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Myanmar, Aung San Suu Kyi e i Rohingya: ecco cosa ha detto

Parlando di "musulmani", ha affermato che la situazione non è "così tragica" pur manifestando "preoccupazione" nei confronti "di chi soffre"

Aung San Suu Kyi

Simona Santoni

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Aung San Suu Kyi parla per la prima volta di quanto sta accadendo in Myanmar al confine con il Bangladesh alla popolazione dei Rohingya, 400 mila persone di religione musulmana (il Myanmar è a maggioranza buddista) che, in seguito a scontri tra ribelli dell'Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army) e polizia di confine, sono state costrette a fuggire dal 25 agosto dopo aver visto bruciare i loro villaggi (214), violentare le loro donne, uccidere parenti e amici.

L'Onu ha parlato di una vera e propria operazione di pulizia etnica, operata dall'esercito birmano contro i Rohingya.

Nel suo discorso (molto atteso) Suu Kyi ha in realtà sostenuto che la maggior parte dei villaggi Rohingya non sono stati toccati dalle violenze e che molti musulmani sono rimasti in zona, il che vuol dire che la situazione "non è così tragica; che non ci sono stati più scontri armati dopo il 5 settembre; e che comunque i militari, accusati di violenze indiscriminate, erano stati preparati a evitare "danni collaterali".

Parole che hanno scatenato le critiche di associazioni come Human Rights Watch e Amnesty International il cui direttore dell'area asiatica meridionale e del Pacifico,James Gomez ha detto: "Lei ed il suo governo stanno ancora nascondendo la testa sotto la sabbia sugli orrori che avvengono in quello Stato".

È pur vero che per la prima volta, in ogni caso, il Premio Nobel per la Pace ha manifestato pubblicamente la sua preoccupazione per la sorte dei Rohingya (pur non chiamandoli mai così ma semplicemente "musulmani"). Si dice dalla parte di chi soffre ed è pronta a una "verifica internazionale" su come il governo ha gestito la crisi della minoranza musulmana in Myanmar.

Sotto accusa, soprattutto lei, leader democratica che ha trascorso 15 anni agli arresti domiciliari durante la dittatura militare, ma ora di fatto guida del Paese.

Ecco cosa ha detto, finalmente, Aung San Suu Kyi.

Cosa ha detto ora Aung San Suu Kyi

Nella sua prima uscita pubblica dopo il 25 agosto, in un convegno a Naypyidaw, capitale del Myanmar, davanti a diplomatici, autorità e giornalisti, Aung San Suu Kyi il 19 settembre ha detto: "Deploriamo profondamente la sofferenza di tutti coloro che sono stati colpiti dal conflitto".

Ha tuttavia precisato che coloro che, nello stato Rakhine, hanno dovuto abbandonare le loro case non sono solo i musulmani, ma anche buddisti e membri di altre minoranze a causa del conflitto fra esercito e militanti dell'Arsa. "Nonostante tutti gli sforzi, non siamo riusciti a fermare il conflitto. Non è intenzione del governo evitare le responsabilità".

Intanto, in uno schermo gigante, il suo intervento era seguito anche nell'antica capitale di Yangon, con molti presenti con bandiere birmane e striscioni a favore di Suu Kyi. "Condanniamo tutte le violazioni dei diritti umani", ha proseguito la Lady. "Siamo impegnati al rispetto della legge e dell'ordine".

Suu Kyi, la cui conferenza è stata trasmessa in diretta dalla televisione locale, si è impegnata a portare aiuti umanitari nella regione e a consentire il ritorno dei rifugiati Rohingya, dopo un processo di verifica. La Premio Nobel ha affermato di non temere un "controllo" da parte della comunità internazionale e ha assicurato che il suo governo sta cercando soluzioni per il conflitto tra musulmani e buddisti in Rakhine, anche se non sarà un processo rapido. "Anche noi siamo preoccupati, vogliamo scoprire quali siano i veri problemi. Ci sono state accuse e contestazioni, dobbiamo ascoltarli tutti e dobbiamo assicurarci che questa affermazioni siano basate su prove solide prima di agire".

Ha invitato la comunità internazionale a visitare il Rakhine ma anche parlare con i musulmani che sono rimasti nei loro villaggi. 

Aung San Suu Kyi si è detta occupata a promuovere "armonia" tra le comunità, per questo non aveva voluto rispondere prima alle accuse ricevute.

Come si difendeva Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi finora aveva respinto le accuse della comunità internazionale. Aveva definito i membri dell'Arsa "terroristi" e, nelle rare dichiarazioni pubbliche, si era soffermata più che altro sull'"iceberg di disinformazione" dato in pasto ai media occidentali dai ribelli.

Convinta che il suo governo avesse in atto un'azione di difesa dello Stato, sosteneva: "Il governo è impegnato a difendere tutti i civili" ma "non si può risolvere la questione in 18 mesi".

Il lessico usato da Aung San Suu Kyi

La Lady non ha mai usato il termine Rohingya, ha parlato più generalmente di "musulmani". "Rohingya", infatti, è un termine che molti birmani buddisti si rifiutano di accettare, visto che considerano la minoranza etnica presente nel Rakhine immigrata dal Bangladesh.

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