Astana, negoziato in salita sulla Siria

Come previsto la reciproca ostilità ha segnato il primo giorno di colloqui di pace in Kazakistan

Alfredo Mantici

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Per Lookout news


Sono iniziati ieri 23 gennaio ad Astana, capitale del Kazakstan, i negoziati tra tutte le parti in causa nella guerra civile siriana – con l’esclusione dei jihadisti dell’ISIS, di Jabhat Fateh Al Sham (ex Fronte Al Nusra) e dei combattenti curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) – sotto la supervisione di Russia, Turchia e Iran. Gli Stati Uniti sono stati invitati in veste di osservatori e hanno inviato all’Hotel Rixos, che ospita i lavori, il loro ambasciatore nella capitale. Anche l’inviato speciale dell’ONU per la Siria, Staffan De Mistura era presente all’apertura dei negoziati.


L’obiettivo dei colloqui, che dureranno fino a oggi, non è certamente quello ambizioso di trovare una via di uscita alla guerra civile che da ormai sei anni devasta la Siria, ma quello più limitato d’implementare e rendere stabile il cessate-il-fuoco concordato lo scorso 30 dicembre dal governo di Damasco, sotto la supervisione di Mosca, Teheran e Ankara, con i 12 gruppi di ribelli non islamisti o islamisti moderati, in seguito alla riconquista di Aleppo da parte delle forze governative. In sostanza, nonostante le grandi aspettative suscitate, i negoziati non sembrano poter tracciare un percorso definitivo verso una pace stabile, ma soltanto verificare la tenuta di una tregua che finora è stata violata da tutte le parti in campo.

Scambi di accuse e freddezza tra le parti
Fin dall’inizio, i colloqui si sono fatti difficili. Nella grande sala dei convegni del Rixos le opposte delegazioni hanno subito incrociato le armi della dialettica, scambiandosi insulti e accuse. Il capo della delegazione dei ribelli, Mohammed Alloush, ha esordito definendo il governo siriano “un’entità terroristica”. Accusa alla quale il rappresentante di Damasco nonché ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Jaafari, ha replicato definendo il comportamento della sua controparte “impertinente, provocatorio e al di fuori dei canoni della diplomazia”.

 

Alloush ha chiarito subito che per i ribelli i negoziati si limiteranno alle sole condizioni del cessate-il-fuoco, considerata come “una prima parte del processo che potrà portare a una soluzione politica della guerra civile” e ha quindi denunciato la presenza delle milizie filo-iraniane al fianco delle forze regolari del regime, chiedendone l’immediato ritiro perché “rappresentano un ostacolo alla pace sul terreno”. Per ribadire che i ribelli non considerano il governo di Assad una legittima controparte, Alloush ha rifiutato colloqui diretti con il rappresentante siriano e si è limitato a rivolgersi genericamente a tutte le parti presenti intorno al tavolo.

 

Il capo della delegazione iraniana, Hossein Jaberi Ansari, ha sottolineato invece l’impegno del suo paese a “garantire l’unità e l’indipendenza della Siria e il diritto del suo popolo a decidere del proprio futuro”. La risposta del capo della delegazione ribelle è stata di chiusura totale: Alloush ha dichiarato che “il processo per una soluzione politica comincerà solo dopo che Assad, l’Iran e le sue milizie avranno abbandonato la Siria”. Parole dure, che non hanno fatto fare alcun progresso nella ricerca di una via di uscita alla situazione di stallo del conflitto o di un modo accettabile per impedire violazioni continue del cessate il fuoco. 

Si attende il prossimo round a Ginevra
L’inviato dell’ONU, Staffan De Mistura, si è affannato nei corridoi dell’albergo Rixos nel tentare di far ragionare i ribelli, inducendoli a mitigare i toni e a trattare seriamente per una tregua che il diplomatico italo svedese ritiene essenziale per garantire qualche margine di successo alla seconda tornata di negoziati di Ginevra, prevista per il prossimo 8 febbraio.

 

Stranamente, né i russi né i turchi sono intervenuti in modo particolarmente deciso nella disputa dialettica tutta siriana, che ha rischiato di far fallire i negoziati fin dall’esordio. I delegati di Mosca e di Ankara hanno preferito appartarsi con i rappresentanti della repubblica iraniana per discutere del futuro della Siria e, stando alle indiscrezioni, avrebbero raggiunto qualche risultato, se è vero che i turchi hanno riconosciuto la possibilità che Bashar Al Assad mantenga “un ruolo politico nella fase di transizione verso la pace”, facendo di fatto cadere la precondizione dell’uscita di scena del presidente siriano prima dell’avvio di negoziati di pace, sostenuta dal presidente turco Tayyp Recep Erdogan fino a quando non ha cambiato idea accordandosi con Putin.

 Oggi, 24 gennaio, i colloqui riprendono e forse conseguiranno almeno l’obiettivo di rendere stabile il cessate-il-fuoco e di aprire corridoi umanitari per i profughi. Per la ricerca di una via d’uscita definitiva dal ginepraio siriano, però, tutti i protagonisti dei negoziati di Astana attendono probabilmente l’entrata in scena di un nuovo attore, il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che non ha mai fatto mistero della sua volontà di cercare un accordo con il Cremlino per eliminare definitivamente la minaccia del Califfato. Un accordo che potrebbe prendere avvio da un impegno comune russo americano proprio nel teatro siriano e che potrebbe essere siglato nel più confacente palcoscenico di Ginevra.

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