Esclusivo: i dieci punti dell’accordo possibile tra Israele e Hamas

 Fallito il cessate-il-fuoco , l’Egitto traccia la road map che potrebbe fermare la guerra, d’intesa con le autorità di sicurezza di Tel Aviv. Il Cairo punta sulla diplomazia perché teme il pericolo ISIS e il ruolo del Qatar.  Perché Hamas dice no alla tregua

Un soldato israeliano prega al confine tra Gaza e Israele – Credits: EPA/ABIR SULTAN

Luciano Tirinnanzi

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Lookout news

In seguito al fallimento del tentativo egiziano d’imporre un cessate-il-fuoco alle parti, dobbiamo presumere che nella guerra in corso nella Striscia di Gaza tra Israele e Hamas, l’ala militare di Hamas abbia forze e armi sufficienti per portare avanti ancora a lungo la minaccia verso lo Stato ebraico e che, parimenti, Israele è pronto anche a invadere la Striscia e a compiere operazioni militari di ampio respiro, al fine di prevenire prolungate minacce al suo popolo.

 

“Il tempo è limitato” preconizza il Jerusalem Post, osservando come più il conflitto sarà durevole, meno Tel Aviv avrà fortuna e appoggio internazionale. Facendo tesoro delle precedenti operazioni militari israeliane - “Piombo Fuso” durò tre settimane tra il 2008 e il 2009, mentre “Pilastri della Difesa” nel 2012 durò una sola settimana - si ritiene che più moderato e limitato sarà l’obiettivo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), maggiori saranno le possibilità di successo.

 

Ed è vero. Così com’è altrettanto vero, però, che ogni perdita inflitta al nemico sinora ha prodotto nuova rabbia e nuove generazioni di palestinesi pronte a combattere fino alla morte, quanto e più di prima, in un circolo vizioso che potrebbe non arrestarsi mai.

 

Il ruolo dell’Egitto e il pericolo ISIS
Dunque, che fare? Fonti più che autorevoli israeliane informano che il governo ragiona ancora seriamente sulla proposta egiziana allegata al cessate-il-fuoco. L’Egitto dei militari, potente vicino di casa di Isarele e Gaza, ha numerosi interessi affinché il conflitto si concluda nel più breve tempo possibile.

 

Anzitutto, il generale Al Sisi (oggi presidente dell’Egitto) sa bene che Hamas supporta i Fratelli Musulmani del deposto presidente Morsi, il quale peraltro dal carcere incita al sostegno della Palestina. E sa anche che a Gaza sono stati accolti numerosi membri della Fratellanza, alcuni evasi dalle carceri nei primi giorni della Rivoluzione e altri che sono riusciti a fuggire durante il colpo di Stato messo in atto da Al Sisi.

 

Secondariamente, a Gaza non c’è solo Hamas. C’è anche la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), che è un forte elemento destabilizzante e che si ritiene abbia reali collegamenti persino con l’ISIS, lo Stato Islamico che ha fondato il Califfato Islamico sulle ceneri di Siria e Iraq, se è vero quanto afferma Efraim Halevy, ex direttore del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano: “Hamas è senza dubbio un’opzione molto negativa, ma ci sono opzioni peggiori. L’ISIS ha ormai fin troppi tentacoli nella Striscia di Gaza”.

 

Niente di peggio per Egitto e Israele, che temono una credibile escalation regionale. Una presenza e un intervento di ISIS a Gaza o in Sinai o in altre zone grigie del Medio Oriente trasformerebbero queste “battaglie locali” in una vera e propria guerra internazionale, nella quale verrebbero certamente precipitati anche Libano, Giordania e chissà chi altri. Senza contare che Iran, Turchia e Arabia Saudita prenderebbero posizione immediatamente.

 

E non è una boutade quella di ISIS. Se con il conflitto israelo-palestinese in corso qualcuno si è già dimenticato della pericolosità dello Stato Islamico, si ricorda che ISIS, tra le altre cose, ha appena costituito un servizio d’intelligence con il prezioso contributo degli ex uomini di Saddam Hussein e del partito Baathista. Dunque, non scherza.

 

I dieci punti dell’accordo
Ciò detto, esiste un accordo possibile proposto dal Cairo per prevenire la catastrofe e tale accordo si fonda su tre elementi essenziali: primo, non si può prescindere da una presa di responsabilità da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di Abu Mazen, che dovrebbe intestarsi la firma dell’accordo; secondo, Israele deve cessare le operazioni militari; terzo, il Qatar (che l’Egitto ritiene foraggi pressoché tutte le insurrezioni jihadiste in Medio Oriente) non dovrà partecipare a nessuna delle seguenti proposte.

 

Ecco, in esclusiva e confermato da autorevolissime fonti israeliane, il canovaccio della road map proposta dal Cairo, d’intesa con le autorità di sicurezza di Tel Aviv:

  

1) Dispiegamento immediato delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese lungo il confine Gaza/Egitto e controllo del valico di Rafah da parte dell’ANP;

 

2) L’Autorità palestinese dovrà gradualmente riprendere il controllo della Striscia di Gaza;

 

3) Nessun tunnel sarà aperto attraverso il confine egiziano e l'Egitto sarà responsabile nel prevenire il contrabbando di armi insieme all’Autorità palestinese, possibilmente aggiornando Israele circa ogni significativa trasgressione;

 

4)  L’arsenale missilistico di Gaza sarà sottoposto al controllo internazionale;

 

5)  Nessun membro di Hamas, rilasciato a seguito dell’accordo di Shalit Gilad (scambio di prigionieri) e nuovamente arrestato in Cisgiordania verrà liberato, se non si conformerà all’accordo precedente;

 

6) I detenuti politici dell’ultima operazione in Cisgiordania saranno rilasciati;

 

7)  Israele deve annunciare la cessazione della costruzione di nuovi insediamenti per un periodo di almeno un anno, al fine di migliorare il clima politico in Cisgiordania e permettere un ritorno ai negoziati di pace, anche se non saranno raggiunti risultati immediati;

 

8) Israele dovrà accettare significativi passi in avanti nel trasferimento di merci da e per Gaza e usare la sua influenza in Occidente per fornire loro consistenti aiuti economici e umanitari;

 

9) L’Egitto userà la propria influenza con l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo per fornire cospicui aiuti economici all’Autorità palestinese, in qualità di responsabile per la ricostruzione della Striscia;

 

10) Il Qatar non avrà alcun incarico in questo territorio, a causa del suo ruolo distruttivo nell’aiutare i partiti islamisti radicali in tutto il mondo arabo.

 

 

Il ruolo dell’Italia
Dunque, un piano esiste e le parti interessate adesso lo conoscono. La mossa decisiva è ora in mano a Israele, che ha l’iniziativa della guerra e che può decidere cosa farne. Se l’Egitto si sta dimostrando un mediatore serio e credibile, è anche per le aperture verso Il Cairo che vengono dagli Stati Uniti, che di più non riescono proprio a fare.

 

Mentre l’Europa e l’Italia, anche attraverso la missione in Medio Oriente del nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini, potrebbero convincere l’Autorità Palestinese e Hamas a leggere con più attenzione tra le righe dei punti tracciati nella proposta egiziana.

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