Esteri

29 ottobre 1929: 90 anni fa il crollo di Wall Street

Speculazione e sovraproduzione cancellarono il sogno di milioni di americani, dando il via alla grande depressione. Gli effetti sull'economia mondiale e sull'Italia

wall street 1929

Edoardo Frittoli

-

Alla fine della giornata di martedì 29 ottobre 1929, il famoso "black tuesday" o "big crash", Wall Street aveva bruciato oltre 14 miliardi di dollari (pari a oltre 200 miliardi di dollari odierni).

Il panico tra gli operatori aveva generato una fibrillazione verso la vendita ad ogni condizione di enormi quantità di azioni, calcolate in oltre 16 milioni quel solo giorno. Quello che parve allora un brutto sogno sarà destinato a durare per molti anni a seguire tramutandosi in un incubo reale chiamato grande depressione. In poche ore il sogno di un progresso economico e soprattutto finanziario senza limiti si infranse, minando alla base il sistema economico dei paesi occidentali del primo dopoguerra.

Le origini del crollo di Wall Street vanno individuate negli anni che seguirono la fine della Grande Guerra ed in particolare modo nel sistema economico, industriale e finanziario statunitense.

I ruggenti anni '20 erano stati caratterizzati da un balzo della produzione industriale a cui era seguito un sensibile aumento del benessere e della diffusione dei consumi. Tuttavia questa fase di crescita che agli occhi degli americani pareva inarrestabile, poggiava su basi estremamente precarie.

Dai "roaring twenties" alla miseria diffusa

La crisi del 1929, come è comunemente riconosciuto, fu principalmente generata dalla sovraproduzione di beni durevoli. Questo problema fu dovuto alla sperequazione nella distribuzione del reddito, che aveva fatto sì che il 5% della popolazione degli Stati Uniti detenesse un terzo delle ricchezze del Paese, mentre il 71% degli americani percepiva ancora un salario inferiore ai 2.500 dollari all'anno. Per tutto il decennio che terminò con il crollo, i salari erano rimasti immutati mentre si erano moltiplicate le azioni speculative sul mercato azionario coinvolgendo non soltanto gli istituti di credito, ma anche la grande industria che aveva impiegato buona parte dei profitti nelle speculazioni di borsa. Verso la fine degli anni '20 alcuni settori importanti dell'economia nazionale avevano mostrato evidenti segni di recessione: in particolare l'agricoltura, che vide il primo crollo dei prezzi e il settore dell'edilizia, con la bolla immobiliare scoppiata in Florida nel 1926.

L'estrema fiducia non solo della popolazione ma anche della classe politica nei progressi inarrestabili del mercato finanziario fece sì che una larga fetta dei risparmiatori investisse senza remore nel mercato azionario, stimolata dall'entusiasmo della stampa e dall'emissione da parte delle banche del "credito facile", sostenuto da un periodo di tassi particolarmente bassi, allo scopo di tenere alta la domanda e quindi i livelli produttivi.

Anche la politica economica internazionale sotto l'amministrazione Hoover fu una delle concause del "crack" finanziario, sia per l'andamento dell'export americano sia per il particolare sistema di prestiti legato alle riparazioni di guerra. Gli accordi con la Germania di Weimar prevedevano il sostegno finanziario da parte di Washington, che sarebbe in buona parte andato a coprire i pesantissimi debiti di guerra e calmare la gravissima inflazione postbellica del marco tedesco, come stabilito nel 1924 dal piano Dawes. La stortura principale del piano, che inizialmente favorì la ripresa dell'industria pesante tedesca e la distensione internazionale, risiedeva negli effetti diretti sul capitale dei risparmiatori americani dal momento che il debito era coperto dall'emissione di bond legati al mercato azionario statunitense.

Per quanto riguardava le esportazioni, alla metà degli anni '20 queste segnarono il passo anche a causa delle diffuse politiche protezionistiche dei paesi europei che avevano innalzato dazi così alti da rendere sostanzialmente inutile la produzione di certi beni destinati ai mercati oltreoceano.

Ultima (ma non meno incisiva) tra le cause del crollo fu la composizione del sistema bancario americano, costituito da grandi holding bancarie ma anche da una costellazione di piccoli istituti di credito incapaci di difendersi dai rischi del contagio finanziario. Nell'assenza quasi totale di una regolamentazione dei mercati azionari, all'epoca del crollo non esisteva neppure la distinzione tra istituti di credito e banche di investimento, aspetto che rese profondo ed immediato l'effetto devastante del "martedì nero". Qualche segnale preoccupante si era verificato nei mesi precedenti il crack con il fallimento di alcune piccole banche private.

Tuttavia questo campanello d'allarme rimase inascoltato anche per il fatto che l'andamento della borsa pareva non averne risentito nell'immediato della contrazione evidente di certi settori dell'economia nazionale. Questo fenomeno, che anche i principali esperti non erano riusciti a leggere in quanto non aveva precedenti storici di tale portata, era l'effetto della bolla speculativa che creò il miraggio di una presunta immunità della finanza dalle crisi economiche e dell'industria.

L'illusione svanì per la prima volta giovedì 24 ottobre 1929, quando la bolla deflagrò per la prima volta a Wall Street aprendo la corsa nevrotica alla vendita di azioni (più di 12 milioni solo quel giorno) con conseguente crollo del valore nominale di moltissimi titoli e perdita del 50% del volume di affari complessivo. I più grandi speculatori e le banche tentarono durante il fine settimana (supportati anche da un lieve assestamento al rialzo il giorno successivo) di gettare acqua sul fuoco rilasciando dichiarazioni distensive ed ottimistiche. Anche queste ultime crollarono definitivamente martedì 29 ottobre, quando il mercato azionario di Wall Street colò a picco ed iniziò il contagio anche alle altre borse sul territorio nazionale. L'indice Dow Jones perse un ulteriore 12% che andò a sommarsi alla già drammatica frana della settimana precedente. Dal "martedì nero" il mercato azionario americano non sarà più in grado di risollevarsi nè tantomento di tornare ai valori altissimi che precedettero il crollo. Per arrivare ad un ritorno a quei livelli bisognerà attendere il 1954 mentre la caduta proseguirà pressochè ininterrotta per altri tre anni, con il picco negativo raggiunto nel 1932.

Il grande sogno americano era svanito in una notte. La nazione si risvegliò povera e la popolazione soffocata dai debiti. Ne risentì immediatamente il comparto industriale contagiato dagli effetti della speculazione, assieme a quello agricolo già provato dal crollo dei prezzi degli anni precedenti che aveva generato l'effetto collaterale di una rapida urbanizzazione, da ora in poi minata da gravi problemi socio-economici generati dall'ondata di licenziamenti operata dalla grande industria messa in ginocchio dagli effetti della speculazione.

Di fronte alla gravissima situazione, il Presidente Hoover perse la propria reputazione nonostante alcuni tentativi di intervento postumi da parte del Governo degli Stati Uniti. Contrario per principio ad un intervento massiccio dello Stato, il Presidente stimolò soprattutto forme di assistenza nella sfera privata che si dimostrarono insufficienti a far fronte ad una catastrofe così devastante. Gli effetti del crack si trascinarono peggiorando fino a buona parte del 1932, quando i disoccupati americani raggiunsero l'astronomica cifra di 15 milioni. I pochi che riuscirono a conservare il posto di lavoro furono obbligati a importanti tagli salariali. I consumi crollarono, così come le esportazioni (ridotte a meno di un terzo del volume degli anni precedenti la crisi). La produzione industriale si ridusse del 50%, mentre la maggior parte delle opere pubbliche furono bloccate, così come l'edilizia privata. L'inversione di tendenza si avrà soltanto per gli effetti dell'intervento federale a sostegno dell'occupazione sotto l'amministrazione Roosevelt  (meglio nota come "New Deal") concentrata su forti investimenti pubblici nel settore infrastrutturale e resa possibile anche da una lieve ripresa dei mercati alla metà degli anni '30.

Wall Street e l'Italia del 1929

All'epoca del crollo di Wall Street l'Italia, da sette anni governata da Mussolini, si trovava in una condizione economica che presentava alcune particolarità rispetto ad altre nazioni industrializzate. A differenza degli Stati Uniti, dove gli effetti della dottrina liberista avevano generato gravi storture in assenza di regole e senza alcun intervento statale, l'Italia fascista era già stata avviata ad una politica di stampo dirigista. Questa impostazione non fu esclusivamente dettata da questioni puramente dottrinarie, come si potrebbe giustamente pensare, ma anche da alcuni precedenti che avevano coinvolto il sistema creditizio ancora prima dell'ascesa del fascismo. Era questo il caso delle banche messe in crisi nell'immediato dopoguerra da questioni legate alla riconversione postbellica dei grandi gruppi industriali a cui esse erano legate. Il caso più importante fu quello della Banca Italiana di Sconto, direttamente legata alla Ansaldo che durante la Prima Guerra Mondiale aveva raggiunto livelli produttivi altissimi grazie alla commesse militari ed aveva costretto l'istituto da esse controllato a fortissimi investimenti per tenere il passo. Costretta a finanziare il colosso industriale in crisi di fatturato al termine del conflitto, la BIS fu travolta dall'inesigibilità dei crediti che vantava proprio nei confronti dell'Ansaldo. In questa situazione si generò panico tra i piccoli risparmiatori che corsero a ritirare i propri risparmi, rendendo il fallimento inevitabile. Nel 1921 lo Stato intervenne non con il salvataggio (in quanto non avrebbe potuto spalmare gli oneri sui contribuenti) bensì con una liquidazione controllata, dalla quale nascerà poi il Credito Italiano.

La mano dello Stato proseguirà l'intervento nell'economia nazionale con l'ascesa del fascismo, in grado di controllare non soltanto gli aspetti economici ma anche quelli sociali attraverso il sistema delle corporazioni e dei consorzi obbligatori che permise di eliminare la conflittualità mantenendo il controllo di prezzi e salari. Nel 1927, dopo un periodo di relativa crescita fu una decisione di politica monetaria a mettere in crisi nuovamente il sistema economico italiano. La rivalutazione della lira a "quota 90" sulla Sterlina ebbe effetti infausti sulle esportazioni, al cui calo il fascismo rispose con l'allargamento del mercato interno anche tramite il controllo sui generi di consumo per poter procedere parallelamente alla discesa di salari e prezzi (che avvenne più lentamente nel caso di questi ultimi).

L'Italia degli anni '20, inoltre, non aveva visto neppure lontanamente l'espansione del credito al consumo come era avvenuto negli Stati Uniti né la nascita di una middle class che fu il principale supporto alla produzione nazionale di beni durevoli. Al contrario, l'Italia postbellica (fatta eccezione per le grandi industrie del Nord) era ancora una nazione prevalentemente rurale ed artigiana. Fu per questi motivi che non avvenne il grande contagio che portò oltreoceano alla grande depressione. Dal 1929 in avanti l'Italia vide un incremento della disoccupazione (come in molti altri Paesi ad eccezione di Unione Sovietica e Giappone) che fu in parte arginata con misure di stimolo messe in atto dal governo fascista, che negli anni immediatamente successivi prenderà in mano le redini della grande industria nazionale con la creazione degli enti a partecipazione statale IMI e IRI, funzionali allo sviluppo della futura politica autarchica e dell'espansione coloniale della metà degli anni '30.

© Riproduzione Riservata

Commenti