Luciano Tirinnanzi

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Aleppo è caduta in mano ai governativi. I ribelli siriani hanno accettato di evacuare la città. Un cessate il fuoco tra le truppe governative e gli insorti è stato dichiarato martedì 13 dicembre. Gli autobus forniti dal governo sono entrati in città per trasportare civili e combattenti, ma non ne sono ancora usciti. Voci incontrollate di regolamenti di conti e di uccisioni sommarie si rincorrono tra le macerie di quel che resta della grande città siriana.

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L’ONU denuncia un massacro in corso da parte delle milizie sciite e dell’esercito siriano contro i sunniti ancora intrappolati nella parte est. C’è chi, come Guido Olimpio del Corriere della Sera, paventa i fantasmi del 1982 quando ad Hama, centoventi chilometri più a sud di Aleppo, il padre di Assad diede corpo a uno dei massacri più odiosi mai messi in atto da un governo arabo, che comportò la morte di oltre 30mila sunniti della Fratellanza Musulmana in un solo mese d’assedio.

L’inane opera delle Nazioni Unite

Il tentativo delle Nazioni Unite di gridare al massacro è però tardivo, per non dire ipocrita. Solo ora si accorgono della mattanza? La battaglia di Aleppo dura da oltre quattro anni: più precisamente dal 19 luglio 2012, giorno in cui i ribelli del Free Syrian Army fecero ingresso nella città, raggiungendo nei giorni seguenti il centro storico, dal quale saranno cacciati solo nel luglio 2016 in seguito all’assedio dei governativi dell’intera città, grazie al supporto dei russi. E proprio l’intervento russo ha permesso al regime di Assad di riguadagnare terreno in una situazione che gli era sfuggita di mano.

L’assedio di Aleppo è stato uno dei momenti più brutali della guerra: a pagare il prezzo più caro sono stati ovviamente i civili e gli ospedali, martellati dai raid aerei punitivi dell’aviazione russa e siriana, tesi a fiaccare ogni speranza di resistenza. Anche se va detto che da parte ribelle l’ostinazione nell’usare i civili come scudo ha soltanto peggiorato le cose. Tutto questo è andato avanti per mesi nel pressoché totale mutismo dell’ONU, all’impasse nei negoziati, nell’Assemblea generale e nel Consiglio di Sicurezza. Solo un accordo diretto tra il Segretario di Stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha consentito una exit strategy che, tuttavia, premia gli sforzi bellici russi e, di conseguenza, il lavoro sporco di Bashar Al Assad.

Il metodo russo

Nel febbraio scorso Lookout News scrisse che per capire la strategia militare del presidente russo Vladimir Putin ad Aleppo era necessario guardare a Grozny, in Cecenia, dove la campagna militare russa del 1999 contro gli insorti ceceni, diretta dallo stesso Putin in qualità di primo ministro, puntò a strangolare la resistenza affamando gli insorti e spianando ogni edificio ancora in piedi.  Il modus operandi del Cremlino non è mai cambiato. Ecco alcuni punti in comune tra la guerra cecena e quella siriana: perseguire una soluzione esclusivamente militare contro l’insurrezione; bollare indistintamente come terroristi tutti i ribelli; rendere inabitabili o radere al suolo città-simbolo dove vivono gli insorti; insediarvi un regime compiacente.

La “tattica cecena” dei comandi russi funzionò allora e ha funzionato anche oggi, ad Aleppo. Sennonché la guerra non finisce qui. È importante ricordare, infatti, che ad Aleppo combattevano numerose fazioni sunnite, islamiste e non, riunite sotto il cappello di Jaish Al Fatah, l’Esercito della Conquista. Non c’è invece lo Stato Islamico, che è rimasto alle porte della città in attesa dell’evolversi degli eventi ma soprattutto per la necessità di difendere i territori ancora sotto il suo controllo, come la vicina città di Al Bab, crocevia di rilievo sotto il fuoco della Turchia, che tenta di espugnarla per creare una zona cuscinetto in funzione anti-curda. I ribelli che dopo la sconfitta di Aleppo controllano principalmente la regione di Idlib e poco altro, si riverseranno verosimilmente in quest’area per tentare nuove sortite.

La Siria oggi: le forze in campo

Al momento, la situazione siriana è perciò la seguente: a nord di Aleppo, da ovest a est lungo la fascia che confina con la Turchia, i territori liberati dallo Stato Islamico corrispondono a un’enclave controllata dai curdi dello YPG. L’enclave è interrotta dalla presenza di forze ribelli intorno ad Azaz e da un’area ancora sotto controllo del Califfato, ad Al Bab. Spostandosi a est, si ritrovano le forze curde che controllano Manbij, Kobane e Tel Abyad. Più sud, invece, una larga porzione di territorio è ancora in mano allo Stato Islamico: va dalla capitale Raqqa e si spinge fino a Palmira a sud-ovest e sino al valico di Al Qaim a est, laddove un tempo c’era il confine iracheno.

Dunque, il governo siriano di Bashar Al Assad oggi controlla di fatto la fascia costiera che affaccia sul Mediterraneo, presidiando Latakia, Tartous, Hama e Homs (quest’ultima contestata, con i ribelli ancora presenti nelle periferie). Oltre ad Aleppo e Damasco, e a una presenza nel Golan. Perduta Palmira in favore del Califfato, il deserto siriano è invece terra di nessuno.  

La guerra è lungi dal finire

Questo scenario ci dice due cose: primo, la Siria come entità statuale è perduta per sempre. Assad non potrà mai riconquistare l’intero territorio e dovrà semmai scendere a patti con le forze sunnite, curde e turcomanne per definire una nuova mappa che possa rappresentare le varie realtà etniche. Magari secondo un accordo federativo, che contempli intere regioni sotto istituzioni e amministrazioni differenti.

Secondo, questo conflitto è lungi dal conoscere la fine: soprattutto le milizie jihadiste, a cominciare dal Califfato ma non soltanto, si dimostrano adattabili e preparate alle evoluzioni del conflitto. Combattendo ora secondo tecniche di guerra ora di guerriglia e alternando facilmente prospettive stanziali al nomadismo belligerante, sono capaci di riposizionamenti continui che preludono a un’instabilità perenne. Sino a che le loro volontà o almeno le istanze delle forze sunnite (maggioritarie nel paese) non saranno accontentate, le parti in conflitto non deporranno mai le armi.

 

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