Arabia Saudita, la questione sciita e il nodo del Califfato

I tre attacchi suicidi avevano come obiettivo la minoranza sciita e la dinastia degli Saud, guida dell'Islam sunnita

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L'emiro saudita Faisal bin Salman bin Abdulaziz sul luogo dell'attentato alla Medina – Credits: STR/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Jeddah, Medina, Qatif. Tre attentati in Arabia Saudita in un solo giorno. Si conclude così il Ramadan 2016, con una scia di sangue che dopo aver fatto ecatombi da Istanbul alle zone di guerra fino al Bangladesh, torna a colpire anche la roccaforte dell’Islam sunnita wahabita.

 Strani attentati, quelli compiuti ieri quasi simultaneamente. A Jeddah, che affaccia sul Mar Rosso, un uomo ha tentato di farsi saltare in prossimità del consolato americano. Scoperto, si è fatto saltare in aria prima di poter fare gravi danni. Non risultano altri morti né feriti oltre all’attentatore.


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Il principe Faisal bin Salman bin Abdulaziz fa visita a un poliziotto ferito alla Medina – Credits: STR/AFP/Getty Images

Negli stessi minuti, due bombe sono esplose nella città orientale di Qatif, sul Golfo Persico, dove due attentatori suicidi si sono fatti saltare in aria all’esterno di una moschea sciita. Anche in questo caso, non si è registrato nessun morto né feriti. Solo il corpo dilaniato di uno dei suicidi e un’auto esplosa.

 La terza esplosione è avvenuta a Medina, città santa per l’Islam, seconda solo alla Mecca per importanza. Qui un attentatore suicida si è fatto saltare in aria nel parcheggio del quartier generale della sicurezza che controlla Al-Masjid an-Nabawi, la moschea del Profeta Maometto, dove si ritiene che siano anche le sue spoglie e meta ogni anno di milioni di pellegrini. In questo caso, sono morte invece quattro guardie della security che avrebbero avvicinato l’attentatore, insospettiti dal suo modo di fare. Una volta scoperto, l’uomo ha azionato la cintura esplosiva.

 

Nessuna rivendicazione per i tre attentati
Anche per Jedda e Qatif la narrazione è la stessa. Attentatori poco esperti, subito notati dalle forze di sicurezza, che si fanno saltare in aria senza provocare gravi danni, soprattutto considerata l’alta affluenza di fedeli intorno alle moschee nei giorni di Ramadan. E, oltretutto, senza che agli attentati sia seguita alcuna rivendicazione.

 A colpire è dunque l’insieme di questi elementi. Se la tempistica sembra collegare i tre attentati, che con ogni evidenza sembrano concepiti da un’unica mente criminale (e i primi sospetti ricadono sullo Stato Islamico), però in questa vicenda non vi è ancora nulla di certo. Come peraltro avvenuto nel caso di Istanbul. Certo, la rivendicazione non è un obbligo dei terroristi ma una consuetudine consolidata per i miliziani del Califfato, che sono usi a celebrare con ogni mezzo a disposizione le “imprese” dei loro compagni di lotta.

 

Abbatteremo la casa dei Saud” è il motto più usato dai detrattori della famiglia reale che lo Stato Islamico ha fatto propria negli ultimi due anni, nonostante in origine fosse un leit motiv anche di Al Qaeda (che qui ha già compiuto non pochi attentati). I Saud, che ironicamente i miliziani storpiano in “Saul” sono essi stessi una componente ineliminabile del paese, la petro-monarchia di stampo familistico che ha reso grande l’Arabia Saudita ma che non ha fatto seguire al successo economico un progresso in campo sociale e di diritti civili.

 

La marginalizzazione della comunità sciita in Arabia
Questo ha portato a tensioni latenti, soprattutto all’interno della comunità sciita. Una comunità fatta principalmente d’immigrati che vivono marginalizzati e perseguitati, ma che è tuttavia fondamentale per le attività petrolifere, visto che una parte considerevole degli sciiti vive e lavora proprio nei grandi distretti petroliferi del paese che affacciano sul Golfo Persico - di cui il distretto di Qatif, proprio il luogo dell’attentato, è il più importante e ricco bacino di idrocarburi - formando una classe operaia oggi ineliminabile.

Il distretto di Qatif ha una particolarità: contiene quasi tutti i principali giacimenti di gas e petrolio del regno ed è perciò il luogo più controllato dell’intera Arabia Saudita. Forse anche per questo, gli attentati sono falliti.

Per capire le tensioni che attraversano le due comunità religiose, in ogni caso, basta ricordare l’esecuzione pubblica lo scorso 2 gennaio di Nimr al Nimr, leader sciita originario di Awamiyya, al centro della regione di Qatif, reo di aver guidato le rivolte del 2011 e di aver denunciato i soprusi della casa reale nei confronti della minoranza sciita. Nimr al Nimr predicava la secessione della regione sciita di Qatif dal resto del paese, incoraggiava il popolo alla sollevazione contro il regime dittatoriale dei Saud e paventava un abbraccio simbolico con l’Iran. La sua morte ha portato da un lato a forti proteste e tensioni con Teheran, ma soprattutto ha spinto il governo saudita a usare la mano ancor più pesante contro la comunità sciita, meno del 12% dell’intera popolazione, con un crescendo di restrizioni e persecuzioni che da allora non si sono più fermate.

 

Il Califfato in Arabia Saudita
Ora, se la matrice degli attentati del 4 luglio è da ricercare nel tentativo di contrastare gli sciiti che vivono in Arabia Saudita, come tutto sembra indicare, è segno che la convivenza tra le due anime dell’Islam - che rispecchiano plasticamente l’antagonismo storico tra sunniti e sciiti sin dalla scomparsa di Maometto - è e sarà al centro delle prossime dispute politiche e sociali.

 Se l’Arabia Saudita dovesse conoscere una rivolta interna della comunità sciita, come gli attentati sembrano aver inteso provocare, certo il problema della tenuta del paese e della sua sicurezza sarebbero messi in serio pericolo. A goderne non sarebbe però solo lo storico nemico iraniano, ma anche il Califfato stesso, che vede nel paese wahabita il limite all’espansione definitiva del salafismo sunnita e, soprattutto, il responsabile del tracollo economico dello Stato Islamico, da quando anche Riad ha chiuso i rubinetti dei finanziamenti (sia pur privati) in direzione di Raqqa e Mosul, indispensabili per proseguire il progetto califfale.

 

Nel settembre del 2013, Robin Wright, analista per il New York Times, scrisse un articolo ardito sulla possibile disgregazione del Medio Oriente, ipotizzando la suddivisione di Siria, Iraq, Yemen, Libia e anche dell’Arabia Saudita in nuovi micro-stati, ripartiti a seconda delle proprie etnie e confessioni. Un disegno che avrebbe modificato per sempre i confini nazionali cui siamo abituati. Secondo quell’ipotesi, in parte già pienamente verificatasi, l’Arabia sarebbe stata divisa in un’Arabia del Nord, dell’Ovest e in un Wahabistan al centro a trazione sunnita, e un’Arabia del Sud e dell’Est a componente sciita. Quell’ipotesi di scuola puntava solo a rispecchiare le divisioni etniche, tribali e religiose ma, anche se un simile scenario è di là da venire, esso dimostra comunque l’esistenza di forze centrifughe che a tutt’oggi preoccupano non poco il potere centrale.

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