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Abbattimento del jet russo: la strategia turca non è servita

La tensione in Siria e la marcia indietro del governo di Ankara prefigurano una sconfitta politica del presidente Erdogan che, con questo gesto d’imperio, ha rotto gli equilibri

Putin ed  Erdogan

Alfredo Mantici

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Dopo aver dichiarato ai quattro venti che la presunta violazione dello spazio aereo turco per diciassette secondi da parte di un caccia russo, ne giustificava l’abbattimento in nome della difesa della sovranità nazionale turca, il presidente Erdogan sembra essersi reso conto che, sia con le parole sia con i fatti, Ankara era forse andata troppo oltre.

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Di fronte alla prospettiva di veder crollare l’interscambio turco-russo e di vedersi tagliare, peraltro all’inizio dell’inverno, le forniture di gas dalla Russia, essenziali per l’economia e per la società turche, Recep Tayyip Erdogan, visto anche il tiepido appoggio ricevuto da parte della NATO, ha fatto un’improvvisa marcia indietro. Nel commentare una seconda volta l’abbattimento dell’aereo di Mosca, infatti, il presidente ha detto che se si fosse saputo che l’aereo era russo, forse non lo avrebbero abbattuto.

Nella guerra delle parole, che come sempre segue la guerra con le armi, questo è un importante passo indietro, in quanto è vicinissimo al riconoscimento dell’errore compiuto. Tutto il mondo ha compreso, infatti, che abbattere un aereo impegnato nella lotta contro lo Stato Islamico non poteva che essere un favore servito su un piatto d’argento agli uomini del Califfo.

Il gioco pericoloso della Turchia

L’episodio dimostra inoltre che il gioco delle tre carte che la Turchia sta facendo ormai da anni sullo scacchiere siriano, non riesce più a truffare gli sprovveduti di turno. Erdogan, infatti, è intervenuto pesantemente nella guerra civile siriana, contando di riuscire ad abbattere rapidamente il presidente Bashar Al Assad e a creare nella regione una nuova realtà nazionale sunnita che, da un lato, garantisse alla Turchia il predominio su tutto lo scacchiere e dall’altro consentisse ad Ankara di mettere un ulteriore freno alle istanze indipendentiste dei curdi turchi, inevitabilmente attratti nella sfera d’influenza dell’unica realtà nazionale curda oggi esistente, il Kurdistan iracheno.

Per ottenere questi obiettivi, ha finanziato e sostenuto in modo cinico e spregiudicato i guerriglieri anti-Assad contribuendo alla nascita del Califfato, supportata da colonne di rifornimenti organizzati dal MIT, il servizio segreto turco (per aver dato questa notizia, due giornalisti di Cumhuriyet rischiano pesanti condanne al carcere da parte di un regime che, appartenendo alla NATO, dovrebbe rispettare i più elementari diritti democratici, primo fra tutti la libertà di stampa).

I giochi di Erdogan sono falliti in primo luogo per la resistenza di Assad e in secondo luogo per l’intervento russo. Messo in un angolo, e visti diventare evanescenti i suoi sogni di egemonia regionale, il presidente - al quale forse il successo elettorale conseguito anche grazie a una sfacciata strategia della tensione sembra aver dato alla testa - ha “difeso” la sovranità nazionale turca con un atto di guerra aperta contro il suo più importante partner commerciale. In poche ore, anni d’intrighi, di minacce e d’interventi clandestini in Siria sono così risultati inutili, se non controproducenti. Da qui,la vistosa marcia indietro e il tentativo di salvare il salvabile nelle relazioni russo-turche. L’abbattimento del Sukoi di Mosca si è rivelato insomma un atto inutilmente provocatorio e strategicamente controproducente.

 

I precedenti attriti: la Mavi Marmara

Nel 2009 la Turchia inviò una nave, la Mavi Marmara, in soccorso ai palestinesi jihadisti di Hamas a Gaza, tentando di violare il blocco navale imposto dagli israeliani. Le forse armate di Tel Aviv in quell’occasione non affondarono la nave ma inviarono dei soldati all’abbordaggio, convinti di trovarsi di fronte a un carico di pacifisti. Invece, vennero accolti con asce e coltelli e lo scontro che seguì all’abbordaggio provocò la morte di otto cittadini turchi e uno americano.

A ben vedere, la Mavi Marmara si è comportata esattamente come il Sukoi russo e le proteste turche di oggi fanno sorridere, se paragonate alle vivaci reazioni anti-israeliane del 2009. Si sa che pretendere coerenza nelle relazioni internazionali è un’aspirazione assurda, però i precedenti contano.

L’isolamento turco

Oggi Ankara, priva di argomenti riconducibili al diritto internazionale, è ai ferri corti con Mosca, forse al di là delle previsioni della leadership turca. Gli aerei russi continueranno così a bombardare i villaggi turcomanni, sui quali Erdogan pretendeva di stendere la mano protettiva delle sue forze armate, con maggior vigore e decisione rispetto alle scorse settimane. Intanto, l’esercito lealista siriano sostenuto dai caccia di Mosca sta conquistando una dopo l’altra le alture strategiche dell’area nella quale è avvenuto l’abbattimento dell’aereo russo.

Dall’Europa, che guarda attonita il succedersi degli eventi, Francois Hollande ha ora sottolineato il proprio sostegno all’offensiva militare russa in Siria, mentre la NATO non sembra disposta a seguire l’avventurismo di Ankara. Tre anni di intrighi, giochi sporchi, sostegno all’ISIS e di ingerenza spregiudicata in una guerra civile non sembrano perciò serviti ad alcunché. Forse il gioco delle tre carte di Ankara è finito con questo episodio, perché il mondo ha scoperto il trucco.

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