Quanto è concreta la minaccia di al Qaeda?

Molto, almeno a giudicare dalla campagna per raccogliere nuovi affiliati del terrore nella Penisola arabica e dalle maxi-evasioni dalle carceri in Pakistan, Libia e Iraq

Un islamista protesta al Cairo contro l'intervento francese in Mali, fortemente condannato anche dal leader di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri (Credits: GIANLUIGI GUERCIA/AFP/Getty Images)

Anna Mazzone

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La domanda se l'è fatta Al Jazeera , emittente del Qatar, e la risposta non è delle più rosee. Al Qaeda, la multinazionale del terrore capeggiata da Ayman al-Zawahiri, sta attraversando un momento di nuovo fermento, dopo l'apparente silenzio seguito all'uccisione in Pakistan di Osama bin Laden

Per questo gli Stati Uniti, con una decisione che non ha precedenti, hanno deciso di serrare le porte delle loro sedi diplomatiche nei paesi del blocco musulmano, almeno fino al 10 agosto, giorno in cui la comunità islamica festeggia la fine del Ramadan, il mese sacro del digiuno.

L'Amministrazione Obama ha reso noto che sono state intercettate delle chiamate fatte da al Zawahiri al suo delfino nella Penisola arabica, Nasir al- Wuhayshi, nel quale i due prospettavano attentati in tutto il mondo contro obietti americani e interessi occidentali, al pari dell'11 settembre.

La domanda dunque non è peregrina: stiamo davvero assistendo a una rinascita qaedista, con nuovi membri affiliati e giovani martiri pronti a farsi esplodere in qualsiasi parte del mondo? 

Va subito detto che il gruppo di qaedisti al momento meglio organizzato e più attivo si trova nella Penisola arabica. Il suo leader è al Wuhayshi. Formato ufficialmente nel 2009, il gruppo può contare su membri-talebani che provengono dalla palestra della guerra in Afghanistan contro gli ex-sovietici. Parliamo della fine degli anni '80.

Subito dopo l'11 settembre, la cupola qaedista in Arabia Saudita è stata arrestata o uccisa a mezzo droni Usa, fino alla scomparsa del suo leader, Abu Alì al-Harithi, nel 2002. 

Insomma, dieci anni fa i vertici di al Qaeda sembravano essere stati messi al tappeto, ma evidentemente nuova linfa si è aggregata all'organizzazione terroristica più radicata del mondo. Così, 23 sospettati qaedisti riescono a evadere da un carcere yemenita nel 2004. Tra questi c'è anche il giovane al Wuhayshi.

Oggi lo ritroviamo direttore della rivista Sada al-Malahim (Eco della battaglia), un giornaletto per gli appassionati di jihad, nonché ferventi sostenitori di al Qaeda nella Penisola arabica (AQAP) e aspiranti martiri.

Nonostante la "crescente campagna militare statunitense e gli sforzi delle truppe americane al di là dell'utilizzo di droni in Yemen", scrive Al Jazeera, i numeri degli affiliati di AQAP continuano a crescere e la recente instabilità yemenita seguita ai venti della Primavera araba aiuta i terroristi a trovare un terreno fertile per i loro obiettivi e - soprattutto - a mimetizzarsi tra i cittadini semplici che scendono in piazza per manifestare contro i vari governi.

Ma non è solo una rivista a compiere il miracolo di infoltire le fila delle truppe qaediste. Le ultime maxi-evasioni dalle carceri in Pakistan, Libia e Iraq fanno pensare che i talebani stiano arruolando carne fresca da mandare in prima linea. 

Facciamo un rapido calcolo. 248 detenuti sono scappati grazie all'aiuto di affiliati di al Qaeda da una prigione nella parte nord occidentale del Pakistan. A stretto giro si registrano evasioni in Libia, per un totale di 1.100 prigionieri, detenuti nel carcere di Al Kuafiya, e infine altri 500 evasi dal tristemente noto carcere di Abu Ghraib in Iraq. 

Evasioni di massa che sono avvenute pressoché simultaneamente e che fanno pensare a un piano ben orchestrato dai qaedisti, che parlano di questi eventi come di una "liberazione" di fratelli oppressi. E quei fratelli oppressi come minimo saranno riconoscenti ai talebani nel prossimo futuro, imbracciando i loro fucili (se già non lo facevano anche prima di ritrovarsi dietro le sbarre). Un esercito di fedelissimi a costo zero.

La situazione è così grave che ha giustificato la decisione della Casa Bianca di proteggere le ambasciate presenti nel mondo islamico, per non dover piangere nuovi morti tra la compagine diplomatica, come già è successo l'anno scorso in Libia, a Bengasi, quando è stato ucciso l'ambasciatore Usa Chris Stevens.

Insomma, a conti fatti al momento la minaccia qaedista è concreta e molto preoccupante. E le sedi diplomatiche a stelle e strisce potrebbero mantenere i battenti chiusi anche dopo la fine del Ramadan.

D'altronde, gli ultimi warning che provengono da Usa e Gran Bretagna vanno in questa direzione. Viene chiesto a tutti i cittadini statunitensi e britannici che si trovano in Yemen di abbandonare al più presto il paese. Al Qaeda è tornata a fare paura.

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