La situazione si è surriscaldata ulteriormente in Medio Oriente. Mentre lo Stato Islamico avanza in Iraq e Siria dimostrando di avere risorse e capacità inattese, da un lato l’Arabia Saudita ha ripreso i bombardamenti nello Yemen per schiacciare la ribellione degli Houthi che a marzo hanno rovesciato il presidente Mansour Hadi, dall’altra l’Iran scalpita per mettere i piedi in Iraq e cacciare lo Stato Islamico con i propri mezzi e uomini.

Questi fatti ci dicono due cose. Primo, che nella grave destabilizzazione della regione, Riad e Teheran occupano ormai stabilmente un ruolo da protagonisti. Secondo, che ciascuno di questi due Paesi si fronteggia sia pur indirettamente per far prevalere la propria parte, anche a costo di rompere definitivamente un equilibrio storico. Si tratta, dunque, di una sfida che si sostanzia ancora una volta nella contrapposizione tra l’Islam sunnita e l’Islam sciita. Sarà forse una semplificazione e una generalizzazione, ma a grandi linee è ciò a cui stiamo assistendo nello scacchiere mediorientale

Va letto in quest’ottica anche il rinvigorimento dello Stato Islamico che, dopo la battuta d’arresto patita a Tikrit, ha recuperato molte posizioni in Iraq e conquistato persino la città di Ramadi, capoluogo della grande provincia di Anbar. Un fatto che adesso consente loro di mantenere il pieno controllo lungo tutto il confine iracheno-siriano. In Siria, inoltre, la presa di Palmira dimostra non solo la potenza residua delle forze del Califfato, ma anche le sempre più notevoli capacità strategiche e tattiche del loro esercito.

La situazione in Yemen

E va letto in quest’ottica anche il caos in Yemen, che minaccia direttamente la stabilità in Arabia Saudita. Poche ore fa, tra l’altro, una colonna di combattenti del movimento Ansarullah (braccio armato degli Houthi yemeniti) ha attaccato postazioni saudite e pare aver preso il controllo delle alture di At-Tuwal, nella regione sud-occidentale di Jizan, nei pressi del Mar Rosso. Mentre nel Golfo Persico, in un villaggio della provincia di Qatif, è esplosa una bomba nella moschea sciita dell’Imam Ali, dove più di 150 persone stavano pregando. Il bilancio provvisorio parla di almeno 30 vittime tra i fedeli sciiti.

L’Arabia Saudita è notoriamente il baluardo del sunnismo nel mondo islamico. Ciò nonostante, in alcune aree, tra cui appunto la zona di Qatif e la fascia costiera del Golfo insieme con l’oasi di Al-Hasa, è forte anche la presenza sciita, che costituisce un’importante forza lavoro per il Regno. Questa minoranza, se istigata, potrebbe far esplodere rivolte e creare non pochi problemi e rivendicazioni sociali creando non pochi grattacapi alla monarchia. Ma a far degenerare la situazione è soprattutto il rischio concreto di un impegno militare iraniano in territorio iracheno. Il governo sciita di Baghdad vede di buon occhio l’aiuto di Teheran che, sinora, ha inviato forze speciali e milizie di Hezbollah per frenare l’avanzata dell’ISIS.

Lo Stato Islamico approfitta del caos

Adesso, però, con un ritorno di fiamma dello Stato Islamico, l’Iran potrebbe rompere gli indugi e “dichiarare guerra” al Califfato, penetrando direttamente nel territorio. Per Riad, tuttavia, questo sarebbe inammissibile. Un conto è, infatti, osservare a distanza la guerra civile in atto tra le due anime del popolo iracheno (così come in Siria, il cui governo è un grande alleato di Teheran). Un altro è vedere invece l’Iran non più supportare ma prendere il controllo diretto delle operazioni militari nelle aree a maggioranza sunnita dell’Iraq. Questo sarebbe letto come un vero e proprio tentativo di accerchiamento dell’Arabia Saudita, che Riad non può permettersi. Il rischio di ritrovarsi ai confini la minaccia di governi sciiti eterodiretti da Teheran è troppo grande. Da qui, l’iniziativa militare contro i ribelli in Yemen e la scelta di frenare i gruppi sciiti che intendono consolidare il proprio potere un po’ ovunque. Sembra quasi che l’equilibrio geopolitico della regione si stia definitivamente rompendo e che un casus belli potrebbe portare a una guerra più estesa in Medio Oriente che vedrebbe forse un redde rationem tra i due grandi Paesi islamici.

Intanto, gli Stati Uniti hanno deciso di spedire in Iraq armi e mezzi. Una mossa stramba e tardiva, dopo che la loro strategia per contenere lo Stato Islamico in Siria e Iraq è andata a farsi benedire, che non potrà che alimentare la guerra.

Quello che ci aspetta nelle prossime settimane è dunque un crescendo di tensioni che rischia di fare il gioco dei signori della guerra e dello stesso Stato Islamico, la cui determinazione e recrudescenza si spiegano soltanto con un rinnovato sostegno che, con ogni probabilità, proviene da ambienti sunniti. Alcuni nemici dello Stato Islamico preferiscono, infatti, l’ipotesi di un consolidamento del Califfato in Siria e Iraq alla materializzazione di una più forte presenza sciita in Medio Oriente.

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