Benjamin Netanyahu, il guerriero riluttante

Ritratto del primo ministro di Israele, protagonista che divide della guerra tra Gaza ed Israele

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu – Credits: Lior Mizrahi/Getty Images

Rolla Scolari

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Mi hai sempre detto che una qualità importante per un essere vivente (e una nazione è un essere vivente) è l’abilità d’identificare il pericolo in tempo. Mi hai insegnato, Abba, a guardare la realtà negli occhi». Abba, papà in ebraico, è Benzion Netanyahu, morto nel 2012 a 102 anni. Le parole, pronunciate al cimitero di Har Hamenuchot di Gerusalemme, erano quelle del figlio, un commosso Benjamin Netanyahu. Già prima di allora erano stati fatti innumerevoli tentativi di analizzare le idee nella testa del primo ministro israeliano attraverso l’influenza dell’adorato genitore.

Benzion Netanyahu è stato un importante studioso della storia degli ebrei nella Spagna medioevale. È stato il segretario personale di Ze’ev Jabotinsky, padre di quel revisionismo sionista che sognava una Grande Israele. Così, quando nel 2009 il figlio Benjamin aprì per la prima volta a una soluzione a due Stati e a concessioni territoriali ai palestinesi, gli opinionisti in Israele si divisero tra chi pensava che il premier si fosse per sempre allontanato dall’ideologia del padre e chi sosteneva che le sue fossero parole mirate soltanto a compiacere la comunità internazionale. David Remnick, direttore del New Yorker che nel ’98 intervistò padre e figlio, constatò come la vita del premier fosse una continua lotta tra eredità dell’ideologia paterna e «contingenze politiche». Nel pantano delle sabbie di Gaza, è stata la contingenza a dettare le sue mosse.

Benjamin (Bibi) Netanyahu, 64 anni, è considerato un «falco» e non a torto. Eppure, in opposizione a quest’immagine, nei corridoi della politica israeliana c’è chi lo ha descritto come un guerriero riluttante. Dopo settimane di sangue a Gaza, un’operazione aerea e via terra che ha distrutto interi quartieri, causato 2 mila vittime palestinesi, portato all’uccisione di 65 soldati di Tsahal e attirato le critiche di gran parte della comunità internazionale indignata dal numero di morti civili, è difficile vederlo oggi come politico restio al protrarsi di azioni militari.

Per molti osservatori, però, le sue ragioni sono semplici: si è trovato di fronte a scelte inevitabili, spinto dal precipitare degli eventi bellici, dalle pressioni della base e dei ministri, da un’opinione pubblica a favore dell’azione militare, dalla consapevolezza che le gallerie scavate da Hamas per infiltrare Israele fossero più vaste di quanto ipotizzato. Imprigionato tra ideologia ereditata e realtà politica, Netanyahu resta custode di un fragile status quo, dove il conflitto non è risolto, ma Israele gestisce le minacce alla sicurezza garantendo «normalità» alla popolazione. «Non fa la pace e non fa la guerra» spiega a Panorama Anshel Pfeffer, corrispondente militare di Haaretz. «Non gli piace prendere rischi. Se fa la guerra, non è una sua scelta e non è interessato a riprendersi Gaza. Ministri del suo gabinetto hanno esercitato pressioni per un’operazione più dura fin dall’inizio. Dal suo punto di vista, ha compiuto il minimo». Dopo il rapimento e l’uccisione di tre adolescenti israeliani, la campagna militare contro Hamas in Cisgiordania e i disordini a Gerusalemme scoppiati con l’assassinio di un ragazzino palestinese, il governo israeliano ha mosso l’aviazione su Gaza in risposta al lancio di razzi sul suo territorio. Dopo una prima tregua rifiutata dal movimento islamista, il premier ha dichiarato «l’inevitabilità» di una campagna di terra. «Israele è entrato a Gaza perché gli altri mezzi per fermare i razzi hanno fallito» ha spiegato. Da giorni, i ministri della sua coalizione spingevano per l’operazione e la vasta maggioranza dell’opinione pubblica (perfino il leader della sinistra Isaac Herzog) sosteneva «il signor sicurezza». Nella campagna elettorale del 2009, Netanyahu era stato così ribattezzato perché prometteva di occuparsi del nucleare iraniano e di eliminare le provocazioni di Hamas, considerate minacce all’esistenza di Israele. Netanyahu ha ereditato il pessimismo dal padre, secondo cui «la storia degli ebrei è in larga misura una storia di olocausti».

Ma nella sua testa prevale il peso della politica reale: il tanto minacciato attacco all’Iran non c’è stato e nel 2012 ha chiuso l’operazione «Pilastro di difesa» a Gaza con un cessate il fuoco incondizionato. Solo quattro anni prima aveva accusato Ehud Olmert di capitolazione davanti a Hamas, quando l’allora premier cessò le ostilità unilateralmente dopo 22 giorni. «Erano solo parole. Oggi dice quello che fa: per Bibi obiettivo dell’operazione era la distruzione dei tunnel» spiega Pfeffer. «Al contrario dei suoi predecessori (come Ehud Olmert, Ehud Barak e Ariel Sharon), cerca di non farsi tirare in mezzo ai conflitti perché sa che i politici escono spesso a pezzi dalle guerre» spiega a Panorama Sefy Hendler, docente all’università di Tel Aviv. «E lui è un ottimo politico, non un giocatore d’azzardo. Se preferisce stare lontano dalle campagne militari, vuole però restare leader della destra». La sua destra l’ha accusato di debolezza per non avere condotto una più intensa campagna capace di annientare la minaccia di razzi e tunnel. «La migliore conclusione» conclude Pfeffer, «sarebbe un cessate il fuoco che non metta Israele nella posizione di fare concessioni immediate. La peggiore, un cessate il fuoco unilaterale, con i razzi palestinesi che continuano a cadere e Netanyahu che rischia il suo futuro politico passando come l’uomo che poteva distruggere Hamas ma non l’ha fatto».

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