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Berlino e Ankara: uno squarcio che va dall'Europa al Medio Oriente - L'ANALISI

Le riflessioni di Raffaele Marchetti e Igor Pellicciari, politologi ed esperti di relazioni internazionali della Luiss di Roma

Berlino Ankara

Luciano Lombardi

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Due fatti che, a poche ore di distanza l'uno dall'altro, hanno provocato uno squarcio dal cuore dell'Europa ai confini con l'Asia. Abbiamo provato a guardare quel taglio un po' più profondità, a partire dalla ferita più recente, l'attacco di Berlino, che ci riporta indietro di alcuni mesi, quando un'azione molto simile fu condotta sul lungomare della città di Nizza, e poi l'assassinio dell'ambasciatore russo in Turchia.

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Partendo dalla fine, abbiamo chiesto a Raffaele Marchetti, docente di Relazioni Internazionali all'Università Luiss di Roma, di soffermarsi sulla vicenda. Proprio da una riflessione sulle similitudini tra il fatto francese e quello tedesco: "Nel caso di Nizza, l’obiettivo diretto era un assembramento di persone, e l’obiettivo simbolico era colpire la Francia nel giorno della sua festa nazionale. A Berlino anche l’obiettivo materiale è stata una moltitudine di persone, ma l’obiettivo simbolico in questo caso è stato più ampio: colpire un mercatino di Natale, la festa cristiana per eccellenza, per colpire il cuore dell’Europa".

Non sono ancora giunte rivendicazioni
Sì, ma possiamo presumere che sia riconducibile all’Isis. In entrambi i casi, le forze jihadiste vivevano - e vivono tuttora - un momento di debolezza interna. Il territorio che controllano si va restringendo, Mosul è persa, Raqqa è assediata.

Alla difficoltà sul terreno di battaglia mediorientale, l’Isis ha sempre risposto con un rilancio terroristico in occidente. Alle sconfitte militari si risponde con una campagna di attentati con grande valore comunicativo in modo da amplificare l’impatto, rinsaldare le fila e tamponare la possibile riduzione nel reclutamento di giovani jihadisti.

Francia e Germania non sono due Paesi scelti a caso
Certamente no: la presenza sul territorio è un altro fattore decisivo e in entrambi gli Stati le forze jihaidiste sono ben radicate. I foreign fighters europei provengono da Francia, Gran Bretagna, Germania e Belgio: esattamente i Paesi che sono stati oggetto di attacchi terroristici.

La disponibilità di uomini, la presenza di reti e strutture territoriali rende certamente più agevole la pianificazione e l’esecuzione degli attacchi.

Da Berlino ad Ankara, con un altra similitudine, quella tra l'assassinio di Karlov e l’abbattimento del jet russo sul confine siriano di un anno fa. Ad analizzare le analogie tra i due episodi Igor Pellicciari, docente di storia e politiche economiche russe alla Luiss e alla Statale di Mosca.

C'è una discriminante non secondaria tra i due tragici eventi...
Mentre l’abbattimento del jet aveva portato a un gelo immediato tra Erdogan e Putin, paradossalmente l'assassinio di Karlov oggi porterà a un maggiore sostegno politico del Cremlino al presidente turco (anche se le sanzioni probabilmente tarderanno a essere tolte nel breve periodo).

Questo perché dopo il tentativo di colpo di Stato del luglio scorso ad Ankara (tutt’altro che simulato, come ha invece teorizzato qualcuno), a Mosca è ormai assodato che Erdogan non abbia responsabilità nei due episodi e che, anzi, stia perdendo il controllo del Paese, con ampi pezzi dei militari e dell’intelligence che stanno lavorando contro di lui. Questo attentato - in definitiva - è stato organizzato come quello del jet russo più per mettere in difficoltà Erdogan e dimostrare che non controlla il Paese più che per fare cambiare strategia di ingaggio alla Russia nel Medio Oriente

Esiste la possibilità concreta che Erdogan possa essere deposto?
Per dirla con una battuta, se cadesse Erdogan si perderebbe l’ultimo "dittatore utile" nella zona. Con conseguenze nefaste per tutti, non solo per la Russia, ma anche per l'America di Trump e per l'Europa schiacchiata dai migranti.

Con quali criteri è stato scelto il target?
L’assassinio di un ambasciatore è un fatto gravissimo perché va a colpire uno degli attori di un ceto politico-amministrativo che mai come in questi ultimi 5 anni ha avuto una centralità nel sistema politico russo.

Un ambasciatore in Russia non rappresenta solo il Paese ma è parte integrante del foreign policy making russo rispetto al Paese nel quale opera. Tutti in Russia – a cominciare dal ministro Lavrov – sono diplomatici di carriera. Ma la politica estera della Russia in Medio Oriente non subirà deviazioni né battute d’arresto.

Il fatto che dietro l’uccisione dell’ambasciatore come nell’abbattimento del jet russo vi sia stata una sofisticata regia è dimostrato anche dal fatto che chi li ha programmati ha fatto sì che in entrambe le occasioni vi fosse una copertura di filmati in alta definizione dell’accaduto. Come a volere evitare al massimo la possibilità della real politik di costruire delle narrative più soft dell’evento ed evitarne l’impatto.


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