Erdogan bifronte
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Erdogan bifronte

Duri scontri e proteste politiche non fermeranno il pragmatico e cinico governo di Erdogan, in pieno sviluppo economico nonostante le sue contraddizioni interne

Per Lookout news 

“Twitter è una vera minaccia per la nostra società”, ha stigmatizzato oggi Recep Tayyip Erdogan, l’inflessibile premier turco ribattezzato dalla stampa “il Sultano”, a indicarne la tempra e il potere che esercita sulla Repubblica sin dal 2002, anno del suo insediamento.

L’uomo rappresenta meglio di chiunque altro il suo Paese: diviso tra una sponda e l’altra del Bosforo, con un piede nel continente europeo e l’altro in Asia, al crocevia tra culture millenarie, tra laicismo e Islam, fedele alleato della NATO ma alla ricerca di un ruolo da protagonista in Medio Oriente, che ha tutta l’intenzione di divenire “ago della bilancia” nello scacchiere mediterraneo e internazionale.

Pur se le aspirazioni della Turchia e del suo leader sono in un ordine di grandezza non inferiore all’impero Ottomano (non a caso neo-ottomanesimo è il termine ripreso per caratterizzare l’odierna politica turca), prima di tutto Erdogan deve pensare a frenare le proteste che gli sono scoppiate in casa.

Le affermazioni goffe su “Twitter” sono il sintomo dello sbigottimento e ottundimento improvvisi del Sultano, dopo che le manifestazioni degli ultimi quattro giorni a Istanbul - seguite all'annuncio del governo di voler cancellare l’arredo urbano del Gezi Park, una piccola piazza ricoperta di alberi e piante floreali, per far posto ad un centro commerciale - sono mutate in manifestazioni politiche di critica al governo e degenerate in scontri durissimi in tutto il Paese, durante i quali la polizia non ha esitato a mostrare il pugno di ferro (oltre 1.700 arresti). Un problema, quello dell’ordine pubblico, che non è secondario nell’agenda del governo, impegnato a crearsi un’immagine di nuovo impero, mentre l’economia va come l’Orient Express nonostante le sue molte contraddizioni interne.

Le aspirazioni politiche
Il pragmatico Erdogan ha dovuto equilibrare la propria appartenenza a un movimento islamista, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), con una premiership votata a riposizionare la Turchia quale Paese moderno e vincente, laico abbastanza da non tradire la rivoluzione kemalista dei Giovani Turchi e da non indispettire l’Occidente. Frustrate per il momento le aspettative di entrare nell’Unione Europea, Erdogan ha ripiegato su una politica estera aggressiva sul piano economico e pacata invece sul piano politico - sintetizzabile con “zero problemi con i Paesi vicini” - che gli è valsa un accordo storico con il PKK, il partito clandestino in armi dei Lavoratori del Kurdistan, e un riavvicinamento a Israele. Non solo: ha abbandonato l’amico siriano Bashar Assad, sostenendo i ribelli siriani, e ha allentato i rapporti con l’Iran.

In politica interna, la partita non è stata più facile: ha proceduto a una progressiva emarginazione dei militari - che tradizionalmente e costituzionalmente hanno rappresentato un baluardo a difesa del laicismo dello Stato moderno voluto dal padre della patria, Mustafà Kemal Ataturk - grazie a colpi della magistratura  (operazione nota con il nome di “Ergenekon”) e al supporto del movimento islamico Cemaat, che conta 6 milioni di seguaci e dispone di forti entrature nelle file di polizia e magistrati, oltre a controllare svariate testate giornalistiche. Salvo poi riavvicinarsi ai vertici militari quando la temperatura in Siria è salita. Un atteggiamento ondivago che ne rivela però la cinica comprensione della Realpolitik.

 

Le Olimpiadi del 2020
Obiettivo irrinunciabile per la Turchia e il suo governo sono anche le Olimpiadi del 2020: Erdogan, dopoquattro candidature bocciate, sogna di portare a Istanbul i giochi olimpici, cosa che gli consentirebbe non solo una visibilità straordinaria ma comporterebbe un giro d’affari immenso, capace di proiettare il Paese tra i big del mondo. Le possibilità di vittoria stavolta sono concrete: insieme alla città sul Bosforo, infatti, restano in gara solo Tokyo e Madrid e la decisione definitiva verrà presa dal Comitato internazionale olimpico (Cio) già il 7 settembre prossimo, a Buenos Aires.

Se, come crede il presidente turco Abdullah Gül, “questo è il momento della Turchia, siamo pronti come mai prima d’ora”, i giochi rappresenteranno il volano per trasformarla entro il 2023 - centenario della fondazione della Repubblica - in uno dei dieci Paesi più ricchi, moderni e influenti al mondo.

Erdogan è così impaziente che ha già stanziato il budget per un “piano olimpico” da quasi due miliardi su un totale di 19 miliardi di dollari (10 dei quali destinati esclusivamente a infrastrutture e mobilità). Lo slogan sceltoè “Bridge together”, ovvero l’unione di due ponti che vale l’unione di due continenti e la sintesi di due visioni del mondo finora in antitesi. Sembra quasi che il governo turco creda davvero al dialogo tra le civiltà. Sarà vero?

Di certo, nonostante gli eccessi dell’appartenenza a un partito che vorrebbe l’Islam non relegato alla sfera privata, il pragmatismo politico del Sultano sta portando prestigio e potere alla Turchia. Se Istanbul ospiterà i giochi, quello sarà il segnale che la comunità internazionale ha ormai definitivamente accettato la Turchia di Erdogan nel club delle Grandi Potenze. Piazze permettendo.

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