Attacco a Kabul: tempi bui per l’Afghanistan

L'offensiva talebana contro il parlamento: storia di un conflitto in un cui continua a essere coinvolta anche l'Italia

 

Per Lookout news

Con l’attacco sferrato a pochi metri dal parlamento di Kabul i talebani mandano un segnale inequivocabile a quanti negli ultimi mesi hanno sperato in una graduale risoluzione del conflitto afghano.

 Il messaggio rivolto al fragile governo del presidente Ashraf Ghani e del primo ministro Abdullah Abdullah è chiaro: gli insorti sono pronti a prendere il sopravvento sul nuovo corso politico e il ritiro dei contingenti delle forze NATO non può che spianare loro la strada.

 Lo dimostra la facilità con cui un commando formato da sette uomini è riuscito a scatenare l’inferno all’esterno della Wolesi Jirga, la camera bassa del parlamento afghano. Uno di loro ha lanciato l’auto sui cui era bordo carica di esplosivi contro i cancelli del palazzo. Subito dopo è entrato in azione il resto del gruppo, neutralizzato dalle forze di sicurezza solo dopo due ore di scontri a fuoco. Al termine della sparatoria il bilancio è stato di almeno sei morti tra i civili e di circa venti feriti.

 

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Disarma la capacità dei talebani di arrivare a colpire così da vicino istituzioni nevralgiche nel cuore della capitale. Dall’inizio dell’offensiva di primavera, episodi simili si sono già verificati in diverse occasioni. Il mese scorso è stato preso di mira il ministero della Giustizia e sono state attaccate anche strutture ricettive frequentate da occidentali, come il Park Palace di Kabul dove hanno perso la vita tra gli altri l’italiano Alessandro Abati e la compagna.

L’avanzata dei talebani
Kabul, colpita oggi da altre esplosioni nella zona di Dahmazang, è solo la vetrina più in vista che i talebani sistematicamente scelgono per garantire massima risonanza mediatica alle loro azioni. In quest’ultimo caso non solo il dove ma anche il quando erano stati scelti nei minimi dettagli. Nel rivendicare l’attacco il portavoce del gruppo, Zabihullah Mujahid, ha infatti spiegato che l’obiettivo era impedire l’insediamento del nuovo ministro della Difesa, vale a dire Massoom Stanekzai, sulla cui nomina proprio oggi il parlamento si sarebbe dovuto esprimere.

 Che il parlamento potesse essere teatro di attacchi era stato annunciato anche dai vertici della polizia locale. L’allarme però è caduto nel vuoto il che, secondo uno dei parlamentari che si trovava all’interno dell’edificio al momento della sparatoria, dimostra quanto siano disorganizzate le forze di sicurezza.

 Mentre il governo centrale prova a fare i conti con questa nuova emergenza, altre parti dell’Afghanistan stanno cadendo nelle mani dei talebani senza che vi sia una vera opposizione da parte dell’esercito. Negli ultimi tre giorni i miliziani sono riusciti a prendere possesso dei distretti di Char Dara e Dashti Archi nella provincia di Kunduz, al confine con il Tajikistan, irrompendo anche nel capoluogo Kunduz City.

 La situazione è sempre più critica anche nella provincia di Helmand, nel sud-ovest, segno che l’influenza dei talebani su tutto il territorio nazionale è ben più capillare di quanto si sia creduto finora. Nelle offensive sferrate a Kunduz i gruppi che sono entrati in azione erano ben armati e formati da combattenti non solo afghani ma anche stranieri. Non è escluso che si possa trattare di miliziani jihadisti delle locali cellule dello Stato Islamico, provenienti oltre che dal Tajikistan, anche da Uzbekistan, Kirghizistan e Cecenia.


 

Il contingente italiano a Herat
Se questa è la capacità di reazione delle forze di sicurezza afghane, per il Paese si prevedono tempi bui, come lo sono stati d’altronde gli ultimi quattordici anni di conflitto in cui ha pagato un prezzo salato in termini di vite umane anche l’Italia con 54 morti.

 Camp Arena, nella provincia di Herat, dove sono dispiegati circa 500 nostri soldati, è in fase di smobilitazione. In quest’area parte dei militari italiani svolge compiti di addestramento delle forze di sicurezza afghane nell’ambito della nuova missione Resolute Support, subentrata all’inizio del 2015 a ISAF (International Security Assistance Force).

 L’Italia ha accolto la richiesta degli Stati Uniti di mantenere ancora per alcuni mesi le proprie truppe in Afghanistan oltre il termine previsto dell’ottobre 2015, mentre Washington porterà avanti la missione almeno fino a tutto il 2016. È uno “sforzo in più” che il premier Matteo Renzi ha chiesto ai militari nella sua visita a Herat il 2 giugno scorso, in occasione della Festa della Repubblica. Uno sforzo che, alla luce di quanto sta accadendo in Afghanistan, potrebbe mettere sempre più a rischio anche il nostro contingente.

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