È stata prigioniera in casa per 15 anni: santa per il suo popolo, nemesi per dei generali paranoici al potere per mezzo secolo. Oggi è il giorno della rivincita, con una valanga di voti che non faranno di Aung San Suu Kyi la presidente della Birmania - carica che le è preclusa - e forse non le consentiranno nemmeno di governare, ma che di sicuro le danno un mandato popolare per porsi da vero leader di un Paese proiettato verso la democrazia.
Quella che era una prospettiva impensabile ancora nel novembre 2010, al momento del suo rilascio dopo la sua ultima tornata di sette anni agli arresti domiciliari, è diventata realtà dopo cinque anni di aperture democratiche di un regime che dal 1962 aveva condannato la 'Terra d'oro' alla povertà con politiche isolazioniste e una gestione disastrosa.

Il presidente Thein Sein, un ex generale messo al potere dall'ex giunta nel 2011, ha lasciato che Suu Kyi venisse integrata nel sistema politico. E lei, nota per essere idealista e irriducibile, ha sfoderato un pragmatismo - il quale ha in parte offuscato la sua immagine all'estero - che col tempo ha disarmato i generali.

A 70 anni, è un momento pregustato da oltre due decenni per la figlia di Aung San, il generale padre dell'indipendenza, assassinato quando lei aveva solo due anni. Sarebbe dovuto arrivare già nel 1990, quando la sua 'Lega nazionale per la democrazia' trionfò con l'80 per cento dei voti: resosi conto del consenso del popolo, l'allora dittatore Ne Win non onorò mai quel risultato e mantenne Suu Kyi ai domiciliari.
La 'Signora' o 'mamma Suu', come la chiamano i birmani, ha fatto della Birmania la sua missione di vita. Cresciuta all'estero e arrivata nel Paese nel 1988 per andare al capezzale della madre, Suu Kyi si ritrovò nel mezzo delle proteste pro-democrazia che furono poi represse nel sangue dai militari, con oltre tremila morti. Ne divenne poi la leader spontanea, per un popolo che già la ascoltava grazie allo status di icona del padre ucciso.
La patria chiamava e Suu Kyi ha risposto all'appello.
Ma ha pagato a carissimo prezzo questa scelta dal punto di vista degli affetti, abbandonando il marito e due figli adolescenti, che ritirarono il premio Nobel per la Pace assegnatole quando era prigioniera in casa. L'uomo morì quando lei era isolata dal mondo, dopo che i generali le avevano offerto un'alternativa da lei respinta: parti se vuoi rivederlo, ma non tornerai mai più. Col figlio maggiore non ha in pratica più rapporti, il secondogenito ha una vita travagliata.

In compenso, Suu Kyi ha guadagnato 51 milioni di figli: il suo popolo, che lei ha portato sulla strada della democrazia. 


Fonte: Ansa

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