Attentato a Istanbul, il fallimento della strategia di Erdogan in Medio Oriente

La strage nel distretto di Sultanahmet è solo l’ultimo segnale del momento di difficoltà attraversato dal presidente turco

Turchia. Recep Tayyip Erdogan

Istanbul. Il presidente turco Erdogan agita una copia del Corano durante un comizio elettorale – Credits: STR/AFP/Getty Images

Tersite

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Per Lookout news

L’origine dell’attentato di Istanbul del 12 gennaio può essere fatta risalire alla guerra siriana e al “tradimento” perpetrato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan nei confronti dei gruppi jihadisti: prima ampiamente appoggiati, quando sui media occidentali passavano per l’opposizione moderata al presidente siriano Bashar Assad; poi rinnegati – quantomeno di facciata – nel momento in cui nell’opinione pubblica mondiale è prevalsa l’evidenza che erano invece gruppi terroristici islamici appositamente infiltrati in Siria per realizzare la deposizione del regime di Damasco, voluta principalmente oltre che dalla Turchia anche da Arabia Saudita, Qatar e dagli stessi Stati Uniti.

 Da quel momento Ankara si è trovata stretta nell’obbligo imposto dagli USA di affrancarsi a livello internazionale dal ruolo di indiretto, e sprovveduto, supporter del terrorismo islamista, e ha dovuto concedere il proprio territorio ai bombardieri americani lanciati contro le postazioni dello Stato Islamico in Siria. In cambio, l’aviazione turca ha potuto bombardare pressoché indisturbata le posizioni del PKK lungo il confine tra Turchia e Siria (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

 Nei fatti Ankara ha stretto le maglie sull’ISIS – con arresti ed eliminazioni di basi d’appoggio – ma ha continuato a supportare gruppi estremisti come Ahrar al Sham, che è la più forte componente islamista a operare nella provincia siriana di Idlib prossima al confine turco. Ahrar al Sham è tutt’uno con il Fronte al Nusra (Al Qaeda), ma nonostante ciò non è ancora nella lista nera delle organizzazioni terroristiche stilata dalle Nazioni Unite.

 

Il fallimento della strategia turca in Medio Oriente
Nello scacchiere mediorientale, Erdogan si trova ormai stretto nelle conseguenze dei suoi stessi progetti. Il regime change di Assad non è andato come aveva previsto – cioè con gli stessi tempi rapidi che nel 2011 portarono alla caduta di Gheddafi in Libia – e l’emersione della natura terroristica dell’ISIS ha portato al blocco del sostegno occidentale nei confronti della Turchia, e alla possibilità di intervento diretto della Russia nel conflitto.

 

Ankara ha perso la scommessa sul progetto di un suo ruolo predominante in Medio Oriente, e contemporaneamente, sfidando apertamente la Russia, ha perso un fornitore di energia e il mercato di sbocco russo. Continua ad appoggiare e rifornire i gruppi islamisti della provincia di Idlib e di Aleppo, nella speranza che possano avere la meglio sull’esercito siriano o, almeno, portare a una divisione della Siria che le permetterebbe di prendere il controllo di una zona di sua diretta influenza. Al contempo, continua a muoversi per impedire il rafforzamento territoriale dei curdi siriani sotto il suo confine.

 

Il vuoto di strategia degli USA
Se l’appoggio ai gruppi islamisti sta franando sotto i colpi dell’aviazione russa e delle truppe di terra siriane e alleate, il piano di arginare i curdi sta invece deragliando per il supporto fornito a questi dagli USA. La Casa Bianca, risucchiata in un vuoto di strategia dopo il fallito assalto ad Assad – e per non rimanere completamente fuori gioco nella partita medio-orientale con una conseguente enorme perdita di peso globale – ha focalizzato i propri sforzi militari nei territori occupati dall’ISIS nell’est siriano. Oltre ai bombardamenti, che da soli non possono essere risolutivi, gli Stati Uniti si sono affidati all’unica forza in grado nell’area di contrastare sul terreno ISIS, vale a dire i combattenti curdi dell’YPG (Unità di protezione del popolo), che già avevano occupato e difeso i propri territori dall’attacco dell’esercito del Califfo Al Baghdadi, impedendogli di prendere il controllo di Kobane.

 

Gli USA hanno così supportato la formazione delle Democratic Forces of Syria (DFS), una coalizione tra i gruppi curdi, arabi, armeni, siriaci e turcomanni che vivono nel nord-est della Siria. Una coalizione in cui il maggior peso è quello dei curdi, e che si regge evidentemente su un accordo per il dopo Assad, cioè sul rispetto dei curdi delle minoranze e dei loro ruoli di rappresentanza in quella che sarà un’area autonoma sotto controllo curdo.

 

L’intento dichiarato dagli USA era quello di armare queste milizie per sferrare l’attacco a Raqqa, capitale siriana del Califfato. Ma le cose non sono andate come speravano. La vittoria a cui puntavano, per la quale sotto certi aspetti erano mossi dallo stesso spirito di competizione che contrappose le truppe americane a quelle russe nella Seconda Guerra Mondiale su chi sarebbe arrivato prima a Berlino, non è arrivata.

 

Gli obiettivi dei curdi
Le Democratic Forces of Syria sono l’astuto, e obbligato, ombrello costituito dai curdi del PYD (Partito dell’Unione Democratica) per avere maggiore copertura internazionale e maggiore possibilità di penetrazione nei territori a ovest, oltre l’Eufrate, abitati da arabi e turcomanni. Il loro intento è dichiaratamente quello di ricostituire la Rojava (“Occidentale”), riunendo il cantone di Kobane a est con quello di Afrin all’estremo ovest della Siria. L’obiettivo, in sostanza, è riunire le terre curde di Siria in cui dall’Impero Ottomano fino al regime di Assad padre si è praticata la loro espulsione e l’insediamento prima di turchi e poi di arabi.

Oltre l’Eufrate c’è ISIS e più oltre, nel corridoio di Aziz, Ahrar al Sham, Al Nusra e i turcomanni controllati direttamente dalla Turchia, questi ultimi gli stessi che hanno ucciso il pilota del jet russo abbattuto dai caccia di Ankara. La Turchia aveva unilateralmente stabilito che i curdi del PYD non avrebbero potuto superare l’Eufrate, ma la cosa è già stata fatta e le milizie delle DFS hanno già occupato importanti cittadine e controllano l’unico ponte rimasto ancora in piedi che attraversa il fiume. Tutto ciò avviene mentre aumentano di giorno in giorno le adesioni di gruppi arabi non jihadisti alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Ciò si sta verificando soprattutto nell’area di Aleppo, che è vitale sia per Assad che per la Russia così come per i curdi. La Russia sta martellando il corridoio di Aziz per bloccare i rifornimenti dalla Turchia alle milizie jihadiste che controllano la parte est di Aleppo. IL PYD, dal canto proprio, deve ottenere un risultato simile per garantire la sicurezza dell’area nord-ovest della città intensamente abitata e difesa da curdi e ricollegabile al cantone di Afrin.

 

Il destino di Erdogan
Erdogan sbraita contro l’assistenza fornita dagli USA ai curdi, sostenendo che il PYD è la filiazione siriana del PKK turco, marcato da Ankara come gruppo terroristico. Gli USA, dal canto loro e per perseguire i propri obbiettivi contro l’ISIS, fanno orecchie da mercante, dicendo che il PYD non è un gruppo terroristico e che è mosso, invece, da intenti democratici. Il presidente turco è alle strette, e non è escluso che il provocatorio abbattimento del jet russo non sia stata opera sua ma di frange del suo esercito con l’intento di metterlo in difficoltà. La tensione con la Russia, come detto, sta avendo effetti devastanti sul piano economico ed energetico. Mentre il perdurante allineamento all’Arabia Saudita potrebbe costargli anche il blocco del gas iraniano, dopo che Riad ha giustiziato l’imam scita Nimr al Nimr. L’economia turca, prima in crescita costante, ora annaspa. E la guerra interna scatenata contro i curdi rischia di portare il Paese verso il baratro della guerra civile.

In questo quadro l’attentato del 12 gennaio, a prescindere o meno dal reale coinvolgimento dello Stato Islamico, potrebbe segnare l’inizio della fine della lunga leadership di Erdogan. Il quale, falliti i suoi ambiziosi progetti, sta mettendo in forti difficoltà gli stessi potentati che per anni lo hanno sostenuto. Ma stante la situazione esplosiva dell’area e del Paese gli effetti, se non gli intenti, dell’attentato potrebbero andare ben al di là delle sorti di Erdogan. Cioè portare anche la Turchia al caos, aumentare la pressione ai confini dell’Europa del sud e nel Mediterraneo e, non ultimo, determinare l’occasione per poter bloccare i Dardanelli alla marina russa.

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