Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Dopo un’offensiva aerea durata dodici giorni, nelle giornate del 26 e 27 novembre le forze governative siriane, appoggiate dagli iraniani sul terreno e dall’aviazione russa, hanno riconquistato parti strategiche nella porzione orientale della città di Aleppo, occupata dalle formazioni ribelli da oltre quattro anni.
 
Aleppo, la città più grande e un tempo più ricca della Siria, è stata praticamente divisa in due fin dall’inizio della guerra civile siriana: i quartieri occidentali sono rimasti sempre sotto il controllo delle truppe di Damasco, mentre quelli orientali erano occupati sia da ribelli del Free Siryan Army – una coalizione di circa trenta milizie appoggiate dagli Stati Uniti, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia – che dal Fronte di Al Nusra, una formazione jihadista che ha recentemente ha cambiato nome per motivi di maquillage politico in Jabath Fateh Al Sham.
 
Il punto sui combattimenti
Dopo tre settimane di tregua nelle incursioni aeree da parte di russi e governativi, tregua dichiarata allo scopo – dimostratosi vano – di consentire ai civili di abbandonare i quartieri sotto assedio, il 14 novembre le forze di Damasco hanno scatenato la più violenta offensiva militare dall’inizio della guerra e grazie al sostegno dell’aviazione di Mosca, sono riuscite a rioccupare i quartieri orientali di Al Sakmour, Hanano, Jabal Badro e Al Qadisah.
 
Secondo il ministero della Difesa russo, il 40% del settore orientale di Aleppo è stato definitivamente sottratto alle forze di opposizione. Si è trattato finora di un grosso successo strategico che, se verrà completato nei prossimi giorni, consentirà al governo di Bashar Al Assad di controllare tutto l’ovest della Siria, compresa la sua fascia costiera, e di negoziare la sua futura sopravvivenza – e quella delle minoranze alawita e cristiana – da posizioni di forza nei confronti di quelle formazioni ribelli che, grazie all’appoggio dei loro potenti sponsor esterni, solo due anni fa sembravano padrone del campo.
 

 Ormai ad Aleppo solo un distretto significativo resta saldamente nelle mani di milizie non governative: si tratta del quartiere di Sheik Maqsoud, occupato dai curdi dell’YPG (Unità per la Protezione del Popolo) che – anche loro appoggiati dagli Stati Uniti – hanno finora evitato il confronto diretto con le forze lealiste, preferendo rivolgere la loro attenzione e le loro armi contro gli islamisti di Al Nusra, garantendosi in tal modo una posizione di rilievo e di tutto rispetto al tavolo negoziale che prima o poi dovrà tentare di risolvere il ginepraio siriano. Proprio verso il quartiere curdo si sono dirette le centinaia di civili in fuga dalle zone occupate dai ribelli, perché grazie alla tacita tregua e all’alleanza di fatto in vigore tra l’YPG e Damasco, il distretto di Sheik Maqsoud non è stato toccato dai bombardieri russi e governativi.
 
Altri 4.000 civili sono riusciti, tra il 26 e il 27 novembre, a raggiungere i quartieri occupati dall’esercito governativo, dopo essere riusciti a superare i posti di blocco dei ribelli che servivano – secondo le prime testimonianze dirette – a costringere la popolazione civile a restare nelle aree da loro controllate per svolgere la scomoda funzione di “scudo umano” contro i bombardamenti. Non è un mistero che, nonostante i “corridoi umanitari” aperti sotto il controllo delle Nazioni Unite per consentire l’evacuazione dei civili dalle aree sotto assedio, pochissime persone nelle tre settimane di tregua che hanno preceduto l’inizio dell’offensiva sono riuscite a filtrare attraverso le strette maglie delle linee ribelli, maglie che si sono allentate solo quando i miliziani sono stati costretti a ritirarsi per la violenza dei bombardamenti.
 
Perché Trump cercherà un’intesa con Putin
Mentre ad Aleppo continuano i combattimenti e l’ONU sembra incapace di intervenire in modo efficace per porre termine alla guerra civile, gli osservatori internazionali e le diplomazie si interrogano sui possibili effetti che si produrranno sullo scacchiere quando nel prossimo gennaio Donald Trump subentrerà a Barack Obama alla Casa Bianca. Non è un mistero che il presidente eletto voglia stabilire rapporti di collaborazione col Cremlino e che, per quanto riguarda la Siria, sia disposto a sostenere Bashar Al Assad nella guerra contro l’ISIS e contro gli islamisti.
 
A questo proposito, il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, intervistato il 28 novembre dall’agenzia Reuters, ha dichiarato che il suo Paese continuerà a fornire armi ai ribelli anti Assad anche se Trump deciderà di chiudere i rubinetti degli aiuti alle forze che da cinque anni tentano di abbattere il regime di Damasco.


Gli ultimi vani tentativi di Kerry

Secondo il quotidiano americano Washington Post, il segretario di stato John Kerry sta tentando in modo frenetico di raggiungere un accordo con Mosca sulla Siria prima dell’insediamento del nuovo presidente americano, perché è certo che la nuova Amministrazione Trump si schiererà decisamente “al fianco del dittatore Bashar Al Assad”. La notizia è stata confermata dall’assistente del presidente Putin a Mosca, Yury Ushakov, secondo cui Kerry ha intensificato in modo quasi parossistico negli ultimi giorni i contatti con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Ushakov, durante una conferenza stampa, ha ammesso che “gli sforzi di Kerry sembrano incredibili, nel senso che non ci sono mai state tante telefonate tra il segretario di stato e il ministro Lavrov focalizzate su un solo soggetto: la Siria”.
  Nonostante i suoi sforzi John Kerry non è riuscito finora a negoziare con Mosca un accordo di tregua ad Aleppo che consenta ai ribelli di evitare la sconfitta finale. Il Cremlino ha fatto comprendere in termini molto chiari che intende trattare il problema solo con la nuova Amministrazione di Washington. “Noi aspetteremo con pazienza – ha dichiarato Ushakov – che il team del nuovo presidente si insedi e poi ci mostreremo interessati ad avviare un intenso dialogo con i nuovi interlocutori”. Una prospettiva che potrebbe significare che, dopo cinque sanguinosi anni di guerra civile, con l’arrivo di Donald Trump a Pennsylvania Avenue, la ribellione siriana avrà i giorni contati.

Dopo un’offensiva aerea durata dodici giorni, nelle giornate del 26 e 27 novembre le forze governative siriane, appoggiate dagli iraniani sul terreno e dall’aviazione russa, hanno riconquistato parti strategiche nella porzione orientale della città di Aleppo, occupata dalle formazioni ribelli da oltre quattro anni.

 

Aleppo, la città più grande e un tempo più ricca della Siria, è stata praticamente divisa in due fin dall’inizio della guerra civile siriana: i quartieri occidentali sono rimasti sempre sotto il controllo delle truppe di Damasco, mentre quelli orientali erano occupati sia da ribelli del Free Siryan Army – una coalizione di circa trenta milizie appoggiate dagli Stati Uniti, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia – che dal Fronte di Al Nusra, una formazione jihadista che ha recentemente ha cambiato nome per motivi di maquillage politico in Jabath Fateh Al Sham.

 

Il punto sui combattimenti

Dopo tre settimane di tregua nelle incursioni aeree da parte di russi e governativi, tregua dichiarata allo scopo – dimostratosi vano – di consentire ai civili di abbandonare i quartieri sotto assedio, il 14 novembre le forze di Damasco hanno scatenato la più violenta offensiva militare dall’inizio della guerra e grazie al sostegno dell’aviazione di Mosca, sono riuscite a rioccupare i quartieri orientali di Al Sakmour, Hanano, Jabal Badro e Al Qadisah.

 

Secondo il ministero della Difesa russo, il 40% del settore orientale di Aleppo è stato definitivamente sottratto alle forze di opposizione. Si è trattato finora di un grosso successo strategico che, se verrà completato nei prossimi giorni, consentirà al governo di Bashar Al Assad di controllare tutto l’ovest della Siria, compresa la sua fascia costiera, e di negoziare la sua futura sopravvivenza – e quella delle minoranze alawita e cristiana – da posizioni di forza nei confronti di quelle formazioni ribelli che, grazie all’appoggio dei loro potenti sponsor esterni, solo due anni fa sembravano padrone del campo.

 

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Ormai ad Aleppo solo un distretto significativo resta saldamente nelle mani di milizie non governative: si tratta del quartiere di Sheik Maqsoud, occupato dai curdi dell’YPG (Unità per la Protezione del Popolo) che – anche loro appoggiati dagli Stati Uniti – hanno finora evitato il confronto diretto con le forze lealiste, preferendo rivolgere la loro attenzione e le loro armi contro gli islamisti di Al Nusra, garantendosi in tal modo una posizione di rilievo e di tutto rispetto al tavolo negoziale che prima o poi dovrà tentare di risolvere il ginepraio siriano. Proprio verso il quartiere curdo si sono dirette le centinaia di civili in fuga dalle zone occupate dai ribelli, perché grazie alla tacita tregua e all’alleanza di fatto in vigore tra l’YPG e Damasco, il distretto di Sheik Maqsoud non è stato toccato dai bombardieri russi e governativi.

 

Altri 4.000 civili sono riusciti, tra il 26 e il 27 novembre, a raggiungere i quartieri occupati dall’esercito governativo, dopo essere riusciti a superare i posti di blocco dei ribelli che servivano – secondo le prime testimonianze dirette – a costringere la popolazione civile a restare nelle aree da loro controllate per svolgere la scomoda funzione di “scudo umano” contro i bombardamenti. Non è un mistero che, nonostante i “corridoi umanitari” aperti sotto il controllo delle Nazioni Unite per consentire l’evacuazione dei civili dalle aree sotto assedio, pochissime persone nelle tre settimane di tregua che hanno preceduto l’inizio dell’offensiva sono riuscite a filtrare attraverso le strette maglie delle linee ribelli, maglie che si sono allentate solo quando i miliziani sono stati costretti a ritirarsi per la violenza dei bombardamenti.

 

Perché Trump cercherà un’intesa con Putin

Mentre ad Aleppo continuano i combattimenti e l’ONU sembra incapace di intervenire in modo efficace per porre termine alla guerra civile, gli osservatori internazionali e le diplomazie si interrogano sui possibili effetti che si produrranno sullo scacchiere quando nel prossimo gennaio Donald Trump subentrerà a Barack Obama alla Casa Bianca. Non è un mistero che il presidente eletto voglia stabilire rapporti di collaborazione col Cremlino e che, per quanto riguarda la Siria, sia disposto a sostenere Bashar Al Assad nella guerra contro l’ISIS e contro gli islamisti.

 

A questo proposito, il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, intervistato il 28 novembre dall’agenzia Reuters, ha dichiarato che il suo Paese continuerà a fornire armi ai ribelli anti Assad anche se Trump deciderà di chiudere i rubinetti degli aiuti alle forze che da cinque anni tentano di abbattere il regime di Damasco.

Gli ultimi vani tentativi di Kerry
Secondo il quotidiano americano Washington Post, il segretario di stato John Kerry sta tentando in modo frenetico di raggiungere un accordo con Mosca sulla Siria prima dell’insediamento del nuovo presidente americano, perché è certo che la nuova Amministrazione Trump si schiererà decisamente “al fianco del dittatore Bashar Al Assad”. La notizia è stata confermata dall’ assistente del presidente Putin a Mosca, Yury Ushakov, secondo cui Kerry ha intensificato in modo quasi parossistico negli ultimi giorni i contatti con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Ushakov, durante una conferenza stampa, ha ammesso che “gli sforzi di Kerry sembrano incredibili, nel senso che non ci sono mai state tante telefonate tra il segretario di stato e il ministro Lavrov focalizzate su un solo soggetto: la Siria”.

  Nonostante i suoi sforzi John Kerry non è riuscito finora a negoziare con Mosca un accordo di tregua ad Aleppo che consenta ai ribelli di evitare la sconfitta finale. Il Cremlino ha fatto comprendere in termini molto chiari che intende trattare il problema solo con la nuova Amministrazione di Washington. “Noi aspetteremo con pazienza – ha dichiarato Ushakov – che il team del nuovo presidente si insedi e poi ci mostreremo interessati ad avviare un intenso dialogo con i nuovi interlocutori”. Una prospettiva che potrebbe significare che, dopo cinque sanguinosi anni di guerra civile, con l’arrivo di Donald Trump a Pennsylvania Avenue, la ribellione siriana avrà i giorni contati.

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