Esteri

Armi a Teheran: affari d’oro per USA e Russia

Mosca sblocca la fornitura di missili antiaerei S-300 innescando i timori di Israele e sauditi. Gli americani puntano invece sui droni

Hassan-Rohani

Il presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Hassan Rouhani – Credits: Sergey Guneev/Host Photo Agency/Ria Novosti via Getty Images

Per Lookout news

Dopo essere rimasto bloccato per anni, il 9 novembre è entrato in vigore il contratto che prevede la fornitura all’Iran dei sofisticati missili antiaerei S-300 da parte della Russia. Stando a quanto comunicato in occasione del Dubai Airshow 2015 da Sergei Chemezov, responsabile della compagnia russa statale Rostec, il primo lotto dei missili verrà consegnato entro 18 mesi dal momento in cui Teheran formalizzerà la scelta della tipologia di S-300 su cui intende puntare.

 La commessa ha un valore di 800 milioni di dollari. Il contratto, stipulato nel 2007, era stato sospeso dall’ex presidente russo Dmitri Medvedev nel 2010 in conformità alla Risoluzione ONU 1929, approvata in risposta al programma nucleare iraniano. Il congelamento della fornitura ha innescato una disputa legale tra Iran e Russia. Il governo iraniano si è rivolto alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja denunciando il mancato rispetto della consegna dell’arsenale missilistico e reclamando un sostanzioso risarcimento economico per il danno subito pari a circa quattro miliardi di dollari.

La svolta è arrivata nell’aprile scorso, quando nel pieno fermento delle trattative per il raggiungimento di un accordo sul programma nucleare iraniano il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’imminente sblocco della trattativa, facendo implicitamente pressione sulla comunità internazionale per accelerare i tempi sull’annullamento delle sanzioni imposte a Teheran.

I timori di USA, Israele e Arabia Saudita
L’entrata in vigore del contratto consolida l’asse Mosca-Teheran e provoca al contempo, secondo un effetto domino, timori a cascata che dagli Stati Uniti si riversano sui due principali oppositori dell’Iran nell’area del Medio Oriente e del Golfo: Israele e Arabia Saudita. Washington e Tel Aviv temono che con questa dotazione di missili l’Iran riuscirà a blindare i suoi siti nucleari da eventuali attacchi aerei. A preoccupare è la potenza del sistema dei missili antiaerei S-300: è completamente automatizzato, ha un tempo di dispiegamento di pochi minuti, una capacità d’inseguimento radar di 100 aerei (ma anche missili) e di ingaggio fino a 36 obbiettivi contemporanei. Inoltre la sua variante S-300B4, per cui l’Iran potrebbe decidere di optare, è in grado di colpire obiettivi situati fino a 400 km di distanza.

Una volta ottenuti gli S-300, l’Iran potrebbe posizionarli nelle sue isole nel Golfo Persico, puntando da vicino obiettivi sensibili dell’area: le basi aeree di Ali al-Salem e Ahmad Al-Jaber situate in Kuwait e quelle di Al-Minhad e Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, i giacimenti petroliferi di Zakum e Shariqah e i giacimenti di gas situati nel nord del Qatar.

 Nel suo intervento al Dubai Airshow 2015 Chemezov ha rispedito al mittente anche le preoccupazioni espresse dall’Arabia Saudita, che in più occasioni nell’ultimo periodo avrebbe chiesto a Mosca di fermare la commessa destinata all’Iran. Si tratta di armi di difesa, ha sottolineato Chemezov: “Quindi, se i Paesi del Golfo non hanno intenzione di attaccare l’Iran perché dovrebbero sentirsi minacciati?”.

Bella domanda, che coglie senza troppi giri di parole il perché dei timori di Washington, Tel Aviv e Riad alla luce non solo di quanto sta accadendo in Siria e Iraq, dove l’Iran è in prima linea a difesa del regime di Damasco, ma anche in Yemen, con l’Arabia Saudita impantanata nel conflitto con i ribelli sciiti Houthi. Forte di nuove forniture di armi, l’Iran potrebbe continuare a sostenere la resistenza degli Houthi, che negli ultimi giorni hanno recuperato terreno soprattutto nel sud dello Yemen. Nella provincia di Lahj, al confine con Aden, si sono posizionati su una collina da cui possono colpire la base aerea di Al-Anad, dove si trovano truppe sudanesi inviate da Khartoum per fornire rinforzi alla coalizione araba guidata da Riad. Hanno riconquistato Daleh, la seconda città più grande della provincia di Damt, e hanno preso il controllo di una base militare nella città costiera di Dhubab, nei pressi dello stretto di Bab el-Mandeb dove transita una fetta importante dei traffici marittimi internazionali.

Il mercato delle armi
In questo scenario, prosegue a distanza la corsa all’export di armi da parte di Russia e Stati Uniti. Entrambe le potenze stanno allargando i rispettivi giri d’affari. Gli USA stanno puntando sulla vendita di armi per droni, e dopo il Regno Unito hanno ampliato l’offerta all’Italia e presto potrebbero fare lo stesso con Olanda, Francia e Turchia, che come il nostro Paese hanno acquistato dall’americana General Atomics il modello Reaper MQ-9. Washington inoltre potrebbe presto sfruttare i timori causati dal riarmo iraniano vendendo alle potenze del Golfo altri caccia F-35 prodotti da Lockheed Martin. La Russia, oltre che all’Iran, guarda ai mercati asiatici del Pacifico, dove è pronta a esportare su larga scala il mitico fucile d’assalto Ak-47 prodotto dalla Kalshnikov. In tempi di guerra l’industria bellica macina fatturato e conquista nuovi clienti. È un fronte in cui Stati Uniti e Russia, distanti su tutto, sono uniti nel condurre di fatto la stessa partita.

 

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