Boko Haram: i Paesi confinanti temono l'effetto contagio

Il massacro della popolazione civile e la conquista di Baqa da parte degli islamisti segnano il fallimento della missione africana

NIGERIA - BOKO HARAM

Miliziani di Boko Haram – Credits: Florian Plaucheur/AFP/Getty Images

Rocco Bellantone

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Quale che sia il reale numero delle vittime, massacrate da Boko Haram il 3 gennaio scorso nella città di Baqa, appare ormai chiaro che lo Stato settentrionale del Borno, ormai al 70% sotto il controllo del gruppo islamista, è  diventato la testa di ponte di un'aggressione a sfondo etnico-religioso che potrebbe espandersi ben oltre gli stretti confini della Nigeria. Baqa, nel nord-est del Paese, è infatti una città strategica dal punto di vista commerciale ma è, soprattutto, la sede di una grande base militare dove aveva il proprio quartier generale la missione militare internazionale MNJTF (Multi-National Joint Task Force), istituita nel 1998 dagli eserciti di Nigeria, Ciad e Niger per fermare la criminalità transfrontaliera e, da cinque anni a questa parte, contrastare le offensive di Boko Haram. Averla conquistata (radendola al suolo,  massacrando 2 mila dei suoi 10 mila abitanti, costringendo alla fuga altre migliaia di persone) rappresenta per gli islamisti la più fulgida delle vittorie (non importa con quale tributo di sangue) e per la missione africana il simbolo indiscutibile del proprio fallimento.


Il fallimento della missione panafricana

 

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 Dopo aver preso possesso della base militare di Baga, Boko Haram adesso potrebbe ora avvicinarsi pericolosamente ai confini che separano la Nigeria da Niger, Ciad e Camerun. Con la presa di Baqa  gli islamisti si sono inoltre garantiti il controllo delle principali vie da cui Boko Haram riceve armi, munizioni e altri equipaggiamenti dall’estero. Potrebbero venire bloccati anche gli scambi commerciali e le fornitiure di beni alimentari, considerato che sia Baga che la vicina la città di Gamboru Ngala rappresentano gli snodi economici principali per tutta l’area nord-orientale della Nigeria così come per Ciad, Niger, Camerun, Repubblica Centrafricana e Sudan. Il Paese che in questo momento potrebbe subire le conseguenze maggiori è il Camerun, dove nelle ultime settimane gli attacchi di Boko Haram sono aumentati. Il timore dunque è che il conflitto possa velocemente varcare i confini della Nigeria e trasformarsi in una guerra regionale ancor più sanguinosa.

 Di fronte a questo scenario la missione MNJTF non sembra essere in grado di reagire. Niger e Ciad hanno comunicato che non sosterranno gli sforzi della Nigeria per riprendere il controllo della base di Baga, che al momento dell’attacco islamista era presidiata unicamente dai militari nigeriani. Alla base di questo strappo vi sarebbe un disaccordo con il governo di Abuja, considerato troppo morbido nei confronti del gruppo terroristico.

 Oltre a Niger e Ciad, anche Washington di recente ha criticato l’inerzia del presidente Goodluck Jonhatan, il quale a inizio dicembre ha optato per interrompere un programma di formazione delle forze di sicurezza nigeriane avviato dagli Stati Uniti. Senza dimenticare i ripetuti scandali di corruzione ai vertici dell’esercito nigeriano, accusati di essersi appropriati di parte dei fondi messi a disposizione dagli Stati Uniti.

 

La deriva islamista in Nigeria
Oltre la disfatta militare della coalizione africana, l’aspetto più rilevante da tenere in considerazione in questo scenario è la spinta ideologica che sta muovendo l’avanzata di Boko Haram. L’obiettivo degli islamisti nigeriani di fondare un Califfato Islamico in Nigeria, annunciato per la prima volta nel 2009, rischia infatti di materializzarsi e il patto di alleanza stretto tra il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, e il Califfo Al Baghdadi, potrebbe avere presa nel breve periodo anche in altri Stati africani. E a dimostrarlo oltre i morti sono anche le bandiere nere della jihad issate a Baga così come a Diffa, città del sud al confine con il Camerun.

 

Solo nel 2014 la furia di Boko Haram ha portato all’uccisione di più di 2mila persone e allo sfollamento di un altro milione e mezzo di civili. Inoltre, stando a un’indagine pubblicata il 10 dicembre dalla BBC e dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King College di Londra nel solo mese di novembre 2014 gli attacchi del gruppo islamista nigeriano in proporzione sono stati ancora più letali di quelli sferrati dallo Stato Islamico in Iraq e Siria. In 30 attacchi effettuati tra la Nigeria e il Camerun Boko Haram ha causato 786 morti tra cui 680 civili (l’87%), in media 27 per ogni offensiva. Questi numeri fanno della Nigeria il secondo Paese più colpito al mondo da offensive jihadiste a novembre, dietro solo all’Iraq (815 morti) ma davanti ad Afghanistan e Siria.

 

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L’incerto esito delle elezioni
Per la Nigeria, uno tra i Paesi più popolosi dell’Africa e con l’economia più grande del continente, la minaccia di Boko Haram diventa perciò sempre più preoccupante a sole cinque settimane dal voto legislativo e presidenziale. Dalle prime elezioni democratiche del 1999, questa tornata elettorale si presenta come la più incerta. Il principale partito di opposizione ha più volte avvertito che se alle decine di migliaia di elettori del nord-est non verrà permesso di votare il il 14 febbraio, il voto non potrà considerarsi valido. Per il presidente Goodluck Jonathan, candidato per un secondo mandato, si prospetta un rush finale durissimo. Con l’avanzata degli islamisti e l’instabilità del mercato del petrolio, materia su cui la Nigeria ha fondato la crescita degli ultimi anni, tenere a galla questo fragile Stato non sarà semplice. A prescindere da chi sarà il nuovo presidente.

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