Miracolo a Kabul

La storia della Scuola per Cantastorie di Kabul fondata da Selene Biffi

Studentesse a kabul (Ansa/Roslan Rahman)

Carmelo Caruso

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Solo una notte comprese che le lacrime a Kabul avessero il sapore di cardamomo. «Non avevo la scuola, non avevo le stanze, non avevo i banchi, non avevo insegnanti, solo fango era rimasto. E io. Poi quella stufa si fulmina. L’unica che possedessi. E allora sì, in quel momento…». Pianse Selene Biffi, con quel nome che i suoi decisero di darle perché pallida e d’opale come la luna, partita a trent’anni da Mezzago, in provincia di Milano, per l’Afghanistan. Selene si addormentò con addosso un cappotto che raccolse stilla per stilla il suo pianto. Ma fu solo una notte, non una di più.

È ancora incorniciata sotto quel velo che nell’Asia centrale è la garitta della bellezza e l’imbroglio della religione, la ragazza italiana che la Rolex ha premiato con 50 mila dollari (il Rolex awards for enterprise young laureates) per costruire una scuola di teatro in mezzo alle trincee afghane. «Quando sono arrivata il
24 marzo di quest’anno scoppiò un’autobomba proprio a due isolati da dove alloggiavo. Morirono 10 persone, altre 15 furono ferite, però non mi ha fermato, era in qualsiasi caso l’inizio. Solo quella notte, quando quella stufa si fulminò, pensai di tornare indietro». La scuola l’ha costruita raschiando le pareti di stucco, piallando il legno per i banchi e per le sedie, aggiustando le tubature come un’idraulica: le mani di Selene contro la mani assassine rosse di sangue dei vari Michael Adebolajo.

Quella scuola, poi, ha permesso a 13 ragazzi tra 18 e 25 anni di imparare gratuitamente l’inglese e di ricevere 20 borse di studio nella Kabul dove ogni primavera fiorisce l’offensiva dei barbuti del terrore e le bombe piovono come i pollini. È questa la Porziuncola, l’Assisi italiana in Afghanistan, costruita dal fango come nel Trecento Francesco modellava e riparava e chiese. E lei, Selene, è la piccola Chiara in pellegrinaggio verso l’Oriente. Dice che saranno un centinaio gli italiani che operano in città con organizzazioni non governative. Fra questi anche Barbara De Anna, la funzionaria che lavorava all’organizzazione
mondiale per le migrazioni, gravemente ferita solo pochi giorni fa in un attentato dei talebani e che Selene ha avuto modo d’incontrare: «Ho conosciuto Barbara in ambasciata, nei pochi momenti che abbiamo a disposizione. Poche parole, ma qui il più delle volte si parla tacendo. Siamo stranieri fra stranieri. È terribile quanto possibile quello che le è capitato. Possibile in qualsiasi momento a chiunque, certo pure a me».

Non ci sono organizzazioni o una rete a proteggere Selene. Ha deciso di fare tutto da sola («Non ho un filtro, mi muovo anche a piedi, a volte prendo anche un caffè, vado nei mercati»), se si eccettua la necessità di un autista che la accompagna a scuola da casa: nient’altro che un bagno e una stanzaì in una piccola pensione. I sei insegnanti in lingua afghana li ha reclutati con un pc, tutti selezionati con un annuncio inserito in una mailing list e scelti dopo una serie d’incontri con lei nelle vesti di direttrice.

Gli studenti, invece, li ha dovuti inseguire con lo stesso metodo della maestra di strada: affiggendo manifesti come se la sua scuola fosse una carovana che avesse montato le tende a Kabul. «Abbiamo affisso un centinaio di manifesti, ma mi mancava l’insegnante di storytelling, in pratica il rabdomante
che avrebbe dovuto fare riscoprire le storie e i miti della tradizione da mettere successivamente in scena». I candidati si presentarono in 12, fra questi un giudice e anche un ex comandante dei mujaheddin, anziani naturalmente. L’ultimo, invece, se l’è andato a cercare Selene: «Mi serviva il Dario Fo afghano.
Si chiama Partaw Naderi. Ho deciso di provarci. Lui aveva sentito della scuola. Sono andata a trovarlo, gli ho spiegato il progetto e alla fine lui ha accettato».

Quella di Selene è una scuola che comincia dopo pranzo e dura fino a sera, da sabato a mercoledì, perché in Afghanistan il venerdì
corrisponde al fine settimana. Anche lei ha scelto d’impiegarsi come insegnante con il suo incerto ma non meno chiaro darì, il dialetto afghano di cui si serve per insegnare sviluppo professionale: in pratica come scrivere una lettera di presentazione, compilare un curriculum e così via.

Non poteva che entrare nella scuola di Selene il giovane Ahmed, ex interprete all’Onu, che si è imposto con la forza della pazienza e dell’ostinazione tempestando l’italiana di chiamate per cercare di iscriversi sebbene fosse stato escluso per mancanza di posti («Come si faceva a tenerlo fuori?»). O ancora Soraya, orfana e stuprata dai parenti, che in quella scuola ha trovato una nuova purezza. «Ci sono ragazzi che sono pronti a fare quattro ore di cammino per venire fin qui, lavorare il mattino e studiare di pomeriggio » dice Selene, e usa la parola «resilienza» per giustificare il sacrificio dei suoi studentie il suo, quella capacità di resistere che è il segreto della sua avventatezza. «Hanno un carattere fiero che da nessuna parte ho visto e poi capiscono che sei una donna, giovane, che hai deciso di lasciare qualcosa per venire da loro. Apprezzano questo coraggio, mai sufficiente».

La settimana scorsa poi ha ricevuto una visita. «Erano due donne italiane. A volte vengono a chiedere ai ragazzi che cosa rappresenti questa scuola per loro. Uno dei ragazzi ha risposto: “Mesi fa non avrei mai pensato di poter rispondere a una donna come sto rispondendo a lei”». Ed è chiaro che sono quelle le parole in cui si cela la ragione di Selene, la convinzione che ogni scuola sia una violenza in meno, ogni ora di lezione un giovane tolto a qualche fanatico
insegnante della guerra santa. «Quando ho visto le mani rosse di sangue di Michael Adebolajo a Londra, ho pensato che lo scontro di civiltà si è esacerbato, che c’è ignoranza da entrambe le parti. La cosa che fa più paura è che accada a Milano o a Londra piuttosto che a Kabul. Quando andremo via rimarranno tante speranze, tanta paura, la sensazione di non essere pronti, la corruzione. Cosa è Kabul? Me lo chiedo.

Forse è il cardamomo. Tutto profuma di cardamomo, in qualsiasi angolo della strada, offerto a qualsiasi ora, un infuso dal sapore forte come loro, duro
ma nello stesso tempo ospitale». Selene ricorda quei giorni di marzo e le autorizzazioni dei ministeri, quel progetto improvvisamente rivelatosi al di sopra delle
sue forze. «Non posso dimenticare la fatica di quei giorni, in pratica lavoravo fino a notte. Mi era rimasto soltanto il tempo di cenare. Una sera soltanto mi chiesi se non fosse meglio tornare a casa. Si era perfino rotta la stufa. Dovetti dormire con il mio cappotto e furono lacrime, piansi tanto, con
gli stivali addosso. La mattina seguente però mi trovai già vestita e andai al lavoro».

Nulla è più liberatorio del pianto ed è solo una menzogna il successo che non abbia il suo carico di dolore, lo sconforto del tramonto. Selene ha imparato a chiamare la particolarità della sua scuola «la curiosità dei bambini per il diverso» ed è un metodo anche questo come quello di Maria Montessori o quello della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani. «Ormai anche in Italia i bambini stranieri sono oltre 1 milione e per frenare l’estremismo ci vuole una conoscenza reciproca. Ma solo se inizi dall’infanzia puoi essere certo di aprire le porte al multiculturalismo».

Il suo progetto finirà a ottobre, proprio pochi mesi prima della partenza dei militari alleati fissata per dicembre. Da quel momento anche la scuola, forse, camminerà senza Selene. Oggi è difficile fare previsioni anche dal punto di vista economico, dato che il suo rimane un progetto finanziato con il premio ottenuto dalla Rolex e con il contributo di Renzo Rosso, patron della Diesel, un progetto che ancora oggi viene definito visionario. «Quando andrò via, a ottobre vorrei sapere che la scuola non solo continuerà ma si espanderà nel resto del paese». Tante piccole scuole non possono essere che l’investimento migliore, la testimonianza di un passaggio, l’architettura di un colonialismo al contrario.

Rotolato ai piedi di Selene, l’Afghanistan delle bombe ha preso ora l’aspetto di una biglia che esplode in un caleidoscopio di colori.
Lei per le biglie ha un debole da sempre. «L’ho trovata fuori dalla scuola. In una storia afghana si racconta che una biglia di nome Luna farà unire Ahmed a Kabul. È scheggiata e di colore verde bottiglia, così simile a una luna, una biglia luna con cui giocavo da bambina. La porterò via con me."

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