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Alcune hostess si stringono in un abbraccio che dura un istante, per poi riprendere la loro corsa verso gli imbarchi, tra la folla di migliaia di persone che partono e arrivano all'aeroporto Ataturk di Istanbul come ogni giorno. Le vetrate forate dai proiettili dei kalashnikov sembrano lottare contro la forza di gravità, per non cadere. Mentre su quelle andate in frantumi sotto la forza delle bombe che ha fatto crollare anche vaste porzioni di soffitto si affannano numerosi operai su impalcature sistemate tra la segatura che prova a coprire il sangue delle 41 persone che ieri hanno perso la vita, e delle 240 che sono rimaste ferite, nell'attacco suicida dei tre kamikaze.

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È una calma surreale quella che si respira allo scalo turco finito sotto i riflettori del mondo per l'ennesima strage del terrore. Né all'esterno né all'interno dell'aeroporto sono state prese particolari misure di sicurezza. "È tutto nella normalità", confermano due donne del personale dell'Ataturk. Pur fingendo di non conoscere l'inglese per evitare di rispondere alle domande, entrambe si affrettano a dire che "è tutto ok". Un'immagine di tranquillità che si vuole dare non solo nello scalo. Anche in strada, vicino a piazza Taksim, in molti dicono di non essere preoccupati: "No, this is Istanbul", rispondono.

La mancanza di informazioni

Davanti all'aeroporto si vedono solo due poliziotti in divisa, uno dei quali con un fucile mitragliatore, che passeggiano e osservano distrattamente. Ce ne sono anche tre in borghese ma fermi. E ogni tanto sfrecciano quattro militari a bordo di due moto di grossa cilindrata. Tutti hanno il giubbotto antiproiettile. La situazione non sembra molto diversa da ieri pomeriggio, a un'ora prima dell'attacco. Esattamente quando è atterrato da Bari Nicola Scatigno, impiegato di una ditta di Livorno che si occupa di catering. Avrebbe dovuto proseguire per l'Afghanistan ma oggi rientra a casa, passando però dall'Albania, poiché il diretto per Bari è stato cancellato. "Voglio rivedere mia moglie e mia figlia", dice con gli occhi lucidi. Quando c'è stato l'attacco Nicola, di Mola di Bari (Bari), era nella business lounge: "Lì - racconta - ci hanno fatto rimanere per circa quattro ore, chiusi dentro. Poi ci hanno detto di uscire, di fare il controllo passaporti e di prendere un pullman. Ma ovviamente all'uscita nessuna informazione, zero". Nicola riferisce la polizia era "più preoccupata che non fotografassimo e ci diceva di mettere via i telefonini: nessuno parlava inglese". "Noi siamo passati davanti agli arrivi, dove c'è stata l'esplosione: era tutto distrutto". "Non ho ricevuto comunicazioni da nessuno, ho chiamato l'ambasciata italiana qui a Istanbul così come la Farnesina a Roma: mi hanno semplicemente detto di seguire le indicazioni della polizia locale".

Paura per il lavoro

Dice invece di aver visto "morire i suoi amici" l'agente di viaggio iraniana Sonya: "Più che spaventata sono molto triste - spiega - ieri ero qui quando l'attentatore si è fatto esplodere e ho visto saltare in aria molti uomini e donne della sicurezza che conosco da anni". I passeggeri, ricorda fissando un punto vicino all'uscita, "si sono stretti li' al centro in un grande gruppo, si riparavano l'un l'altro, erano terrorizzati". Sonya ritiene che i terroristi volessero colpire gli iraniani che ieri erano "moltissimi in aeroporto: non verranno mai piu'", teme l'agente di viaggio, e "io non voglio perdere il mio lavoro". Fatih, che in aeroporto ha accompagnato un suo amico, ha 20 anni e commenta: "La vita continua". "Studio qui ingegneria spaziale e Istanbul non sembra una città pericolosa: anche se succedono queste cose che possiamo farci? Oggi, come vedi, ci sono tantissime persone, siamo tristi ma non preoccupati".

I segni della sparatoria

Preferisce non dire neppure il suo nome uno degli addetti alle informazioni. Dietro di lui i segni della sparatoria sulle vetrate abbattute dai terroristi che poi si sono fatti esplodere facendo crollare ampi pezzi di soffitto. "Ieri c'era il mio collega qui - riferisce - che si è salvato perché questi box di ferro sono solidi. Mi ha detto che dalla bomba sono uscite tante palline di ferro piccolissime finite ovunque. Poi una fiammata profondissima ha bruciato tutto". "Non sono umani - commenta un passeggero che ascolta - come si fa ad uccidere padri, madri, figli? Queste sono le vittime". "Forse - ipotizza - l'attentato c'è stato perché molti erano iraniani e israeliani, e l'Isis voleva colpirli". Anche un tassista conferma l'impressione che l'attentato abbia sconvolto più il resto del mondo che Istanbul: "Nella sventagliata di mitra dei terroristi che si avvicinavano all'entrata - dice senza scomporsi - sono morti cinque miei colleghi". E lei adesso non ha paura? "E perché mai? - risponde - Tanto se incontri un terrorista sai che è la fine. Allora sia quel che sia".(ANSA)

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