Esteri

Accordi con Riad e Tel Aviv: Trump riposiziona gli Usa al centro del Medio Oriente

Dialogare con i sunniti, rafforzare i rapporti con Israele, sacrificare Iran e sciiti: i punti principali della strategia del tycoon

Trump Israele

Rocco Bellantone

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Inaugurare una nuova stagione di dialogo con il mondo sunnita e ottenerne l’impegno nella lotta al terrorismo jihadista. Rinvigorire i rapporti con Israele, alleato strategico in Medio Oriente colpevolmente lasciato solo da Barack Obama negli otto anni dei suoi due mandati alla Casa Bianca. Sacrificare l’Iran e gli sciiti, lasciandosi alle spalle il patto sul ridimensionamento del programma nucleare di Teheran.

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Con il pragmatismo dell’uomo d’affari e le sapienti imbeccate dei suoi due consiglieri di punta - il generale Herbert Raymond McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale, e suo genero Jared Kushner, consigliere per il commercio e il Medio Oriente - nelle sue visite a Riad e Tel Aviv, Donald Trump ha letteralmente capovolto la strategia degli Stati Uniti nello scacchiere mediorientale.

Dimenticare Obama
Un cambio di passo repentino, che consegna adesso all’America una posizione nettamente più solida rispetto al passato nella regione, tirandola fuori dalle sabbie mobili in cui l’aveva trascinata Obama e proiettandola verso alleanze più vantaggiose per gli interessi del Paese.

HR McMaster è stato “l’uomo in più” di Trump nella preparazione del suo viaggio a Riad, prima tappa del suo tour d’esordio all’estero passato il 24 maggio per il Vaticano e che si concluderà con i summit con i rappresentanti di Ue e Nato oggi a Bruxelles e con il vertice G7 del 26 e 27 maggio a Taormina.

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Profondo conoscitore del Medio Oriente (ha partecipato alla prima Guerra del Golfo del 1991 e all’invasione dell’Iraq che nel 2003 portò alla caduta di Saddam Hussein), il generale McMaster ha tracciato un percorso diplomatico inattaccabile per il presidente americano, traghettandolo da Riad a Tel Aviv senza che andasse incontro a particolari critiche.

A Riad non solo affari
Dei giorni trascorsi a Riad, culminati con l’inedito ballo di Trump alla tradizionale danza delle spade di Casa Saud, si è detto principalmente per il contratto monstre che gli Usa hanno firmato con l’Arabia Saudita: 110 miliardi di dollari per la vendita di armi (che arriveranno a 350 miliardi in dieci anni) e circa altri 50 per intese energetiche che permetteranno al colosso degli idrocarburi Saudi Aramco di far leva sul know how delle società statunitensi per avviare un necessario piano di diversificazione delle sue produzioni e affrancarsi così il più possibile dalle esportazioni di petrolio.

Il momento nevralgico della visita di Trump a Riad è stato però l’incontro con i leader di oltre 50 Paesi del mondo sunnita. Parlando di fronte a loro, coinvolgendoli in una nuova alleanza nella "lotta tra il bene e il male" "contro il terrorismo e l’estremismo", il presidente americano ha fatto una scelta di campo netta.

Da un lato gli Usa si schierano al fianco di quei Paesi che dispongono di mezzi politici, economici e coercitivi, oltreché dell’autorità teleologica (è il caso dell’Egitto laico del presidente Al Sisi e del suo contatto diretto con la moschea Al Azhar, massima istituzione dell’Islam sunnita), per impedire che il terrorismo continui a trarre forza dalla loro supposta connivenza.

Dall’altro prendono le distanze da un "alleato scomodo" come l’Iran, bastione del mondo sciita. È una scelta dettata, d’altronde, dai numeri: Trump rafforza infatti il dialogo con i sunniti, vale a dire l’85% del mondo islamico, a discapito degli sciiti, che di quel mondo rappresentano invece solo il 15%.

In cambio Trump offre a questi Paesi una cosa a cui tengono molto, ossia la fine del progetto di esportazione della democrazia occidentale nelle loro società, su cui si sono intestarditi - fallendo - sia George W. Bush che Barack Obama.

Tradotto, significa che gli Stati Uniti non saranno più guardiani di ciò che l’Occidente considera “giusto” e “sbagliato” guardando al Medio Oriente, all’Africa e all’Asia Centrale, soprattutto in riferimento a tematiche come la tutela dei diritti umani e delle libertà individuali e collettive.

Chiuderanno pertanto gli occhi - come già, d’altronde, aveva fatto in buona parte Obama - sulle bombe che i sauditi continueranno a sganciare in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi o sulle repressioni del regime egiziano contro gli oppositori.

La contropartita a cui l’Amministrazione Trump aspira è però ghiotta: ottenere la lealtà di questi Paesi nel contrasto al terrorismo, e dunque il blocco dei finanziamenti, del supporto logistico e dell’invio di armi a quei gruppi jihadisti affiliati tanto a Isis quanto ad Al Qaeda che hanno messo a ferro e fuoco Siria e Iraq e che con i loro attentati tengono sotto scacco l’Europa.

Israele, patto per isolare l’Iran
Nello spostamento da Riad a Tel Aviv, Trump ha giocato la partita mandando in prima linea suo genero Jared Kushner, consigliere per il commercio e il Medio Oriente. Ebreo ortodosso, erede di una storica famiglia ebrea, Kushner è considerato dal presidente l’uomo giusto per ricucire i rapporti con Israele dopo gli otto anni di Obama.

In Israele Trump ha puntato su una nuova tattica, andando oltre la promessa di voler spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il presidente ha infatti creato un ponte tra Riad e Tel Aviv, limando le distanze tra i due storici "nemici" in nome dell’isolamento di un "nemico comune", vale a dire l’Iran.

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Il resto, ossia il dialogo da tenere vivo tra Israele e Palestina, appare invece più come una mossa obbligata in un viaggio che, con la visita del 24 maggio in Vaticano, ha permesso a Trump di favorire concretamente il contatto tra le tre religioni monoteiste: Islam, Cattolicesimo ed Ebraismo.

Mettere tutti d’accordo non è chiaramente un obiettivo a cui Trump può né vuole realisticamente ambire.

Aver ricollocato gli Usa al centro del Medio Oriente, e aver fatto scalare a Washington qualche posizione nel confronto globale con la Russia, per l’America del dopo Obama è già un risultato significativo. 

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