Esteri

Argentina: la vittoria di Macri in un Paese spaccato

Dopo dodici anni di kirchenismo peronista, Buenos Aires volta pagina. Ma, assicura il vincitore, senza vendette

 

Il liberale Mauricio Macri sarà il nuovo presidente argentino. Ha sconfitto al ballottaggio il peronista Daniel Scioli (Frente para la Victoria), grande  favorito della vigilia e sostenuto dalla presidenta Christina Kirchner. Una vittoria di misura, 700 mila voti su 32 milioni di elettori chiamati alle urne, che consegna un Paese spaccato a metà. Una vittoria storica, epocale, dopo dodici anni di kirchenismo, che è forse inferiore a quanto si attendesse lo stesso Macri dopo una campagna elettorale esaltante che, da sfidante, lo ha trasformato al ballottaggio nel candidato da battere. Il trionfo c'è stato lo stesso, nonostante il recupero di Scioli negli ultimi giorni, specie nella provincia di Buenos Aires o tra gli strati più poveri della popolazione, tradizoonale massa elettorale clientelare del peronismo.

CAMBIAMENTI LENTI
Dopo la vittoria sia Macri sia il suo vicepresidente, Gabriela Micchetti, hanno lanciato un messaggio di riconciliazione: "So che molte persone di umili origini sono preoccupate. Voglio dire loro che non hanno nulla da temere. La mia vittoria non darà il via a nessun regolamento di conti". L'entusiasmo popolare dei suoi sostenitori ha fatto la differenza nella sfida contro Daniel Scioli. La vittoria di misura significa anche che Mauricio Macri dovrà negoziare con i kirchenisti, che sono ancora maggioranza nei due rami del parlamento argentino. Le riforme, cui il Paese è chiamato in un momento economico delicato, richiedono una forte capacità di dialogo con i sindacati e le forze sociali. L'addio al protezionismo nazionalista ci sarà, ma - per evitare spaccature insanabili - dovrà avvenire con juicio.

La nuova Argentina e il tramonto dell’era Kirchner
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