Esteri

Tutti i dubbi sulla candidatura Bloomberg, un altro miliardario alla Casa Bianca

L'ex sindaco di New York si candida alle Presidenziali dei Democratici tra mille dubbi interni allo stesso partito

Michael Bloomberg candidato democratici

Stefano Graziosi

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Michael Bloomberg sembra pronto a scendere in campo. L’ex sindaco di New York ha consegnato la documentazione necessaria per candidarsi alle primarie democratiche dell’Alabama, che si terranno all’inizio di marzo. Bloomberg sembra quindi seriamente intenzionato a formalizzare la propria candidatura alla nomination democratica del 2020. Che l’ex sindaco nutrisse da tempo delle ambizioni presidenziali, non è una novità. Già nel 2016 si era detto interessato a correre da indipendente, mentre – all’inizio di quest’anno – aveva mostrato l’intenzione di entrare nelle primarie democratiche, salvo poi ripensarci in previsione della discesa in campo di Joe Biden. Adesso sembrerebbe aver cambiato idea. E, secondo i beninformati, alla base del ripensamento ci sarebbe proprio l’ex vicepresidente americano: un candidato che, nonostante i sondaggi gli conferiscano ancora la posizione di front runner, appare sempre più debole e traballante. Tra l’altro – ragionerebbe Bloomberg – le alternative di sinistra, principalmente rappresentate da Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, rischierebbero di portare il partito su posizioni oltranziste, alienando all’asinello le simpatie degli elettori maggiormente moderati. Insomma, è abbastanza chiaro che l’ex sindaco di New York auspichi di intestarsi le istanze dell’elettorato centrista che, in queste primarie democratiche, fatica effettivamente a trovare un rappresentante solido. Il punto è che l’eventuale discesa in campo di Bloomberg rischia di spaccare ulteriormente un partito – quello democratico – già di per sé abbastanza rissoso e dilaniato dalle faide intestine.

In primo luogo, l’ex sindaco è un miliardario, con un patrimonio di circa cinquantadue miliardi di dollari: un fattore che potrebbe rivelarsi un boomerang. Non dimentichiamo che, soprattutto negli ultimi anni, si sia registrata una grande avversione nei confronti dei miliardari da parte della sinistra democratica. Non a caso, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno duramente criticato l’ipotesi di una candidatura di Bloomberg. Sanders, in particolare, ha parlato di “arroganza dei miliardari”, mentre non è un mistero che la senatrice del Massachusetts abbia avanzato la proposta di una vigorosa imposta patrimoniale. Del resto, polemiche simili si erano levate già quando – lo scorso luglio – si era candidato alla nomination democratica un altro multimilionario, come Tom Steyer (che dispone di un patrimonio di “appena” 1,5 miliardi di dollari).

Insomma, non è un buon momento – questo – per i miliardari in politica. È d’altronde anche per tale ragione che Biden fatica a decollare. Non dobbiamo infatti dimenticare che, qualche giorno fa, l’ex vicepresidente abbia aperto alla possibilità di essere sovvenzionato da un Super PAC: un sistema di finanziamento elettorale che risulta oggi particolarmente impopolare tra gli elettori americani e che lo stesso Biden aveva promesso di smantellare, qualora fosse diventato presidente, promuovendo l’approvazione di un emendamento costituzionale. L’ex senatore del Delaware ha cercato di difendersi dall’incongruenza, affermando che la mossa fosse necessaria per battere Trump. Ma, tra i democratici, i mal di pancia si sono intanto moltiplicati. Formalmente resi leciti da una controversa sentenza della Corte Suprema di nove anni fa, i Super PAC sono comitati che – agendo in modo indipendente dalle campagne – hanno la facoltà di effettuare contributi finanziari illimitati. In particolare, possono raccogliere fondi da aziende e sindacati: per questa ragione, molti sostengono che incrementerebbero l’infiltrazione dei grandi interessi nella vita politica americana, rendendo di fatto i candidati delle marionette nelle mani dei cosiddetti poteri forti. Alla luce di tutto questo, non sono pochi i malumori all’interno dell’asinello: figure come Biden, Bloomberg e Steyer rischiano infatti di rafforzare le correnti della sinistra, contribuendo a spaccare ulteriormente il partito.

Un altro problema che affligge l’ex sindaco di New York è costituito poi dal suo passato politico ondivago. Un tempo affiliato al Partito Democratico, Bloomberg passò con i repubblicani dal 2001 al 2007, per poi diventare indipendente. Tutto questo, fino al 2018, quando è formalmente rientrato tra le file dell’asinello. Non è detto che quest’andirivieni partitico non possa azzopparlo: soprattutto agli occhi dell’elettorato democratico più duro e ideologicamente motivato. Del resto, non bisogna trascurare che anche Elizabeth Warren si stia attirando delle feroci critiche a causa del suo passato repubblicano. Tra l’altro, non bisogna dimenticare che – sul fronte politico – Bloomberg abbia alle spalle un’attività abbastanza destrorsa. Non solo, da sindaco, governò con il pugno duro in stile Rudy Giuliani. Ma – guardando alla politica estera – fu, ai tempi, un forte sostenitore della guerra in Iraq: una posizione che, nel corso degli anni ha poi in parte ammorbidito. Ma che potrebbe adesso tornare a perseguitarlo, vista l’impopolarità di quel conflitto (non a caso, Sanders continua a rimproverare a Biden di aver votato a suo favore, quando era senatore). Inoltre, non dobbiamo sottovalutare il fattore dell’età. Con i suoi settantasette anni, Bloomberg risulterebbe – qualora scendesse in campo – il secondo candidato più anziano delle attuali primarie democratiche. La questione dell’età (e della salute) non è infatti di scarsa rilevanza nell’ambito delle elezioni statunitensi. E – da questo punto di vista – già Sanders e Biden sono stati da tempo posti sotto la lente d’ingrandimento. Infine, non dimentichiamo i precedenti storici: i sindaci di New York non hanno di solito troppa fortuna nelle corse presidenziali. Si pensi a Rudy Giuliani che – candidatosi in pompa magna alle primarie repubblicane del 2008 – venne azzoppato dal boicottaggio degli evangelici (che lo consideravano troppo progressista) e da una strategia elettorale fallimentare: una strategia che si concentrava solo sugli Stati più popolosi, ignorando quelli più piccoli. Una strategia che Bloomberg avrebbe peraltro intenzione di rispolverare.

In virtù di tutto questo, non è esattamente chiaro in che modo Bloomberg speri di compattare il variegato elettorato democratico in vista della nomination. Quello di cui l’asinello avrebbe infatti oggi disperato bisogno è un federatore. Con il suo ingente patrimonio e le sue posizioni politiche spesso destrorse, non è detto che quindi l’ex sindaco possa rivelarsi la figura giusta. Non sarà un caso che un sondaggio, diffuso domenica da Morning Consult, conferisca al miliardario appena il 4% dei consensi a livello nazionale. D’altronde, anche ammettendo riesca a conquistare la nomination, siamo veramente certi che Bloomberg risulterebbe competitivo nel duello contro Donald Trump? A ben vedere, è infatti difficile che l’ex sindaco possa rivelarsi capace di attrarre il sostegno di quote elettorali dirimenti come, per esempio, la classe operaia della Rust Belt. Bloomberg, in altre parole, potrebbe essere in grado di raccogliere una coalizione elettorale composta dalla destra democratica e dai repubblicani anti-trumpisti: oggettivamente un po’ poco, per riuscire a conquistare la Casa Bianca.

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