Amina e le altre. A seno nudo contro la sharia

Le Femen in piazza in tutto il mondo per il "Topless Jihad Day", contro la lapidazione delle donne nei paesi islamici

In una foto tratta da Facebook, alcuni membri del movimento delle Femen lanciano la Topless Jihad. Il movimento di donne ucraine, che si denudano per protesta, si mobilita in sostegno di Amina Tyler, la ragazza tunisina che, imitandole, ha postato su Facebook le sue foto in topless, scatenando l'ira dei conservatori islamici che ne chiedono la lapidazione (Credits: Ansa/Facebook)

Anna Mazzone

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Amina Tyler ha 19 anni e rischia la morte per una foto in topless pubblicata su Facebook. Attivista Femen in Tunisia, la ragazza si è mostrata a seno nudo sul social network, con delle frasi disegnate sul suo corpo. Immediata la fatwa del predicatore wahabita Almi Adel, a capo della commissione per la promozione della virtù e della repressione del vizio. Secondo l'imam, Amina meriterebbe una punizione esemplare: la morte per lapidazione.

Al momento Amina risulta scomparsa. Le sue compagne del gruppo femminista Femen la cercano da giorni, ma senza successo. Provocatorie le sue frasi: "il mio corpo appartiene a me e non rappresenta l’onore di nessuno", sostiene l'attivista. Un concetto che per una donna che vive in un Paese islamico può portare a estreme conseguenze. Se va bene se la cava con 100 frustate, altrimenti la aspetta una morte orribile. Sepolta fino alla testa e colpita da pietre che la uccidono.

E' la pena che scontano le adultere e le donne "immorali" nei Paesi che seguono i precetti della sharia, la legge coranica. Al momento al mondo ce ne sono sette: Afghanistan, Iran, Iraq, Nigeria (in un terzo delle sue regioni), Pakistan, Sudan ed Emirati Arabi.

Il Paese più attivo per le lapidazioni è l'Iran, dove l'ultima uccisione risale al 2010. Ultimamente è stato il caso della giovane Sakineh ad accendere i riflettori sul paese degli Ayatollah. La mobilitazione della comunità mondiale per evitare la lapidazione della ragazza le ha salvato la vita, ma molte altre donne sono in attesa di giudizio nelle prigioni iraniane.  

In Nigeria è ancora appesa a un filo la vita di Amina Lawal, la donna condannata per adulterio dopo aver avuto un figlio al di fuori del matrimonio, e che rischia di subire la pena capitale alla fine del processo di terzo grado.

Negli altri Stati solitamente le donne adultere (quelle nel mirino delle pietre dei lapidatori) riescono a vincere il processo in appello, sostenute dalle campagne internazionali delle organizzazioni per i diritti umani. Ma, se i tribunali sembrano mettersi una mano sulla coscienza in molti casi, ve ne sono altrettanti in cui è la "giustizia" locale ad avere la meglio.

Spesso le adultere vengono lapidate nei villaggi di appartenenza. I loro nomi rimangono sconosciuti. Decine e decine di donne perdono la vita per una barbarie perpetrata dai loro stessi famigliari. Il caso di Amina Tyler è solo uno dei tanti. Se le foto fossero state scattate in Tunisia, la ragazza rischierebbe due anni di carcere e circa 490 euro di multa.

Ma la legge non potrebbe garantirle l'incolumità e la fatwa lanciata dall'imam wahabita potrebbe essere seguita da qualche zelante discepolo dei precetti coranici duri e puri. Per questo Amina è scomparsa e non dà traccia di sé e per questo le Femen hanno organizzato per oggi, 4 aprile,  il Topless Jihad Day , una giornata internazionale in difesa di Amina e di tutte quelle donne che rischiano la lapidazione.

Più di 100mila persone hanno firmato una petizione per chiedere di punire l'imam che ha minacciato di morte Amina e oggi in molte città del mondo, a Berlino, Bonn, Brema, Bruxelles, Francoforte, Goteborg, Kiev, Londra, Malmo, Milano, Montreal, Parigi, Rio de Janeiro, San Francisco, Stoccolma, Vancouver, Varsavia e tante altre, migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere libertà per le donne islamiche e per testimoniare solidarietà ad Amina.

A seno nudo, attraverso Twitter e Facebook, con lettere di protesta al governo tunisino, le donne del mondo chiedono che vengano rispettati i loro diritti di base. Il primo, quello della libertà di espressione, anche nei Paesi che hanno scelto di mettersi il velo.

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