Attentati a Parigi: perché l'intelligence francese è da riorganizzare

Il rapporto della commissione d'inchiesta istituita dopo le stragi di fine 2015. Il punto chiave è la rivalità tra i vari apparati segreti transalpini

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Il cantante della band, Jesse Hughes, rende omaggio alle vittime del Bataclan

Dopo 18 mesi di audizioni per un numero compelssivo di duecento ore, e un monumentale lavoro di ricostruzione dell'accaduto, la commissione d’inchiesta parlamentare francese istituita dopo la strage nel settimanale Charlie Hebdo e  incaricata di indagare sugli attentati jihadisti che colpirono Parigi  il 13 novembre 2015 ha reso finalmente reso pubbliche le sue conclusioni, non senza suscitare aspre polemiche presso la stampa e l'opinione pubblica transalpina.

Gli attentati, scrive il rapporto, non potevano essere evitati, benché gli 007 francesi avessero ricevuto varie segnalazioni nel 2009 e nello stesso 2015. Non ci sono responsabilità dirette da parte delle strutture di intelligence. Semmai, sostiene il rapporto redatto dalla commissione, è necessario urgentemente riorganizzare i servizi segreti, attualmente divisi in tre corpi che tra loro non comunicano, creando un'unica agenzia nazionale sotto il controllo del primo ministro e del ministero dell'Interno.

La concorrenza che spesso sfocia nella rivalità tra il GIGN,  l’unità speciale della Gendarmeria nazionale e dipende dai ministeri dell’Interno e della Difesa,  il RAID, unità d’elite della polizia francese che dipende dal ministero degli Interni, e il BRI, un’unità investigativa e d’intervento della polizia giudiziaria, è - secondo il rapporto - una delle cause della disorganizzazione e nella lentezza nei soccorsi e nell'intervento successivo al blitz terroristico al Bataclan.

Per spiegare che cosa non abbia potuto funzionare, Georges Fenech, il presidente della commissione, ha citato il caso di Said Kouachi, uno degli attentatori di Charlie Hebdo, la cui sorveglianza è stata a singhiozzi a causa dei problemi di competenze tra i servizi del dipartimento di polizia di Parigi e la Dgsi, la Direction Centrale des Renseignements Généraux che dovrebbe coordinare tutte le indagini, e rimasta invece spesso spogliata dei suoi poteri. Un fatto ritenuto non accettabile dallo stesso Fenech: «Occorre trasferire le competenze dei servizi alla Dgsi». 

Perché i servizi segreti italiani funzionano meglio di quelli francesi e belgi
È sempre facile rifare la storia partendo dalla fine. La semplicità con cui si superano i nostri confini rende necessario una strategia di intelligence coordinata sia di qui che al di là del nostro territorio Sébastien Pietrasanta, relatore della Commissione d'inchiesta


C'è un passaggio, sottolineato dal relatore Sébastien Pietrasanta, deputato socialista, che non ha mancato di suscitare polemiche. Ed è il fatto che la proclamazione dello stato d’emergenza e il dispiegamento di migliaia di militari sul territorio nazionale - decisi dal presidente Hollande anche per rassicurare l'opinione pubblica - sono stati di «utilità limitata» al fine di prevenire nuovi attentati e smantellare le cellule jihadiste sul suolo francese.

La raccomandazione di formare un'unica agenzia sotto il controllo del primo ministro si estende, secondo il rapporto, anche alla necessità di favorire la comunicazione degli apparati di intelligence dei vari Paesi europei, evitando quanto accaduto con la fuga di Salah Abdeslam. I servizi di informazione belgi, secondo quanto emerso, sapevano che Salah era radicalizzato.

Ma non inserirono tale informazione nella banca dati consultata dalla gendarmeria francese che - dopo averlo fermato qualche ora dopo le stragi del 13 novembre a Parigi, tra cui la più sanguinosa fu quella del Bataclan  - lo lasciò andare.  «È sempre facile rifare la storia partendo dalla fine. La semplicità con cui si superano i nostri confini rende necessario una strategia di intelligence coordinata sia di qui che al di là del nostro territorio» ha ricordato Pietrasanta. 


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