successo nell’accerchiamento di Mosul, in Iraq, dove peraltro si era già avuta indiretta conferma della presenza di soldati americani in aperto combattimento dopo che il 19 marzo 2016 il sergente Louis F. Cardin rimase ucciso in un attacco a sorpresa dell’ISIS, e altri quattro Marines feriti. In quel caso, fu assaltato l’avamposto “Fire Base Bell”, stabilito nelle periferie meridionali di Mosul dalla 26esima Marine Expeditionary Unit, di stanza a Camp Lejeune (Carolina del Nord).

 Più recentemente, anche in Siria, nel quadrante di Manbij – città strappata allo Stato Islamico dalle forze curde nell’agosto 2016 e oggi nel mirino dell’esercito turco – si era avuta notizia della presenza americana sul campo di battaglia: precisamente, del 75esimo Reggimento Ranger, una forza d’élite che attualmente svolgerebbe la funzione di una sorta di forza d’interposizione, per evitare che la zona divenga luogo di scontri tra curdi e turchi.

 I soldati americani in Medio Oriente e Asia Centrale, sia pur con regole d’ingaggio che non sempre prevedono il combattimento, corrispondono oggi a ben 32mila, oltre 5mila dei quali schierati in Iraq (tra Mosul, Qayyarah e Baghdad), 300 in Siria, 2mila in Turchia e 8mila in Afghanistan.

La “dottrina militare Trump”
Meno droni e più uomini, dunque. È questa, in sintesi, la strategia dell’amministrazione Trump per sconfiggere lo Stato Islamico e, più in generale, la minaccia terroristica rappresentata da ogni forma di jihadismo (vedi Al Qaeda). Anche se oggi i commentatori affermano che per avviare l’operazione in Siria non sia stata necessaria l’approvazione né del presidente né del Segretario alla Difesa James Mattis, è evidente il cambio di passo attivato dalla Casa Bianca.

Anche su indicazione di Washington, intorno a Raqqa si è così raccolta una grande coalizione che, con il silenzioso placet del presidente siriano Bashar al-Assad (ormai relegato al ruolo di testa di legno del Cremlino), dovrà infrangere le ultime resistenze del Califfato, già sotto attacco ovunque tra la Siria e l’Iraq, e tentare di decapitare la testa del serpente, ovvero catturare (possibilmente vivo) il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, nemico numero uno e primula rossa del jihadismo internazionale.

 Un trofeo che Donald Trump vorrebbe esibire già quest’anno, insieme a un altro storico risultato: l’intesa militare che si va modellando intorno a Raqqa – e che, prima o dopo, avrà certamente la meglio sui miliziani dello Stato Islamico – potrebbe dimostrare che una collaborazione tra Washington e Mosca oggi è davvero possibile. Se così fosse, si tratterebbe di una significativa pagina per le relazioni internazionali.


 

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