Bomba Morsi sui regimi islamici

Gli effetti della caduta dei rais egiziano sui Fratelli musulmani

I Fratelli musulmani protestano a sostegno di Mohammed Morsi (Credits: Mohammed Saber/Ansa)

Fausto Biloslavo

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La caduta del rais islamico in Egitto fa tremare i Fratelli musulmani dalla Tunisia alla Siria. La Fratellanza ha cavalcato la primavera araba incassando i frutti delle rivolte, però è stata disarcionata proprio al Cairo, dove è nata 85 anni fa.

Il 3 luglio il presidente egiziano Mohammed Morsi è stato destituito da un golpe ispirato dalla piazza. Fawaz Gerges, esperto del Medio Oriente alla London school of economics, non ha dubbi: «È un disastro, un colpo durissimo per il movimento islamico. L’immagine della Fratellanza è offuscata in tutta la regione e solleva domande sulla sua competenza e abilità nel governare».

L’onda lunga del Cairo è arrivata a Tunisi, la capitale del primo paese arabo della primavera. Nelle ore del golpe, davanti all’ambasciata egiziana si è riunita una folla per festeggiare la caduta del rais. «Oggi l’Egitto, domani la Tunisia» gridavano i manifestanti. «Abbasso i Fratelli musulmani, rivoluzione fino alla vittoria». Nel mirino c’è il partito Ennahda, al potere, costola locale della Fratellanza. Il suo leader, Rachid Ghannouchi, è stato sbeffeggiato su Facebook da migliaia di tunisini: «Morsi è andato, a te quando toccherà?».

In Libia sono aumentate le manifestazioni di protesta contro la deriva islamica e i Fratelli musulmani, che in parlamento votano leggi estremistiche. In molti auspicano «una seconda rivoluzione», ma il paese è dominato dalle milizie e non esiste un esercito forte come in Egitto.

La disfatta di Morsi è stata uno shock anche per i palestinesi di Hamas. Il movimento islamico, che comanda a Gaza, deriva dalla Fratellanza e aveva trovato nel rais deposto il migliore alleato.

Chi canta vittoria è il siriano Bashar el-Assad: «In Egitto abbiamo assistito al fallimento del cosid- detto Islam politico». I Fratelli musulmani in Siria rappresentano una delle fazioni più forti dei ribelli che da due anni combattono contro Damasco. E per dimostrare che sarebbero stati capaci di governare il paese al posto di Assad citavano l’esempio del Cairo.

Gli effetti del ribaltone in Egitto arrivano fino in Turchia, dove il governo islamico usa il pugno di ferro contro la protesta popolare. Non a caso il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, è stato molto duro nel condannare il golpe. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha convocato un vertice d’emergenza, temendo che le sirene del Cairo possano galvanizzare la piazza e i militari sottoposti a 10 anni di purghe.

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