Al Anbari, l’uomo del Califfo per espandere la jihad in Libia

Il numero due dell'Isis si è spostato a Sirte per ripetere l’esperienza siriana. Contro l’ISIS per adesso solo il generale libico Haftar. Troppo poco

Libia: fonti, calma a Sirte, Isis rinnova ultimatum milizie

I pick up dell'Isis che sfilano a Nawfaliyah, Libia, a ovest di Sirte, 15 febbraio 2015. – Credits: ANSA/ NETWORK ISIS

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Dopo che il Pentagono ha dichiarato nei giorni scorsi di aver eliminato con un raid aereo Abu Ali Al Anbari - braccio destro del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi - sono seguite prima una smentita e poi la notizia secondo cui oggi il numero due dello Stato Islamico si trova in Libia, dove ha intenzione di espandere la jihad e dove stanno affluendo migliaia di combattenti da tutta l’Africa per rivitalizzare la provincia libica del Califfato.

Fonti dell’intelligence USA citate dal New York Times affermano che Al Anbari è arrivato nelle ultime settimane a Sirte insieme ad altri colonnelli iracheni dello Stato Islamico: qui starebbe formando un grande esercito dopo aver imposto la Sharia a Sirte, roccaforte ISIS in Libia.

 Secondo l’intelligence egiziana, a Sirte sono già attivi tribunali islamici, divieti e pattugliamenti delle strade, esecuzioni pubbliche per fiaccare ogni resistenza. Al contempo, vi sarebbero distribuzioni di cibo e beni di prima necessità, secondo la prassi dell’ISIS quando conquista un territorio.

Le operazioni generali sono gestite da Al Anbari stesso con il titolo di Emiro, mentre per le attività ordinarie e la gestione dell’ordine pubblico gli è stato affiancato un Wali, un governatore, di origine saudita di cui non si conosce l’identità.

 Ma a spaventare sono soprattutto le soldataglie di Boko Haram, i terribili jihadisti nigeriani guidati da Abubakar Shekau che, dopo aver proclamato il Califfato nel Borno (Nigeria del Nord) e seminato morte in Centrafrica, oggi sono arrivati in centinaia in Libia per gestire la sicurezza a Sirte e ingrossare le fila delle armate del Califfo.

Il ritratto
Abou Ali Al Anbari
, il cui vero nome è Kazem Rachid al-Jbouri, è un iracheno originario della provincia di Anbar, nonché influente membro della potente tribù Jbouri. Ex funzionario dei servizi iracheni ai tempi di Saddam Hussein e poi uno dei leader di Al Qaeda in Iraq, Al Anbari è stato prima nominato a capo della sicurezza personale del Califfo Al Baghdadi, quindi è stato posto al comando dei servizi segreti dello Stato Islamico, in ragione della sua grande esperienza militare, fino a divenire plenipotenziario in Siria.

 Veterano delle battaglia di Falluja e Ramadi contro gli americani, il suo ruolo nella grande guerra del Medio Oriente è cresciuto velocemente. L’ascesa di Al Anbari da semplice ufficiale baathista agli alti ranghi della gerarchia ISIS, lo ha catapultato velocemente in posizioni di prestigio fino ad arrivare a sedere al fianco di figure come Izzat Ibrahim al-Douri, ex braccio destro di Saddam (era il “Re di fiori” nelle carte dei militari americani) e leader del partito Baath ora fuorilegge, e Abu Ahmed Al-Alwani, promosso a capo del consiglio militare di ISIS e vicinissimo al Califfo.

Con il ferimento di Al Baghdadi nel marzo 2015 a seguito di un bombardamento, si vociferava di un cambio della leadership interna alla catena di comando dello Stato Islamico. Secondo queste indiscrezioni, Abu Ala Al Afri (al secolo Abdul Rahman Mustafa al-Qardashi, iracheno di Tal Afar, provincia di Ninive) era divenuto il successore stesso del Califfo dopo essere subentrato proprio ad Al Anbari quale plenipotenziario in Siria.

 Oggi scopriamo che invece Al Baghdadi non solo si è ripreso dal ferimento - tra l’altro episodio confermato solo parzialmente - ma controlla direttamente le operazioni di guerra. Sfumata dunque la leadership di Al Afri, anche perché dichiarato morto sotto un bombardamento in una moschea di Mosul (anche in questo caso notizia non confermata), Al Anbari è tornato in auge e ora è stato incaricato di gestire la nuova provincia del Califfato in Libia.

 Al Anbari deve cioè ripetere la “positiva” esperienza siriana, dove il braccio destro del Califfo è riuscito nella difficile operazione di imporre una forte presenza dello Stato Islamico in gran parte del territorio, facendo di Raqqa una seconda capitale e conquistando e congiungendo le terre sotto il loro controllo tra la Siria e l’Iraq.

 

 

La versione degli Stati Uniti
Mentre il Califfo nelle ultime settimane ha perfezionato le proprie mire espansionistiche sulla Libia e puntato sul potenziamento dell’enclave di Sirte, il cui bacino è ricchissimo di petrolio, niente è cambiato nella strategia militare occidentale. Il Pentagono, che assicurava di aver ucciso Al Anbari con un raid di droni lo scorso 13 novembre, ora medita un’ennesima campagna di bombardamenti dall’alto sopra le coste libiche, secondo lo stile ormai consolidato della Difesa USA per risolvere il “problema ISIS”.

 Ma tanto i caccia così come i droni, da soli non basteranno a sconfiggere un nemico come lo Stato Islamico, e la guerra in Siria lo sta dimostrando. Serve una forza alleata affidabile sul terreno, da sostenere dall’alto con offensive aree.

 Gli indizi per adesso rimandano tutti al generale Khalifa Haftar, figura enigmatica e divisiva nonché espressione del governo di Tobruk, considerato il solo potere legittimo in Libia dalla comunità internazionale. Haftar sinora non è stato in grado di arginare le milizie di Tripoli né i jihadisti dello Stato Islamico ed è riuscito solo a raffreddare i rapporti tra i due governi rivali di Tobruk - di cui è capo delle forze armate - e Tripoli.

 Ma per adesso bisogna lottare con quel che si ha. E, in Libia, per adesso è Haftar ad avere un vero esercito e a dettare la strategia diplomatica di Tobruk, comprese le ultime accuse di sconfinamenti in acque territoriali libiche rivolte alla marina italiana. Ed è sempre il generale ad avere un ruolo nei traffici di armi che da anni attraversano la Libia per arrivare in Siria e Iraq, nonostante l’embargo internazionale.

 L’esercito regolare libico agli ordini di Haftar è ben armato ma non molto organizzato e con poca voglia di combattere. È formato da più di 35 brigate, alcune stanziali, altre multiuso. Haftar guidò le truppe libiche nella guerra del Ciad e poi si rifiutò di obbedire all’ordine di Gheddafi di incolpare della sconfitta i suoi stessi soldati. Successivamente, emigrò negli USA, dove prese in affitto una villetta sul fiume Potomac, vicinissima sia alla CIA che al dipartimento di Stato. Il che la dice lunga sui suoi rapporti con Washington.

 

Che fare in Libia?
Se ISIS è arrivata a ramificarsi in maniera così profonda in Libia è certo per il vuoto politico e istituzionale che si è venuto a creare nella fase post-rivoluzionaria. Se i libici non sono in grado di rispondere a questa minaccia da soli, qualcun altro dovrà impedire che, dopo Sirte, in Libia sorgano altre Raqqa e che il Califfato si espanda.

 La chiave per scardinare la situazione al momento è solo l’Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, garante per Haftar in una strategia militare per adesso condivisa con l’Occidente, dove l’Italia ha anzitutto il ruolo di ponte diplomatico. Ma l’Egitto stesso è minacciato dalla strategia destabilizzante dello Stato Islamico e per arrestare il jihadismo serve molto di più. I droni di Washington, ad esempio, non sono sufficienti.

 L’idea che a soli 400 chilometri dalle nostre coste stia nascendo una provincia del Califfato non prelude a un futuro roseo per la Libia. La guerra ha ormai definitivamente attecchito anche qui, e la colpa è anche di Bernardino Leon e delle Nazioni Unite, incapaci di leggere il presente e di arginare la disgregazione libica di cui le tribù e le milizie sono responsabili.

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L'organigramma dell'Isis – Credits: LOOKOUT NEWS

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