Marco Ventura

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La politica è comunicazione. La guerra anche, è comunicazione. E Donald Trump conferma di essere un genio della comunicazione politica. Anche attraverso la guerra. La decisione di lanciare i missili sulla base dalla quale erano partiti gli aerei del tragico bombardamento “chimico” siriano è stata presa a tempo di record, preceduta solo da un’indiscrezione della CNN. E ha spiazzato alleati e avversari.

PER APPROFONDIRE:

--> La cronaca dei bombardamenti americani sulla Siria
--> La reazione della Russia
--> L'aviazione siriana

Significativamente, il primo a appoggiare l’intervento (che il Pentagono definisce “una tantum”) è stato il governo britannico, mentre l’Unione Europea “si tiene in contatto” con le parti e la Germania parla di scelta “comprensibile”.

I missili di Trump ridefiniscono gli schieramenti: Gran Bretagna, Arabia Saudita (il mondo sunnita), Israele e Turchia a favore, contro la Siria di Assad. Russia e Iran al fianco del regime di Damasco. Ma soprattutto, gli Stati Uniti tornano protagonisti sulla scena globale al modo di sempre: con la forza delle armi. Una svolta rispetto alla retorica di Barack Obama.

Ecco i messaggi “politici” di cui i missili si sono fatti vettori:

  • Gli Stati Uniti tornano “grandi”, come aveva promesso Trump nella sua travolgente campagna presidenziale. Protagonisti della politica internazionale a partire dallo scacchiere più complesso, il Medio Oriente. C’è già chi parla di America nuovamente “gendarme del mondo”. Certo, d’ora in poi Mosca e Teheran dovranno fare i conti con The Donald.
  • Gli Stati Uniti decidono e “fanno”. Il dito sul pulsante di lancio dei missili il Presidente lo ha messo senza esitare, in poche ore. Gli USA tornano a impiegare la potenza di fuoco come strumento politico e si ricollocano così al centro dei giochi geo-politici e strategici.
  • Gli Stati Uniti combattono la barbarie. Il primo atto militare di Trump è un intervento in difesa dei civili, in particolare i bambini, massacrati dall’arma più vigliacca, quella chimica. Quindi non un gesto imperialista, almeno all’apparenza, ma umanitario e in difesa dei diritti umani fondamentali. Tant’è vero che si tratta di un attacco “una tantum”, che non rientra in una pianificazione bellica per far cadere il regime di Assad.
  • Gli Stati Uniti di Trump non sono quelli di Obama. Tutto quello che sta facendo Trump è l’opposto di quello che ha fatto (o “non” fatto) Obama. Barack aveva inaugurato la sua politica estera con un vibrante discorso al Cairo di apertura al mondo islamico. Era anche quella comunicazione politica, che però si riduceva alla retorica della mano tesa e del passo indietro (poi riformulato come “Stay behind”). Quel linguaggio è stato percepito in Medio Oriente come prova di debolezza e semaforo verde allo scatenarsi delle rivendicazioni e ambizioni delle potenze regionali (e di Mosca).
  • Gli Stati Uniti tornano sul ring con la Russia. Trump era stato accusato di complicità sotterranee con Mosca. Questo intervento è invece la dimostrazione della sua autonomia politica dal Cremlino e da Putin. È prevedibile che dopo il bastone, The Donald mostri la carota. La prospettiva di una riappacificazione con la Russia non è smentita, anzi rafforzata, dalla decisione di attaccare l’alleato di Mosca, Assad.
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