Attentato a Istanbul, la Turchia sbanda pericolosamente

L’esplosione a Sultanahmet, cuore di Istanbul, nella sua parte turistica ed europea, apre a scenari cupi per il futuro equilibrio interno del paese

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Un poliziotto turco davanti alla Moschea Blu nel quartiere di Sultanahmet luogo dell'attentato kamikaze - 12 gennaio 2016 – Credits: ZAN KOSE/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Dopo l’esplosione nel distretto di Sultanahmet, cuore della città di Istanbul, nella sua parte turistica ed europea, Ankara si sveglia con molti dubbi e un orizzonte politico incerto.

 Circa l’attentato che ha ucciso dieci persone, il governo si è prima detto sicuro che l’attentatore fosse siriano, per poi correggersi addossando a un saudita di 28 anni la responsabilità del fatto di sangue. Si è parlato anche di una cellula di una ventina di membri con base ad Adiyaman, nel sud del paese, dalla quale sarebbe stato ordito l’attacco. Se confermato, sarebbe il segnale che qualcosa è cambiato negli equilibri interni.

 

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La dinamica dell’attacco terroristico è certo quella che abbiamo visto replicarsi in decine e decine di altri fatti di sangue e la responsabilità può essere facilmente addossata a un membro dello Stato Islamico. La motivazione? Punire la Turchia per il cambio di rotta nei rapporti con gli uomini del Califfo in territorio turco.

 Sebbene il governo sia stato molto tollerante con i miliziani sin dall’inizio della guerra, da qualche mese - e da qualche settimana in particolare - vi è stata un’accelerata in senso autoritario contro gli affiliati all’ISIS, che ha portato allo smantellamento di una vasta rete jihadista che sinora operava impunemente all’interno del territorio turco.

Contestualmente all’arresto di numerosi membri e fiancheggiatori dello Stato Islamico, Ankara ha stretto le maglie e impedito il passaggio di molti foreign fighters, che usano proprio la Turchia come base logistica per i propri movimenti, e ha arrestato non pochi predicatori che simpatizzavano o inneggiavano allo Stato Islamico. Inoltre, si sono verificati scontri tra le milizie ISIS e le forze turche in Iraq, non lontano da Mosul. Come a dire, che la Turchia non è più un “safe haven” per i terroristi. Tutto questo rende plausibile la pista dell’attentato che porta direttamente al Califfato di Al Baghdadi, in risposta alla linea dura del governo nei suoi confronti.

 

Ankara cambia strategia sull’ISIS
Ciò nonostante, non può sfuggire a un’analisi più attenta la reale motivazione per cui il governo di Ankara ha voluto questa stretta, dopo che per anni ha lasciato proliferare i jihadisti all’interno del suo territorio. L’obiettivo del governo di Ankara, infatti, non è mai stato la lotta all’ISIS (l’episodio della battaglia per Kobane ne è la prova), ma piuttosto il contenimento di quelle rivendicazioni curde che si sono acuite con l’intensificarsi della guerra. E, in base all’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”, ha permesso allo Stato Islamico - in prima linea contro i curdi - di proliferare.

 Già, perché se mai lo avessimo dimenticato, il governo di Erdogan è in guerra anche contro i curdi del PKK, che rivendicano l’indipendenza da Ankara e puntano a formare un Kurdistan tra Siria, Turchia e Iraq. Non tutti i curdi sono d’accordo con questa politica, ma i successi sul campo contro lo Stato Islamico favoriscono le ipotesi di un futuro in cui i curdi conteranno sempre più nello scacchiere. Ankara invece ha scommesso sui successi militari delle milizie jihadiste filo-turche, come i Turcomanni e gli uomini di Ahrar Al Sham, per ritagliarsi aree di diretta influenza dove un tempo esisteva la Siria, una volta che sarà conclusa la guerra.

Questo ragionamento conduce inevitabilmente da un’altra parte. E inquadra la stretta sui jihadisti come strumentale a una nuova fase politica di Ankara, in cui il governo si vede ora costretto ad arginare i terroristi per facilitare il futuro processo politico che ridisegnerà i confini regionali, dopo aver compreso che la partita per dominare quelle aree forse è già persa.

 Il repentino cambio di fronte, allora, è funzionale a riallacciare l’altalenante rapporto con gli Stati Uniti, che premono per la sconfitta dell’ISIS e favoriscono in ogni modo l’ascesa dei curdi. E la Turchia - membro della NATO - ha bisogno del supporto di Washington ora più che mai, soprattutto dopo che ha ingaggiato un pericoloso quanto azzardato braccio di ferro con Mosca.

 

Il rischio politico e la situazione interna
Se il governo di Erdogan si ritiene politicamente al sicuro dopo le elezioni di novembre che hanno confermato la maggioranza assoluta al suo partito AKP, Ankara non appare però così forte dal punto di vista della sicurezza interna.

 Nel paese si gioca, infatti, una difficilissima partita interna e in tutta la Turchia è altissimo il rischio di ulteriori tensioni sociali, dopo che l’anno appena passato queste hanno già sconfinato nel terrorismo di matrice socialista e di matrice curda. Con la perdita degli scambi commerciali con la Russia e l’arrivo del terrorismo jihadista che colpisce anzitutto il turismo nazionale, la Turchia, ago della bilancia nelle sorti della regione, vede scendere il suo borsino e si avvicina pericolosamente alla situazione dell’Egitto, dove solo la forza bruta dei militari ha impedito il tracollo del paese, ma dove il turismo langue con conseguenze disastrose per l’economia nazionale.

 La Turchia è più forte, ovviamente, e ha migliori risorse da ogni punto di vista. Ma è anche l’ultimo argine prima di un ulteriore divampare della micidiale guerra siro-irachena. Se questo paese dovesse precipitare nel caos, come forse sperano i miliziani dello Stato Islamico, le conseguenze geopolitiche sarebbero tanto catastrofiche quanto imprevedibili.

 

 

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