Al Adnani, l'uomo della propaganda dell'Isis in Occidente

Le parole del capo comunicazione del gruppo radicale che hanno convinto i terroristi a uccidere in nome dell’Islam

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Al Adnani, il capo comunicazione dello Stato islamico viene spesso citato dai terroristi occidentali

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Monoteisti, ovunque siate cosa farete per aiutare i vostri fratelli dello Stato Islamico, attaccati da tutte le nazioni? Alzatevi e difendete il vostro stato, dovunque voi siate. Se potete uccidere un infedele americano o europeo – specialmente gli schifosi francesi – o un australiano o un canadese o un qualsiasi infedele, inclusi i cittadini delle nazioni che ci stanno facendo la guerra, allora abbiate fiducia in dio e uccidete in ogni modo. Uccidete il militare e il civile, sono la stessa cosa. Se non potete trovare un proiettile o una bomba, usate una pietra per rompergli la testa, o un coltello, o investitelo con l’automobile o gettatelo dall’alto, o strangolatelo oppure avvelenatelo. […] Se i tiranni vi hanno sbarrato la porta per raggiungere lo Stato Islamico aprite la porta del Jihad in casa loro. Davvero apprezziamo di più un’azione piccola commessa in casa loro che un grande gesto qui, perché così è più efficace per noi e più dannoso per loro. Terrorizzate i crociati, notte e giorno, fino a che ciascuno non avrà paura del proprio vicino […] Saremo sconfitti e voi vittoriosi se prenderete Mosul o Sirte o Raqqa o tutte le altre città e noi torneremo come all’inizio? No, la sconfitta è perdere la volontà e il desiderio di combattere”.

 

Ecco le parole che hanno convinto i terroristi di Orlando e di Parigi a compiere nuovi delitti in nome dello Stato Islamico. A pronunciarle è stato Abu Mohammad Al Adnani, portavoce del Califfato e numero due dell’organizzazione, ispiratore della campagna terroristica in Occidente contro “gli infedeli”, in un messaggio lanciato pochi giorni prima delle stragi.

 

Ecco con chi abbiamo a che fare quando parliamo di Jihad, di “lupi solitari” e di propaganda del terrore. Ecco contro quali ragionamenti e contro quale mentalità ci stiamo scontrando. No, non possiamo più dire che gli stragisti che hanno agito per conto del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi sono soltanto dei casi isolati, che sono semplicemente malati di mente, che non hanno una connessione con le terre del Califfato.

Non possiamo più permetterci il “politically correct”. Perché il politicamente corretto è la tomba della ragione, il miglior alleato di questi fanatici, una vile scorciatoia per non guardare in faccia il problema. Il terrorismo islamico esiste ed è nel suo momento di massima espansione. Basta fingere che non sia così. Prima lo accetteremo, prima potremo decidere le azioni per combattere questo tipo di criminalità.

E se pensate che questa realtà non ci tocchi, che sia lontana da noi, dovete sapere che già oggi la Francia vive il rischio di scivolare definitivamente in uno scenario israeliano, dove tentativi di omicidio o attacchi all’arma bianca vengono compiuti quotidianamente e senza avvisaglie, e vanno a colpire indiscriminatamente la popolazione: poliziotti, ebrei, baristi, autisti, omosessuali, giovani donne. Solo una decima parte di questi assalti finisce sui giornali. I casi più gravi di omicidio non possono essere taciuti, ma migliaia di altri piccoli atti criminali sono sempre più spesso derubricati alla voce “criminalità comune”, per vigliaccheria e per paura che si sommino alle già forti tensioni sociali che attraversano la società francese.

 

Ma voltare la faccia dall’altra parte, non aiuterà a fermare l’emorragia. Il fenomeno esiste e va affrontato. La Francia è sotto attacco da parte di un gruppo terroristico di matrice islamica che sta facendo scuola in tutta Europa e il cui messaggio forse ha attecchito anche nella lontana America. Un gruppo fortemente ideologizzato che attrae le nuove generazioni, disorientate dal caos post-crisi economica e marginalizzate per ragioni di censo o di razza.

Questo gruppo, sia pure inconsapevolmente, ha riempito quel vuoto lasciato dall’antagonismo e dalle lotte politiche che nel secolo scorso hanno già sfidato gli stati nazionali in Europa. Come loro, anche questi terroristi perderanno la guerra, ma ancora non lo sanno. Perciò, continueranno ad agire impunemente fintanto che noi glielo permetteremo. Fintanto che continueremo a non volerli chiamare terroristi ma semplicemente criminali o, peggio, “lupi solitari”.

Non sono fantasie o allarmismi. È la realtà. Lo Stato Islamico ha lanciato la sua sfida all’Occidente nella vana speranza di spostare l’attenzione dalla guerra che sta perdendo in Medio Oriente per affermare una supposta supremazia in Europa, nella convinzione che questo ci piegherà. Puntano alle nostre paure, e stanno facendo progressi inaspettati.

Non dobbiamo dare loro motivo di pensare che hanno ragione. Non possiamo arrenderci a un ineluttabile destino come ha fatto il primo ministro francese Manuel Valls, che di fronte all’escalation terroristica usa toni disperati: “Questa guerra durerà una generazione, ci saranno altri morti”. Dov’è finito lo spirito francese che ha saputo opporsi a monarchi e dittatori, dov’è lo spirito gollista che ha trovato la forza di dire no ai nazisti e di superare la crisi algerina? Al momento, non se ne ha traccia. Eppure, bisogna ritrovarlo. Ne va della pace sociale e della stessa idea di società europea.

Oltretutto, il nemico di questa società non si nasconde dietro la retorica, come facciamo noi. È più che mai orgoglioso e fiero, e si manifesta apertamente appena ne ha occasione. Oggi la sua testa si trova a Raqqa, in Siria, ma le sue braccia si estendono in tutto l’Occidente. Che cosa pensiamo di fare? Continueremo a girare la testa dall’altra parte o prenderemo finalmente seri provvedimenti? Come cantava De André a proposito del maggio francese: “Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”.

 

 

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