Rocco Bellantone

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Per Lookout news

L’attacco sferrato dai talebani martedì 19 aprile a Kabul contro un compound delle forze di sicurezza afghane certifica una crisi permanente di fronte alla quale l’Occidente, al netto della complicata exit strategy americana e della prioritaria guerra a ISIS in Medio Oriente e Nord Africa, non potrà soprassedere ancora molto a lungo.

Una puntata dell’annuale offensiva di primavera degli insorti afghani sulla capitale era d’altronde pronosticabile e, per tale motivo, si sarebbe dovuta prevenire. La strage di Kabul (oltre 60 morti e circa 350 feriti) ha invece fatto emergere ancora una volta in mondovisione la vulnerabilità degli apparati della sicurezza afghana e l’incapacità del suo governo di garantire la sicurezza nel Paese.

 L’azione dei talebani ricalca il modus operandi che per anni ha contraddistinto la strategia di guerriglia dell’ex leader Mullah Omar, in onore del quale lo scorso 12 aprile era stato annunciato l’inizio della nuova offensiva di primavera.

Un obiettivo da colpire dall’alto valore simbolico e mediatico come il quartier generale dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza, situato nel quartiere Puli Mahmood Khan nei pressi del ministero della Difesa e di diverse ambasciate tra cui quella americana. Una tattica d’attacco precisa: un camion imbottito di esplosivi guidato da uno o due kamikaze è stato fatto esplodere aprendo un varco all’ingresso del compound a un gruppo di uomini armati entrato poi in azione. Un gesto forte per rimarcare la linea dettata dal nuovo capo dei talebani, il Mullah Akhtar Muhammad Mansour, vale a dire che non vi è alcuna apertura al dialogo con il governo centrale.


Un attacco di questa portata a Kabul non si registrava dal 2011, quando un attentato in un santuario sciita aveva provocato più di 50 vittime. Ma, oltre i precedenti, quello che sta accadendo in questa calda primavera afghana evidenzia lo scollamento tra le professioni di sicurezza del governo del presidente Ashraf Ghani e la realtà di un Paese in cui i talebani hanno dimostrato ancora una volta di poter colpire quando e come vogliono anche in aree teoricamente iper-protette come quella delle ambasciate. Nella capitale ogni strada nasconde trappole, tanto che gli USA per evitare rischiosi spostamenti in auto trasferiscono il proprio staff dalla sede dell’ambasciata all’aeroporto in elicottero. Nell’autunno scorso i talebani hanno preso il controllo, seppur per un breve periodo, della città settentrionale di Kunduz. Mentre a sud, al confine con il Pakistan, nella provincia di Helmand dove dal 2001 sono stati uccisi migliaia di soldati inglesi e americani, il capoluogo Lashkar Gah è accerchiato. Segno anche questo che dalle aree rurali i talebani stanno progressivamente ammassando propri gruppi di fuoco in prossimità delle grandi città.

 

La fragilità del governo e delle forze di sicurezza
All’interno del governo la spaccatura tra il presidente Ghani e il suo vice Abdullah Abdullah rischia di compromettere i fragili equilibri politici raggiunti dopo le ultime tesissime elezioni del 2014. Ma la vera incognita che pende sul destino dell’Afghanistan, come detto, è la tenuta dei suoi apparati di sicurezza, dimostratisi incapaci di reggere l’urto delle offensive talebane nonostante gli sforzi profusi dalla comunità internazionale – Italia compresa – per la fornitura di armi, equipaggiamenti e training. E l’annuncio dell’Alto rappresentante per la politica estera UE Federica Mogherini sul prolungamento della missione europea di addestramento della polizia afghana rischia di perdersi tra le rovine di un processo di ricostruzione del Paese che, di fatto, non è mai decollato.

 

L’altro percorso decisivo, quello dei negoziati, appare sempre più impraticabile. Nei primi tre mesi del 2016, mentre il numero dei morti tra i civili continuava ad aumentare stando a quanto segnalato da un recente rapporto dell’ONU, Stati Uniti e Cina hanno tentato di fare leva sui vertici dell’intelligence pakistana, da anni accusati di appoggiare segretamente l’insurrezione dei talebani in Afghanistan, per far sedere al tavolo delle trattative la nuova leadership del movimento. Ma i risultati sperati non sono arrivati, l’atteso incontro di inizio marzo non si è mai tenuto e il Mullah Akhtar Muhammad Mansour si è tenuto volutamente lontano dai riflettori per serrare i ranghi e reprimere ogni forma di dissenso interno.

 

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Le operazioni della Russia nell’Asia Centrale
Una reazione più efficace di fronte al caos afghano e agli altri focolai di instabilità nell’Asia Centrale potrebbe arrivare nel medio termine dalla Russia. Secondo fonti di intelligence attendibili, l’FSB (Federal Security Service, i servizi d’intelligence interni russi), starebbe infatti coordinando un progetto per istituire un Centro di monitoraggio del mondo islamico in Kirghizistan. L’operazione sarebbe finanziata in parte dall’Arabia Saudita e riprodurrebbe per certi aspetti un altro centro che era stato costruito dalla Russia all’inizio degli anni Novanta nel Caucaso e che permise di prevedere e soffocare una serie di rivolte nella regione.

 

Il Cremlino ha la necessità di tutelare i propri interessi economici, e soprattutto energetici, in quest’area dal possibile radicamento di cellule legate allo Stato Islamico. L’anello debole è proprio il Kirghizistan, il cui governo non ha mezzi a sufficienza per proteggere i confini che lo separano dalla regione cinese a maggioranza uigura dello Xinjinag e dove è sempre più pressante la minaccia di gruppi islamici locali come Jannat Oshyklary Nurdzhisty. L’altro fronte sensibile è invece l’area di confine tra Turkmenistan e Afghanistan, dove oltre ai talebani non è mai tramontato del tutto il piano di ISIS di costituire un emirato islamico del Khorasan.

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