Aleppo e Mosul, due battaglie decisive per il futuro della guerra

Il futuro si giocherà nelle prossime settimane, quando gli Usa scateneranno l'offensiva contro la roccaforte dell'Isis in Iraq. Mentre ad Aleppo...

 

Per Lookout news

Tanto è servito l’accordo Washington-Mosca sul cessate-il-fuoco ad Aleppo che adesso gli Stati Uniti minacciano la Russia di interrompere definitivamente le comunicazioni relative alla Siria, mentre il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ha accusato Mosca di crimini di guerra, in relazione ai bombardamenti indiscriminati riversati dai bombardieri russi e siriani sopra gli ospedali della città assediata. Il perché è chiaro: la Casa Bianca teme che l’ennesima offensiva governativa su Aleppo conduca Bashar Al Assad alla riconquista della città più importante della Siria, nella battaglia cruciale per determinare i rapporti di forza che dovranno definire la nuova geografia del paese. La Casa Bianca non può e non vuole lasciare troppo terreno libero a Mosca che, se dovesse davvero consegnare Aleppo al suo alleato alawita, avrebbe completato con successo la missione iniziata nell’ottobre 2015.

Siria, le voci dall'inferno di Aleppo


Allo stesso tempo, Washington fa arrivare via Olanda la conferma che il missile che ha abbattuto l’aereo MH17 sui cieli ucraini nel luglio del 2014 era di fabbricazione russa ed è stato lanciato dai ribelli dell’est, accusando implicitamente il Cremlino di essere responsabile della morte di 298 persone. Infine, la Casa Bianca fa arrivare tramite il primo ministro iracheno Haider al-Abadi la notizia secondo cui il Pentagono è in procinto di inviare circa 600 soldati in Iraq, che avranno il compito di assistere le forze sciite nell’offensiva militare per riprendere Mosul. Segno che qualcosa si muove nel teatro mediorientale.

 

Gli USA tornano in forze in Iraq
I tamburi di guerra che preconizzano la campagna finale per schiacciare lo Stato Islamico sono risuonati per il momento solo nei corridoi del Palazzo di Vetro dell’ONU, ma dalle sale stampa al terreno di guerra il passo è breve. Il premier Al Abadi ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il vicepresidente Joe Biden la scorsa settimana, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Da quell’incontro è scaturito un comunicato in cui lo stesso Al Abadi ha confermato la notizia secondo cui gli americani hanno accettato le sue richieste. Già lo scorso luglio il generale che sovrintende alle operazioni in Medio Oriente delle forze armate americane, Joseph Votel, aveva detto che si aspettava l’invio di truppe supplementari in Iraq il prima possibile. Quel giorno è arrivato. Il Capo dello stato maggiore congiunto Joseph Dunford, ha dichiarato in conferenza stampa che le truppe irachene saranno pronte già dal primo ottobre per lanciare l’offensiva finale su Mosul, roccaforte del Califfato, grazie all’ausilio delle forze speciali americane.

 Ad oggi, il personale militare degli Stati Uniti presente in Iraq ammonta a 4.600 unità, con la funzione di supporto aereo, formazione e consulenza per l’esercito iracheno, ma anche per le altre forze filo-governative curde e i combattenti paramilitari Peshmerga. Sebbene queste forze, formalmente riunite in una coalizione internazionale a guida USA, abbiano quasi ripreso la metà del territorio dal 2014 ad oggi, la tenace resistenza dello Stato Islamico impedisce loro qualsiasi discussione sul futuro del paese. Espugnare Mosul, invece, avrebbe un significato storico e aprirebbe a un nuovo scenario. Per questo, gli iracheni vorrebbero che le operazioni cominciassero non oltre la metà di ottobre. Una tempistica che adesso è coerente anche con le analisi del Pentagono.

 

Il clima che si respira a Mosul
Già da tempo gli aerei iracheni sorvolano Mosul lanciando volantini in cui si esorta la popolazione ad abbandonare la città e a ribellarsi ai miliziani di Al Baghdadi, mentre notizie incontrollate parlano di arresti sommari nella città in risposta a scritte comparse contro la forza occupante e bandiere dello Stato Islamico gettate nel Tigri in segno di protesta. Secondo la propaganda di Baghdad, questa settimana addirittura alcuni asini giravano liberi in città con la foto di Al Baghdadi appesa al collo. Ma la verità è che al momento Mosul è impenetrabile e i miliziani hanno imposto un coprifuoco ferreo.

 In attesa dell’attacco, gli uomini di Al Baghdadi hanno circondato la città con tank e autocisterne riempite di petrolio, da usare come esplosivo all’arrivo del nemico o come diversivo per creare una cortina fumogena anti-aerea. Per rallentare l’avanzata delle forze governative, hanno già scavato numerose trincee, come quelle intorno ad al-Shalalat e al-Nourat, hanno minato le periferie e costruito alte mura intorno al perimetro cittadino. Essendo il suolo di Mosul roccioso e pieno di acque sotterranee, probabilmente le trincee verranno presto allagate.

 

Le prossime settimane
Dunque, tutti sanno che presto o tardi inizierà la battaglia di Mosul, mentre la battaglia per l’altra capitale del Califfato, Raqqa, non è ancora cominciata. Nel caso siriano, i russi e i governativi si sono impantanati da tempo ad Aleppo, trovando una fiera resistenza da parte delle milizie islamiste guidate da Ab Mohammed Al Julani, leader dell’ex Fronte Al Nusra oggi ribattezzato Jabhat Fateh al-Sham, dove sono confluite la maggior parte delle formazioni combattenti che si oppongono al regime di Damasco. L’impresa di liberare una città così grande e piena d’insidie si sta rivelando al di là delle peggiori previsioni. Per questo, il modus operandi russo è teso ad affamare la popolazione e asfissiare i miliziani: solo strangolando la città e lasciandola senza luce, né cibo né acqua e senza più possibilità di curare i feriti, il Cremlino conta di piegare i ribelli, visto che con le bombe e i soldati in strada non riescead avere la meglio sulla seconda città siriana.

 Sulla base di questa esperienza, a Mosul gli americani stanno studiando il modo migliore per impedire il profilarsi del medesimo scenario incerto, e soprattutto quel bagno di sangue che sembra non conoscere fine, viste anche le dimensioni della capitale del nord iracheno. Già in passato le tempistiche dettate da Baghdad non hanno portato ai successi sperati, e lo Stato Islamico è stato lasciato libero di proliferare. Così oggi saranno con ogni probabilità i consulenti americani a stabilire regole e tempi per il successo dell’operazione. Se Mosul dovesse cadere, questa stessa tecnica potrebbe essere in seguito replicata anche a Raqqa, dove il Pentagono spera di trovare vivo o morto anche il numero uno dello Stato Islamico, il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Ma, come noto, in Medio Oriente le cose non vanno mai come previsto.

 

 

 

 

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