Esteri

Boko Haram, ecco perché è una vera minaccia

Gli islamisti avanzano verso la città di Maiduguri, e sale l'allerta in Ciad, Niger e Camerun. Storia di una guerra che ormai ha ben poco a che fare con le etnie e le religioni

I ribelli di Boko Haram nel Borno

Rocco Bellantone

-

"Boko Haram rappresenta ormai a tutti gli effetti un nemico non solo per la Nigeria ma per tutta la regione del Sahel". Intervistata dall’Osservatorio Jeune Afrique in vista del vertice dei capi di Stato dei Paesi dell’Unione Africana (in programma a Addis Abeba il 30 e 31 gennaio), l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel, Hiroute Guebre Selassie, non usa mezzi termini nel definire il gruppo estremista islamico, di fronte al quale la risposta della comunità internazionale non può essere più rimandata.


 

Camerun, Ciad e Niger fanno ormai parte di questa guerra. Un conflitto che chiama in causa direttamente anche la Libia in fiamme, da cui gli islamisti nigeriani hanno ricevuto armi ed equipaggiamenti, così come la regione maliana di Gao, dove è stata confermata la presenza di campi di addestramento per centinaia di nuove leve jihadiste inviate a combattere agli ordini del leader di Boko Haram, Abubakar Shekau.

Dall’inizio dell’insurrezione islamista nel 2009, ora più che mai rischia di concretizzarsi l’obiettivo di Boko Haram di creare nella parte nord-orientale della Nigeria un Califfato Islamico. Dopo il bagno di sangue di Baga, dove a inizio gennaio le milizie jihadiste hanno raso al suolo interi villaggi uccidendo centinaia di civili (150 per l’esercito nigeriano, quasi 2mila secondo altre fonti ancora non confermate), nei prossimi giorni la loro avanzata potrebbe spingersi fino a Maiduguri, capitale dello Stato del Borno.

In questa città la tensione è altissima. Negli ultimi mesi la sua popolazione è raddoppiata a causa del continuo arrivo di migliaia di nigeriani scappati dalle città limitrofe. Oggi Maiduguri contiene a fatica più della metà dei 4,1 milioni di abitanti dello Stato del Borno. Domenica 25 gennaio la sua caduta è stata evitata in extremis dall’esercito nigeriano, che in questo Stato, così come nei vicini Yobe e Adamawa, è stato costretto ad abbandonare diverse postazioni. 

La battaglia per la presa di Maiduguri è però solo rimandata. Gli islamisti sono infatti appostati a Monguno, a soli 130 chilometri di distanza, e presto potrebbero decidere di sferrare una nuova offensiva. 

Forza militare ed economica 

La domanda a cui i Paesi dell’Unione Africana dovranno dare una risposta al vertice di Addis Abeba è se sono in grado di porre un argine a questa avanzata, senza l’appoggio dei Paesi occidentali. Considerato l’esito dei combattimenti di Baga, dove le forze della coalizione africana si sono sfilacciate consegnando di fatto la città e la locale base militare agli islamisti, la risposta è no. 

Secondo fonti militari francesi, impegnate in Mali e in altri Paesi del Sahel, Boko Haram ha a disposizione uomini e mezzi per guadagnare altro terreno. Le caserme lasciate sguarnite dall’esercito nigeriano hanno permesso agli islamisti di impossessarsi di carri armati, mezzi blindati, centinaia di pick-up, artiglieria leggera ma anche missili antiaerei. Un arsenale rilevante, cui si aggiungono le armi che continuano ad arrivare dalla Libia attraverso il Ciad. 

A Shekaku gli uomini non mancano: in totale sarebbero circa 9mila, in buona parte di etnia Kanuri, la stessa a cui appartiene il leader del gruppo. Tra questi ci sarebbero anche giovani laureati musulmani della parte nord-orientale della Nigeria, che hanno trovato nell’organizzazione un “impiego sicuro”, reagendo così alle discriminazioni subite - secondo loro - dalla maggioranza cristiana.

Boko Haram si starebbe servendo delle loro conoscenze in campo chimico per fabbricare esplosivi sempre più letali e recentemente avrebbe fatto irruzione in diversi cementifici, compreso uno di proprietà della società francese Lafarge, in cerca di dinamite.

Anche i soldi sembrano non essere un problema per il gruppo. Nelle fasi iniziali dell’insurrezione, Boko Haram ha goduto dell’appoggio e dei finanziamenti dei governatori delle provincie a maggioranza musulmana, contrari alle politiche accentratrici del governo di Abuja in lotta con il centro e il sud della  Nigeria sin dai tempi della colonizzazione britannica. Successivamente, il gruppo ha puntato su altri metodi: razzie nei villaggi, assalti alle banche, estorsioni e presa di ostaggi. Un piano di autofinanziamento che frutterebbe in media 10 milioni di dollari l’anno.   

Cosa rischiano gli Stati vicini

In questo momento, Boko Haram controlla un’area grande quanto il Belgio, che dista 150 km dal confine con il Niger, 200 km dal Camerun e costeggia lunghi tratti delle rive del lago Ciad. In Niger lo spettro di un’invasione islamista si sta già materializzando e a certificarlo è l’arrivo negli ultimi due anni di più di 100mila profughi nigeriani. Il monito è stato lanciato dal governo della regione Diffa, che ha segnalato la presenza di bandiere nere della jihad al di là del confini con la Nigeria, distanti da qui solo 90 km. In Niger, Boko Haram ha ottime capacità d’infiltrazione, considerato che la regione è popolata da molte comunità di etnia Kanuri. 

Anche in Ciad l’allerta è massima. Nonostante l’esercito ciadiano sia uno dei meglio organizzati d’Africa, la capitale N’Djamena è pericolosamente vicina ai territori controllati da Boko Haram. Inoltre, dopo la caduta di Baga, le autorità ciadiane sono state costrette a intensificare i controlli soprattutto sul ponte N’Gueli, che collega N’Djamena alla città camerunense di Kousseri, e lungo il fiume Logone, che funge da confine naturale tra il Ciad e il Camerun. 

Proprio il Camerun in questo momento è il Paese maggiormente esposto alla minaccia. Negli ultimi mesi i soldati camerunesi hanno arginato attacchi jihadisti al confine con la Nigeria. Ormai però il governo camerunense rappresenta per Boko Haram un obiettivo al pari del governo di Abuja. In un video pubblicato su YouTube il 5 gennaio, Shekau stesso ha puntato il dito contro il presidente del Camerun, Paul Biya: “Se non fermi i tuoi soldati, il tuo Paese farà la stessa fine della Nigeria”.

Quale futuro per la Nigeria 

In questo scenario, la Nigeria si avvicina alle elezioni parlamentari e presidenziali in programma il 14 febbraio, con un eventuale ballottaggio fissato per il 28 febbraio. I dubbi a poche settimane dal voto riguardano l’agibilità dei seggi elettorali nei territori controllati da Boko Haram, dove risiedono circa quattro milioni di abitanti. Dal ritorno alla democrazia nel 1999, per la Nigeria questa tornata elettorale è in assoluto la più incerta. La leadership del Partito Democratico del Popolo, espressione dei cristiani del centro e del sud, che presentano come candidato il presidente uscente Goodluck Jonathan, potrebbe essere scalzata dal Congresso dei Progressisti, guidato dall’ex capo di Stato Muhammadu Buhari e attorno a cui convergono le quattro principali forze di opposizione del Paese. 

Il Congresso dei Progressisti gode di ampio sostegno nella parte orientale e settentrionale della Nigeria, e nel caso in cui Boko Haram dovesse impedirne il voto, non riconosceranno i risultati delle elezioni. “Il rischio è che la situazione possa esplodere, così come è avvenuto in Libia - spiega a Lookout News il missionario comboniano Padre Elio Boscaini, voce storica della rivista Nigrizia - E la stessa sorte potrebbe capitare anche a Ciad, Niger e Camerun”. 

In questo conflitto regionale, la religione e le dispute etniche sono definitivamente passate in secondo piano. “Boko Haram non riconosce neanche le autorità tradizionali musulmane in Nigeria - conclude Padre Boscaini - e ormai le considera traditrici, quasi al pari dei cristiani e del governo centrale. Ma un intervento delle forze straniere sarebbe a mio avviso deleterio, così come è avvenuto in Repubblica Centrafricana, dove i francesi hanno dispiegato migliaia di uomini senza però riuscire a migliorare la situazione”. 


© Riproduzione Riservata

Commenti